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Roberto Matatia 

“Niente politica”. Il liceo dice no al dibattito sulle leggi razziali

Lo scrittore Roberto Matatia era sato invitato per parlare del suo libro, in cui  ha raccontato l'orrore della Shoah
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«A scuola non si fa politica». È quello che si è sentito dire l’imprenditore e scrittore Roberto Matatia, autore di "I vicini scomodi. Storia di un ebreo di provincia, di sua moglie e dei suoi tre figli", pubblicato da Giuntina nel 2014. Libro che Matatia, di religione ebraica, ha finora presentato in centinaia di scuole in tutta Italia raccontando l’orrore della Shoah.

Matatia aveva ricevuto anche l’invito di una docente di una scuola di Torremaggiore, nel Foggiano, il liceo Fiani-Leccisotti. «Avremmo dovuto solo decidere la data, quando invece la professoressa, non senza imbarazzo, mi ha chiamato e spiegato che non se ne faceva più nulla. Alcuni suoi colleghi ritenevano, infatti, che parlare dell’Olocausto e dell’abominio delle leggi razziali volesse dire fare politica a scuola». Con buona pace del riconoscimento istituzionale della Giornata della memoria. «Quando si confonde la storia con la…
«A scuola non si fa politica». È quello che si è sentito dire l’imprenditore e scrittore Roberto Matatia, autore di "I vicini scomodi. Storia di un ebreo di provincia, di sua moglie e dei suoi tre figli", pubblicato da Giuntina nel 2014. Libro che Matatia, di religione ebraica, ha finora presentato in centinaia di scuole in tutta Italia raccontando l’orrore della Shoah.

Matatia aveva ricevuto anche l’invito di una docente di una scuola di Torremaggiore, nel Foggiano, il liceo Fiani-Leccisotti. «Avremmo dovuto solo decidere la data, quando invece la professoressa, non senza imbarazzo, mi ha chiamato e spiegato che non se ne faceva più nulla. Alcuni suoi colleghi ritenevano, infatti, che parlare dell’Olocausto e dell’abominio delle leggi razziali volesse dire fare politica a scuola». Con buona pace del riconoscimento istituzionale della Giornata della memoria. «Quando si confonde la storia con la politica è un brutto segno, quasi come se — commenta Matatia — anche il nascere ebrei abbia una valenza politica. È la prima volta, in dieci anni che frequento le scuole italiane, che mi capita qualcosa di simile». Segno che qualcosa è cambiato? «Se in una società si insinua il dubbio sul rispetto delle persone di etnia e provenienze diverse, il passo successivo è l’antisemitismo».

Fatto sta che Matatia ha denunciato la vicenda, denuncia che non è passata inosservata. Il dirigente dell’istituto, Giancarlo Lamedica, ha preso posizione in una nota ufficiale, nella quale ammette e stigmatizza l’accaduto. «Mi dissocio fermamente da qualunque episodio che — dice il preside — involontariamente abbia in qualche modo offeso e strumentalizzato il notevole valore umano, storico e culturale della sua testimonianza e del suo impegno civile». Fino a rinnovare, ora in via ufficiale, l’invito a Matatia. «L’ho accettato, perché credo che sia importante dialogare con i giovani e — spiega Matatia — renderli consapevoli di quanto di orribile è accaduto proprio qui in Italia, per effetto delle leggi razziali».

Il libro di Matatia, d’altra parte, racconta una storia vera e tragica. «È un romanzo storico-familiare nel quale ricostruisco le vicende della mia famiglia che, originaria di Corfù, giunse in Italia ai primi del ’900 per stabilirsi tra Faenza e Forlì. Furono tutti e cinque deportati ad Auschwitz nel 1943: solo uno di loro, dopo la fine della guerra, riuscì a tornare ma morì di tubercolosi un mese dopo. Io sono nato solo grazie al fatto che mio nonno, non appena vennero promulgate le leggi razziali nel 1938 ebbe l’intuizione di capire quanto di terribile sarebbe accaduto e fuggì con la sua famiglia in Bolivia».