Pasqualina non è solo il nome di un bar. Pasqualina era il nome di una donna, che nel 1912 era una ragazza bionda e con gli occhi verdi. È lei a battezzare la locanda che a quei tempi era il punto di incontro dei cacciatori di Almenno San Bartolomeo, un paesino a pochi chilometri da Bergamo, allora costituito da poche case. Quattro generazioni sono passate, ma non cambia la voglia di inventarsi e reinventarsi. Nel 1995 a prendere in gestione il locale, che ha vinto ieri il premio Illy Bar dell'Anno, assegnato dalla Guida ai Bar d'Italia del Gambero Rosso, è Riccardo Schiavi, attuale patron, che a 25 anni decide di lasciare da un giorno all'altro una carriera avviata come responsabile commerciale estero per una nota azienda. Ma Riccardo, un ragazzo cresciuto letteralmente sopra il bar di famiglia che si è pagato la prima moto lavorando il sabato e la domenica dietro il bancone, quando la zia decide di vendere la Pasqualina accetta la sfida e rila…
Pasqualina non è solo il nome di un bar. Pasqualina era il nome di una donna, che nel 1912 era una ragazza bionda e con gli occhi verdi. È lei a battezzare la locanda che a quei tempi era il punto di incontro dei cacciatori di Almenno San Bartolomeo, un paesino a pochi chilometri da Bergamo, allora costituito da poche case. Quattro generazioni sono passate, ma non cambia la voglia di inventarsi e reinventarsi. Nel 1995 a prendere in gestione il locale, che ha vinto ieri il premio Illy Bar dell'Anno, assegnato dalla Guida ai Bar d'Italia del Gambero Rosso, è Riccardo Schiavi, attuale patron, che a 25 anni decide di lasciare da un giorno all'altro una carriera avviata come responsabile commerciale estero per una nota azienda. Ma Riccardo, un ragazzo cresciuto letteralmente sopra il bar di famiglia che si è pagato la prima moto lavorando il sabato e la domenica dietro il bancone, quando la zia decide di vendere la Pasqualina accetta la sfida e rilancia.
Chi dice che il gestore di un piccolo bar di un piccolo paese non può viaggiare? Lui viaggia, intorno alla metà degli anni '90, alla ricerca dei migliori ingredienti in un periodo in cui l'attenzione per le materie prime non era la stessa di oggi. Per i suoi gelati utilizza i pistacchi di Bronte, le nocciole delle Langhe e si fa conoscere. Alla cultura del cibo unisce l'etica del lavoro e della fatica, orgoglio di ogni bergamasco, imparata da ragazzino quando i nonni, prima di fare colazione, gli assegnavano il compito di rifornire gli scaffali del locale. Quando aveva 25 anni, età in cui spesso il sabato sera si preferisce andare a ballare e a divertirsi con gli amici, lavorava dietro un bancone per ripagare i debiti con la banca. Non ha mai frequentato una scuola alberghiera o un corso di pasticceria, ma forse è meglio così: “I nonni mi hanno trasmesso il modo di vivere il bar – spiega Riccardo - proponiamo quello che sappiamo fare. Non mi piace copiare, cerco di essere creativo e mi faccio aiutare da consulenti. So di non essere un tuttologo, conosco i miei limiti e questo mi permette di crescere. Mi reputo un artigiano premuroso e attento, non c'è una ricetta per i risultati che ho saputo ottenere. Il successo deriva dal mio modo di essere, dalla squadra che mi circonda e da tanta fatica”.