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(reuters)

Omicidio Daphne Caruana Galizia, ci fu un altro incontro tra uno dei killer e il ministro maltese

Nell’inchiesta sulla morte della giornalista investigativa - condotta dal pool di giornalisti internazionale del Daphne Project - spunta un nuovo legame che connette gli esecutori del delitto al governo dell’isola
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The Daphne Project è un lavoro collettivo condotto da un gruppo internazionale di giornalisti in rappresentanza di 18 testate, tra le quali Repubblica, per continuare il lavoro di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese uccisa il 16 ottobre 2017. Nei mesi scorsi sono state pubblicate le altre puntate dell'inchiesta, che hanno consentito di fare luce su alcuni dei misteri che gli assassini di Daphne volevano lasciare nell'oscurità. Ora l'inchiesta si arricchisce di una nuova puntata.

La giornalista Daphne Caruana Galizia 

LA VALLETTA. È passato un anno dal pomeriggio di sangue di Bidnja, quando, alle 15 del 16 ottobre 2017, la Peugeot bianca guidata dalla giornalista investigativa Daphne Caruana Galizia, la voce libera nel cuore corrotto dell’Europa, la sua coscienza critica, quella che aveva denunciato il Sistema Malta…

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The Daphne Project è un lavoro collettivo condotto da un gruppo internazionale di giornalisti in rappresentanza di 18 testate, tra le quali Repubblica, per continuare il lavoro di Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese uccisa il 16 ottobre 2017. Nei mesi scorsi sono state pubblicate le altre puntate dell'inchiesta, che hanno consentito di fare luce su alcuni dei misteri che gli assassini di Daphne volevano lasciare nell'oscurità. Ora l'inchiesta si arricchisce di una nuova puntata.

La giornalista Daphne Caruana Galizia 

LA VALLETTA. È passato un anno dal pomeriggio di sangue di Bidnja, quando, alle 15 del 16 ottobre 2017, la Peugeot bianca guidata dalla giornalista investigativa Daphne Caruana Galizia, la voce libera nel cuore corrotto dell’Europa, la sua coscienza critica, quella che aveva denunciato il Sistema Malta, scoperchiato i segreti di una delle sue centrali di riciclaggio (la Pilatus Bank), nonché la doppia morale e il doppio fondo di uomini chiave del suo governo laburista guidato da Joseph Muscat e compromesso da rapporti opachi con il regime dell’Azerbaijan (il capo di gabinetto Keith Schembri e il suo ministro del turismo Konrad Mizzi erano titolari di società off-shore su cui erano destinati a transitare tangenti pagate da Baku), si trasformò in una palla di fuoco.

Da allora, tre uomini, tre capibastone della malavita locale, arrestati nel dicembre 2017 perché schiacciati dal peso di prove forensi solide al di là di ogni ragionevole dubbio – i fratelli Alfred e George De Giorgio, il loro sodale Vincent Muscat - sono tutt’ora detenuti in attesa di giudizio perché accusati di essere gli esecutori materiali dell’omicidio, di aver collocato a bordo dell’auto di Daphne la bomba con innesco a distanza che l’avrebbe uccisa. Ma le domande chiave di quell’esecuzione, insieme alla richiesta di giustizia di una famiglia, di una parte almeno della società maltese (quella che non ha dimenticato e non vuole dimenticare), del Parlamento Europeo e del Consiglio di Europa, restano inevase: chi ha ordinato la morte di Daphne? E perché? Negli ultimi cinque mesi, il “Daphne Project” di cui “Repubblica” è parte, le sue 18 testate internazionali e i suoi 45 giornalisti coordinati da “Forbidden Stories”, ha continuato a lavorare in cerca di risposte. Convinto – come Daphne era solita ripetere, riassumendo il metodo di ogni lavoro di inchiesta giornalistica – che “the absence of evidence, does not mean evidence of absence”, l’inesistenza della prova di un fatto non è prova dell’inesistenza del fatto. Che la “prova negativa” di una circostanza non autorizzi dunque automaticamente ad escluderla. E nel farlo ha potuto raccogliere nuovi elementi in grado di poter sostenere almeno due circostanze. Che nulla provano sull’identità dei mandanti dell’omicidio, ma molto dicono e aggiungono sul contesto dell’omicidio e sul condizionamento politico che ha impiombato e continua a impiombare un’indagine che il Premier Joseph Muscat aveva solennemente promesso che “non avrebbe guardato in faccia a nessuno” e “per nessuno avrebbe avuto riguardo nella ricerca della verità”.

Quel giorno, Matthew Caruana Galizia racconta il 16 ottobre 2017 - Episodio 1


I rapporti tra i killer e il ministro

La prima circostanza: esisteva un rapporto di conoscenza diretta, e quantomeno di saltuaria frequentazione degli stessi ambienti dell’isola, tra almeno uno degli esecutori materiali dell’omicidio – Alfred De Giorgio – e un ministro chiave del governo laburista, Chris Cardona (titolare del dicastero dell’Economia). Circostanza negata da Cardona nell’aprile scorso, dopo le prime rivelazioni del “Daphne Project”, e ora al contrario confermata da nuove evidenze. Così come almeno una nuova evidenza documente contatti tra lo stesso ministro Cardona, ex avvocato penalista, e un uomo del “Mondo di Sotto” dell’isola, quello dei traffici di greggio dalla Libia, a sua volta legato ad Alfred De Giorgio.

La seconda: almeno fino all’inizio dell’estate scorsa, evidenze cruciali in grado di ricostruire la rete di relazioni degli esecutori materiali dell’omicidio quali i loro tabulati telefonici – in particolare quelli di George De Giorgio, che era stato tenuto sotto controllo telefonico dall’Intelligence maltese nei mesi precedenti al 16 ottobre 2017 - furono negate al magistrato inquirente che conduceva l’inchiesta, Anthony Vella. E questo fino al giorno del suo avvicendamento, nel luglio scorso, voluto dal governo con la sua promozione a giudice e l’assegnazione dell’indagine a un nuovo magistrato, Neville Camilleri. Con ordine, dunque.

Il ministro dell'Economia maltese Christian Cadorna 

A cominciare dalla prima circostanza: i rapporti tra il ministro dell’Economia e Alfred De Giorgio, uno degli esecutori materiali dell’omicidio. Nell’aprile scorso, il “Daphne Project” aveva scoperto come nelle settimane precedenti l’autobomba di Bidnjia e ancora poco tempo dopo, il ministro Chris Cardona fosse stato visto in un bar dell’isola (il “Ferdinand’s” di Siggiewi) colloquiare, in almeno due occasioni, con uno dei fratelli De Giorgio, Alfred. Circostanza che lo stesso Cardona aveva negato, sostenendo di conoscere soltanto di nome i fratelli De Giorgio e solo per la loro fama di malavitosi, “come del resto qualunque altro avvocato penalista dell’isola”. Ebbene, ora, due nuovi testimoni aggiungono un ennesimo dettaglio che fa giustizia delle evasive risposte del ministro. Come il “Daphne Project” ha potuto verificare, i due nuovi testimoni hanno raccontato al nuovo magistrato titolare dell’inchiesta – Neville Camilleri – che il 29 giugno del 2017, quattro mesi prima dell’autobomba, in una villa con piscina di Fawwara, un pugno di case sulle colline a est di Valletta, parteciparono a una festa di addio al celibato durante la quale ebbero modo di vedere che, tra i suoi 40 uomini invitati, c’erano proprio il ministro Cardona e Alfred De Giorgio.

Una circostanza che si potrebbe ritenere di per sé neutra, evidentemente non probante sotto il profilo delle responsabilità nell’omicidio di Daphne, non fosse altro perché non è dato sapere se, durante quella festa, la cui privacy fu protetta da muri di cinta dove è oggi possibile leggere un cartello che suona come un monito (“Non c’è nulla per cui valga la pena morire”), i due uomini ebbero modo di parlare e in che contesto. Ma una circostanza che finisce per diventare a suo modo significativa per almeno due buone ragioni. Perché si aggiunge a quanto riferito già nell’aprile scorso dai testimoni del Ferdinand’s bar. Per il tempo in cui si colloca (quattro mesi prima dell’omicidio) e, soprattutto, perché non solo smentisce la versione sin qui fornita da Cardona, ma solleva anche una semplice domanda sulle sue omissioni. Questa: perché il ministro si ostina a non raccontare la verità sui suoi rapporti con Alfred De Giorgio? Cosa ha da temere?

Raggiunto dal “Daphne Project”, Cardona, attraverso la sua portavoce, ha ritenuto di non dover dare alcuna spiegazione su questa nuova circostanza del party di addio al celibato. Fosse anche solo per negarla. Facendo sapere di “avere cose più importanti che non replicare alle curiosità di un giornalismo sensazionalistico”. E nel sottrarsi alla prima e più importante delle domande ha così impedito che gliene potesse essere rivolta una seconda. Anche questa circostanziale rispetto ai suoi rapporti con il “Mondo di Sotto” dei fratelli De Giorgio, eppure a suo modo significativa. La storia di una telefonata dell’autunno 2016.
 

I tabulati telefonici

Dall’esame dei tabulati telefonici su decine di utenze che hanno in qualche modo interagito con Daphne e il suo lavoro di inchiesta nei mesi precedenti la sua morte e che dunque qualcosa potrebbero dire nella ricostruzione del movente del suo omicidio, è emerso infatti un contatto più interessante di altri. Nell’ottobre del 2016, un anno prima che venga assassinata, accade infatti che Daphne, sul suo blog, dia conto dell’ennesima autobomba con cui è stato eliminato sull’isola uno dei “re” del contrabbando di carburante sottratto alle raffinerie libiche. Nel farlo, Daphne, tratteggiando il profilo della vittima e del suo sistema di relazioni opache, cita un armatore maltese, anche questo legato al “Mondo di sotto” dell’isola, proprietario di una barca da pesca e con alle spalle il coinvolgimento in un’inchiesta per traffico di greggio. L’uomo chiama allora Daphne al telefono e le offre una versione dei fatti che la stessa Daphne fedelmente riporta sul suo blog. Ebbene, quello stesso uomo (di cui il “Daphne Project” conosce l’identità e che ha provato più volte a rintracciare senza successo), secondo quanto documentato dai tabulati noti agli inquirenti e oggetto di accertamento, una volta conclusa la sua conversazione con Daphne avrebbe fatto due successive telefonate. La prima a Chris Cardona. La seconda ad Alfred De Giorgio.


Trattandosi di tabulati, non è dato sapere perché l’armatore maltese abbia sentito l’urgenza dopo aver parlato con Daphne di rivolgersi al ministro dell’economia Cardona e all’uomo che, un anno dopo, la avrebbe uccisa. Né quale fu l’oggetto e il tenore delle due conversazioni. Si tratta dunque, ancora una volta, di una circostanza che non prova più di ciò che dice. E tuttavia è utile a dimostrare come il sistema di relazioni del ministro Chris Cardona con il Mondo di traffici illegali in cui sono stati reclutati gli esecutori materiali dell’omicidio di Daphne era in qualche modo strutturato. Al punto da renderlo, oggi, uno dei principali convitati di pietra di questa storia. Non fosse altro per l’inimicizia profonda che nutriva per Daphne e per l’aggressione legale che le aveva riservato quando la stessa Daphne aveva scritto come il ministro, durante un viaggio di Stato in Germania, avesse trascorso parte del suo tempo in un bordello (Cardona aveva chiesto e ottenuto in via cautelare il sequestro di tutti i conti bancari di Daphne in previsione di un ipotetico risarcimento del danno nella causa per diffamazione che aveva intentato). Non fosse altro per la singolare mossa con cui, nelle settimane scorse, lo stesso Cardona ha rinunciato, nel processo per diffamazione che sta proseguendo di fronte a un tribunale maltese nei confronti degli eredi di Daphne, all’acquisizione dei suoi tabulati telefonici di ministro che avrebbero potuto confermare o smentire una volta per tutte la sua presenza o meno in quel bordello.

Gira insomma largo il ministro Cardona non solo dal giornalismo e dalle domande del “Daphne Project”, ma anche da qualsiasi luogo dove nuove evidenze potrebbero rendere ancora più complicata la sua posizione e aprire uno squarcio sul suo sistema di relazioni. Che è evidentemente decisivo per ricostruire quali fossero eventualmente gli interlocutori che i fratelli De Giorgio e Vincent Muscat hanno avuto nel tempo ed ebbero soprattutto al ridosso dell’omicidio con il Palazzo della Politica maltese.

Nostra madre, Daphne Caruana Galizia - Episodio 2


Il ruolo dei servizi maltesi

È un fatto – e veniamo qui alla seconda delle circostanze accertate dal “Daphne Project” in questi ultimi mesi – che lo strumento cruciale per far compiere all’indagine sui mandanti dell’omicidio di Daphne un significativo passo avanti sia stato, almeno fino all’inizio dell’estate scorsa, di fatto “sequestrato” all’esame del magistrato allora titolare dell’inchiesta, Anthony Vella. Secondo quanto riferito da fonti qualificate al “Daphne Project”, almeno fino al giugno scorso quando sarà avvicendato nell’indagine da Neville Camilleri, Vella si è infatti visto rifiutare dal Servizio Segreto maltese (cui si era formalmente rivolto con una richiesta scritta) la consegna dei tabulati telefonici dei tre uomini arrestati quali esecutori materiali dell’omicidio. Era stato dunque messo nelle condizioni di non poter ricostruire in alcun modo il loro “sistema di relazioni” prima, durante e dopo l’omicidio (i tre uomini sono stati arrestati nel dicembre 2017 e la richiesta di tabulati riguardava il periodo dall’ottobre 2016 al novembre 2017). In particolare, non gli era stato dato alcun accesso ai brogliacci e alle intercettazioni di George De Giorgio, di cui l’Intelligence maltese ascoltava le comunicazioni almeno dall’estate del 2016, quando era stato messo sotto sorveglianza in attività di prevenzione del crimine organizzato.

Leggi: Tangenti e traffico di passaporti, le piste di Daphne

Da ottobre del 2017 al luglio di quest’anno, insomma, soltanto l’Intelligence e la Polizia maltese (entrambe sotto il controllo diretto del Governo) hanno potuto lavorare su quel materiale. Dunque, senza alcuna guida che non fosse il gabinetto del premier Joseph Muscat e al riparo da qualunque scrutinio di un magistrato pure formalmente titolare dell’indagine o delle parti civili (la famiglia di Daphne).  Soltanto in estate – per quanto è stato possibile ricostruire – la pregiudiziale di accesso a quei dati, su autorizzazione del governo, è caduta con il passaggio dell’indagine al nuovo pubblico ministero Neville Camilleri (a Malta, la magistratura dipende a sua volta dall’Esecutivo). E, soltanto nelle prossime settimane o mesi, sarà possibile capire, una volta depositate, quali evidenze il lavoro della Polizia maltese abbia prodotto nella ricerca dei mandanti.

Un fatto è certo. Per almeno otto mesi, da ottobre 2017 al luglio di quest’anno, l’inchiesta ha visto magistratura e polizia lavorare separatamente su una stessa vicenda, in un clima di reciproco sospetto, girando al largo da qualsiasi figura politicamente esposta. A cominciare dal ministro Cardona. E, da otto mesi a questa parte, come il gatto che gioca con il topo, il gabinetto di Muscat ha potuto aprire e chiudere il rubinetto delle rivelazioni sulle indagini in corso, per farne “spin” nei confronti non solo dell’opinione pubblica maltese, ma anche dello sguardo indagatore dell’Europa. Il Parlamento e il Consiglio di Europa, che ha aperto e sta conducendo un’indagine sulla “correttezza e imparzialità” delle indagini sui mandanti dell’omicidio di Daphne in un contesto di aperta ostilità del governo maltese.

Daphne racconta Daphne - Episodio 5


Al punto che, non più tardi di qualche settimana fa, Malta ha chiesto, inutilmente, che il Consiglio revocasse il mandato al suo “osservatore speciale a Malta”, Peter Omtzigt. Dire oggi quando, con che tempi e se l’inchiesta sui mandanti dell’omicidio di Daphne segnerà un qualche passaggio è difficile da prevedere. Anche se non è irragionevole pensare che in coincidenza dell’anniversario di un anno dalla sua morte il Premier Muscat voglia provare a giocare, come del resto ha dimostrato di fare, la carta di una qualche novità giudiziaria “a orologeria” che possa sorprendere o tacitare l’opposizione nel Paese e le opinioni pubbliche europee. Se questo accadrà lo si vedrà nel breve periodo. Un fatto è certo. Per come documentato dalle evidenze raccolte dalla stessa magistratura maltese in questi mesi, è emerso come soltanto dopo il loro arresto (e curiosamente non prima) siano stati condotti controlli sulle disponibilità e le transazioni finanziarie dei tre uomini accusati di essere gli esecutori materiali dell’omicidio.

Per scoprire che i fratelli De Giorgio e Vincent Muscat – all’anagrafe disoccupati incapaci di mettere insieme il pranzo con la cena – oltre a disporre di una collezione di auto di lusso avevano complessivamente giocato, tra vincite e perdite, nei casinò dell’isola 500 mila euro negli ultimi anni. E’ altrettanto certo che la bomba che uccise Daphne fu confezionata in un garage dell’isola nella disponibilità e frequentato da uomini – Robert e Adrian Agius, Jamie Vella - con solidi interessi e legami nei traffici che legano Malta alla Sicilia e all’Albania. Campioni anche loro, come i tre uomini oggi detenuti quali esecutori materiali dell’omicidio, di quel “Mondo di Sotto” che custodisce il nome dei mandanti dell’omicidio per averne ricevuto l’incarico.

The Daphne project: la web serie