Quando il potere fa la guerra ai giornalisti
Anna Lombardi , Marco Ansaldo , Daniele Mastrogiacomo , Raffaella Scuderi , Raffaella Menichini , Andrea Tarquini , Federico Rampini , Nicolò Delvecchio , Giuliano Foschini , Filippo Santelli , di MARCO ANSALDO, CARLO BONINI, NICOLÒ DELVECCHIO, GIULIANO FOSCHINI, ANNA LOMBARDI, DANIELE MASTROGIACOMO, RAFFAELLA MENICHINI, FEDERICO RAMPINI, FILIPPO SANTELLI, RAFFAELLA SCUDERI, ANDREA TARQUINIDagli Usa alla Turchia, dalle Filippine all'Ungheria, fino alle aggressioni di Di Maio e Salvini in Italia. Molti tratti in comune per le democrazie dove la libertà di stampa viene messa quotidianamente sotto attacco dai governi
Da Trump a Duterte, i maestri di fake news di Di Maio e compagni
di RAFFAELLA MENICHINIL'attacco di Luigi Di Maio al gruppo editoriale cui appartiene Repubblica non è caso isolato. In questa distorsione dei rapporti tra giornalisti e potere, dove è il potere a controllare la stampa e non viceversa, e dove la "realtà alternativa" diventa la narrazione dominante, l'Italia si trova in buona compagnia. Si tratta di un trend comune a molti governi democratici che mal tollerano la presenza di fact checker e osservatori indipendenti.
Senza dover arrivare nei luoghi in cui la democrazia è già "morta nell'oscurità" (per dirla con il fortunato slogan che marchia la testata del Washington Post) della censura aperta, come in Cina o in Russia, l'allarme più pressante arriva dagli Stati Uniti in cui Donald Trump ha eletto i media a "nemici del popolo", riscrivendo la realtà quotidianamente su Twi…
Da Trump a Duterte, i maestri di fake news di Di Maio e compagni
di RAFFAELLA MENICHINIL'attacco di Luigi Di Maio al gruppo editoriale cui appartiene Repubblica non è caso isolato. In questa distorsione dei rapporti tra giornalisti e potere, dove è il potere a controllare la stampa e non viceversa, e dove la "realtà alternativa" diventa la narrazione dominante, l'Italia si trova in buona compagnia. Si tratta di un trend comune a molti governi democratici che mal tollerano la presenza di fact checker e osservatori indipendenti.
Senza dover arrivare nei luoghi in cui la democrazia è già "morta nell'oscurità" (per dirla con il fortunato slogan che marchia la testata del Washington Post) della censura aperta, come in Cina o in Russia, l'allarme più pressante arriva dagli Stati Uniti in cui Donald Trump ha eletto i media a "nemici del popolo", riscrivendo la realtà quotidianamente su Twitter, nelle fake news dei gruppi Facebook che lo sostengono e sul proprio account Twitter.
Dall'altra parte del mondo, un altro aspirante caudillo, il filippino Rodrigo Duterte, ha instaurato un sistema di minacce e intimidazioni sui social media contro i giornalisti che può facilmente diventare un format. Così come può trovare emuli, anche in Italia, il neologismo coniato da una blogger poi promossa da Duterte in importanti incarichi di governo: "presstitute", un gioco di parole tra press e prostituta. Strano che Trump e i suoi imitatori non ci abbiano ancora pensato.
Il governo italiano è sceso in campo in forze in questa battaglia contro la libera informazione. Dalle "veline" di Rocco Casalino, agli sberleffi via social di Matteo Salvini, agli auspici di licenziamento dei giornalisti del ministro del Lavoro, fino alle dichiarazioni - ieri - del sottosegretario all'editoria Vito Crimi (M5S): "Nessuno di noi attacca la 'libertà' di stampa. Semmai condanniamo la 'NON-libertà' di stampa. Cioè quella condizione per cui alcuni giornali utilizzano come clave i loro mezzi di informazione piegando i fatti, a volte stravolgendoli e a volte inventandoli, pur di giustificare quello che scrivono contro il governo". Un'acrobazia linguistica per marcare lo stesso territorio: è la stampa a doversi difendere, il potere non si tocca.
Stati Uniti, per Trump i media sono "nemici del popolo"
di FEDERICO RAMPINIFake news: è Donald Trump ad aver reso popolare questo termine, scaraventandolo nel lessico familiare, usandolo come una clava nello scontro politico. Con un rovesciamento delle parti orwelliano. The Donald, ancora semplice tycoon e showman, cominciò nel 2012 a fabbricare la propria futura candidatura con una menzogna spregevole, la leggenda su Barack Obama nato in Kenya, quindi ineleggibile e illegittimo. Fu l'inizio di un'escalation di bugie, comprese quelle sulla sua storia di "self-made man" (è in realtà un rampollo beneficiato dall'eredità paterna, che rischiò di dilapidare). Ma più la stampa denunciava le sue menzogne, più lui rovesciava l'accusa. L'urlo "fake news" divenne slogan da comizio. Nei raduni elettoriali puntava il dito contro i giornalisti, aizzava la folla.
Li insultava di persona, compresa una celebre anchorwoman della Fox (di destra) che gratificò con pesanti allusioni al ciclo mestruale. Poi aggiunse al suo arsenale il termine "bankrupt, failing", anche qui col rovesciamento tipico: il palazzinaro che sei volte ha fatto bancarotta, descrive Cnn, New York Times e Washington Post come dei media sull'orlo del fallimento. La sua base elettorale sta al gioco, e in certi comizi l'atmosfera così surriscaldata ha fatto temere per l'incolumità di alcuni giornalisti. L'effetto sperato sui media invece non c'è stato, anzi. Uno dei risultati dell'offensiva Trump è stata la risalita degli abbonamenti digitali per il New York Times. Il presidente che aggredisce la stampa ha provocato nella base democratica un riflesso di difesa: l'acquisto del giornale come testimonianza, gesto civico, resistenza.
Più difficile è misurare quale sarà l'impatto di lungo periodo delle operazioni raffinate e dissimulate di diffusione di fake news attraverso i social media. L'altra metà del fenomeno infatti è questa e ha registi e mandanti ben oltre la Casa Bianca: il più importante è Vladimir Putin. La ricostruzione delle interferenze russe nella campagna elettorale del 2016 dimostra che non fu banale propaganda pro-Trump. Più sottile ed efficace fu la disseminazione di presunte rivelazioni sulle malefatte di Hillary Clinton, il cui effetto finale era un "così fan tutti, e tutte": si alzava la barra della tolleranza per qualunque cosa facesse Trump.
Li insultava di persona, compresa una celebre anchorwoman della Fox (di destra) che gratificò con pesanti allusioni al ciclo mestruale. Poi aggiunse al suo arsenale il termine "bankrupt, failing", anche qui col rovesciamento tipico: il palazzinaro che sei volte ha fatto bancarotta, descrive Cnn, New York Times e Washington Post come dei media sull'orlo del fallimento. La sua base elettorale sta al gioco, e in certi comizi l'atmosfera così surriscaldata ha fatto temere per l'incolumità di alcuni giornalisti. L'effetto sperato sui media invece non c'è stato, anzi. Uno dei risultati dell'offensiva Trump è stata la risalita degli abbonamenti digitali per il New York Times. Il presidente che aggredisce la stampa ha provocato nella base democratica un riflesso di difesa: l'acquisto del giornale come testimonianza, gesto civico, resistenza.
Più difficile è misurare quale sarà l'impatto di lungo periodo delle operazioni raffinate e dissimulate di diffusione di fake news attraverso i social media. L'altra metà del fenomeno infatti è questa e ha registi e mandanti ben oltre la Casa Bianca: il più importante è Vladimir Putin. La ricostruzione delle interferenze russe nella campagna elettorale del 2016 dimostra che non fu banale propaganda pro-Trump. Più sottile ed efficace fu la disseminazione di presunte rivelazioni sulle malefatte di Hillary Clinton, il cui effetto finale era un "così fan tutti, e tutte": si alzava la barra della tolleranza per qualunque cosa facesse Trump.
Malta, nuovi indizi sul ministro nel giallo di Daphne
di CARLO BONINI E GIULIANO FOSCHINIA un anno dall'autobomba che il 16 ottobre 2017 spense la vita e la voce della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, la domanda più importante sulla sua morte continua a restare inevasa. Chi e perché ha voluto metterla a tacere? Il Daphne Project, consorzio internazionale di giornalismo investigativo di cui Repubblica fa parte, ha continuato a cercare quella risposta, a fronte di un'inchiesta della magistratura che, a oggi, ha fatto registrare due sole novità: l'avvicendamento del titolare dell'indagine (l'equivalente del pubblico ministero, il prosecutor Anthony Vella, promosso giudice, è stato sostituito da Neville Camilleri) e un palese conflitto durante i primi otto mesi dell'inchiesta tra l'ufficio del prosecutor e la polizia maltese che non gli ha messo a disposizione elementi investigativi cruciali come i tabulati telefonici dei tre uomini oggi detenuti perché accusati di essere gli esecutori materiali dell'omicidio (i fratelli George e Alfred De Giorgio e Vincent Muscat, tre malavitosi locali).
L'inchiesta del Daphne Project è al contrario oggi in grado di documentare nuove circostanze che confermano i legami tra il ministro laburista dell'Economia, Chris Cardona, e Alfred De Giorgio, uno dei killer. Dopo la smentita dell'aprile scorso con cui Cardona aveva negato quanto era stato rivelato proprio dal Daphne project circa almeno due incontri con l'uomo in un bar dell'isola prima e dopo l'omicidio, ora nuove rivelazioni accreditano quel legame. Due testimoni (ascoltati dal nuovo titolare dell'inchiesta, Neville Camilleri) riferiscono infatti di aver visto il ministro in compagnia di Alfred De Giorgio il 29 giugno 2017, quattro mesi prima dell'omicidio, in una festa di addio al celibato che si svolgeva in una villa con piscina di Fawwara, piccolo centro a est di Valletta.
Di più: i tabulati telefonici acquisiti dalla polizia maltese documentano come nell'autunno 2016 Cardona era in contatto con un armatore dell'isola oggetto delle inchieste di Daphne sul contrabbando di carburante. Armatore che a sua volta aveva rapporti con Alfred De Giorgio. Il dato emerge dai tabulati telefonici: dopo che Daphne ha scritto su di lui, l'uomo la chiama e le offre una versione dei fatti che la giornalista fedelmente riporta sul suo blog. Ebbene, quello stesso uomo (di cui il Daphne Project conosce l'identità e che ha provato più volte a rintracciare senza successo), secondo quanto documentato dai tabulati noti agli inquirenti e oggetto ora di un approfondito accertamento, una volta conclusa la sua conversazione con Daphne avrebbe fatto due successive telefonate. La prima a Chris Cardona. La seconda ad Alfred De Giorgio.
Si tratta evidentemente di elementi circostanziati che nulla provano sull'identità dei mandanti, ma che rafforzano il ruolo di convitato di pietra del ministro in tutta questa vicenda, di cui potete leggere le nuove rivelazioni qui.
Turchia, la purga di Erdogan: cento in prigione, migliaia i licenziati
di MARCO ANSALDOPiù di cento giornalisti in prigione, svariate migliaia i disoccupati per licenziamento o la chiusura di 160 aziende del settore. Pochissimi i corrispondenti occidentali, i cui giornali si limitano a mandare inviati che tornano nelle loro sedi periodicamente, o affidano il lavoro a free lance. Sono i numeri sullo stato dei media in Turchia. A queste cifre si aggiungono le proprietà dei media, il cui 95% fa riferimento allo Stato o ad aziende vicine al partito Giustizia e sviluppo fondato dal presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdogan. I quotidiani indipendenti sono un pugno. Il maggiore fra loro, Cumhuriyet, fino a pochi mesi fa ha avuto 11 dei suoi dipendenti arrestati, dal direttore editoriale al vignettista, mentre l'edificio che lo ospita è circondato dal filo spinato e controllato da militari, polizia e servizi segreti. Un giro di vite che si è acuito contro la stampa, colpendo anche altre categorie come magistrati, militari, funzionari amministrativi, insegnanti e accademici, in particolare dopo il golpe fallito del luglio 2016. Nonostante il rilascio di Deniz Yücel, il corrispondente da Istanbul del quotidiano tedesco Die Welt, di recente sono state confermate le condanne agli esponenti locali, come quella allo scrittore e giornalista Ahmet Altan.
Ungheria: epurazione in tv e oligarchi censori per conto di Orbán
di ANDREA TARQUINIDa quando è al potere (2010), il premier ungherese Viktor Orbán si è dato tra le sue priorità il controllo dei media. In quelli pubblici agì presto con purghe (mille esuberi), i privati scomodi li ha ridotti all'obbedienza o eliminati grazie agli oligarchi suoi amici. Così è riuscito a realizzare il suo obiettivo senza repressione né censura né arresti. Seguì l'istituzione della Nmhh, l'autorità per il controllo dei media. Formalmente per censurare pornografia, oscenità, insulti ad altri paesi, in realtà per tenere d'occhio i contenuti. Infine sono scomparsi i giornali critici, acquistati dagli oligarchi amici del premier e chiusi.
Polonia: Kaczynski punta a tenere alla larga gli editori stranieri
In Polonia due elementi salvano quel che resta della libertà d'espressione: la volontà di resistenza non violenta della società civile e la sopravvivenza di Gazeta Wyborcza fondata da Adam Michnik. Il partito sovranista al potere, Diritto e Giustizia di Jaroslaw Kaczynski si è mosso come aveva promesso: "Porterò Budapest a Varsavia", aveva detto alludendo al modello di Orbán. Non esistono censura né prigionieri politici, ma i media pubblici sono stati epurati. Il governo vuole limitare la presenza di editori Ue nelle proprietà di testate. E il media più ascoltato è Radio Maryja, l'emittente integralista che appoggia il governo su tutto. (A.T.)
Filippine: Proibito criticare, Manila precipita nella classifica Rsf
di NICOLO' DELVECCHIOIl rapporto tra le Filippine e i media continua ad essere complicato. Quest'anno sono stati uccisi tre giornalisti, e Reporters sans frontières ha declassato il Paese dal 127° al 133° posto nella graduatoria sulla libertà di stampa. Inoltre, i giornalisti dell'Ong Vera Files, impegnati in attività investigative e di fact-checking, sono spesso vittime di minacce, insulti e campagne di disinformazione. A gennaio è stata revocata dalle autorità la licenza alla testata Rappler, tra i siti più visitati. Dal 2016 il presidente Rodrigo Duterte ha spesso attaccato i giornalisti, dichiarando che "non possono ritenersi immuni da omicidi se sono corrotti e non fanno il loro dovere".
Non piace a Pechino: Hong Kong espelle corrispondente del Financial Times
di FILIPPO SANTELLIIl Financial Times la definisce una "espulsione di fatto". La prima in assoluto di un giornalista da quando Hong Kong, nel 1997, è tornata alla Cina. Le autorità della provincia indipendente, oasi di libertà nell'Impero comunista, non hanno rinnovato il visto a Victor Mallet, responsabile dell'Asia per il quotidiano economico-finanziario inglese. Gli hanno dato sette giorni di tempo per raccogliere le sue cose e lasciare una città dove, parole della leadership filo Pechino, "non è più gradito". Nessuna motivazione ufficiale, ma la "colpa" di Mallet è quella di aver organizzato ad agosto una conferenza con Andy Chan, fondatore del Partito nazionalista che chiede l'indipendenza dalla Cina e che di lì a poco sarebbe stato bandito, altro inedito per Hong Kong. Secondo attivisti e colleghi, che ora manifestano, è il segno della crescente influenza di Pechino sull'ex colonia inglese. Così evidente da mettere in discussione il principio che finora ha regolato i loro rapporti: un Paese, due sistemi.
Moldavia, nella morsa della propaganda filorussa
di ANNA LOMBARDI"In Moldavia non c'è programma tv dove la realtà non sia piegata agli interessi dei tanti attori che si contendono il Paese" dice a Repubblica Nadine Gogu, direttore del Centro per il giornalismo indipendente, la più importante Ong che si occupa d'informazione nell'ex repubblica sovietica indipendente dal 1991, al confine fra l'area d'influenza russa e quella dell'Unione europea, internamente lacerata fra la voglia di guardare a occidente e quella di tornare a oriente. "Lacerazione che si riflette anche sull'informazione", dice Lilia Zaharia dell'Associazione stampa indipendente. Con la propaganda filorussa che dipinge un'Europa che sta dimenticando i valori tradizionali ed è sconvolta dalla crisi dei migranti. Con servizi, ad esempio, che mostrano scaffali vuoti in Svezia sostenendo che il welfare nordico è ormai collassato per colpa dell'arrivo di migliaia di profughi. "Usano perfino le stelle", sorride Gogu: "Un astrologo ha predetto che Donald Trump scatenerà una guerra e per questo sarà ucciso. E allora Vladimir Putin salverà il mondo".
Ma anche i filo-europei fanno un uso disinvolto dell'informazione: attaccando gli avversari, ad esempio, sostenendo di aver subito attacchi brutali da parte della polizia anche se non è vero, come nel caso di recenti proteste in vista delle elezioni di novembre. Il Parlamento ha approvato una legge anti-propaganda che per la prima volta introduce il concetto di sicurezza dell'informazione. Ma, spiega Artur Cozma del Consiglio che vigila sugli audiovisivi: "Mancano i mezzi. E siccome qui la gente è abituata a vedere la tv russa sono state vietate news e talk show importati da Mosca. Lasciando libero spazio all'intrattenimento". I cui contenuti sono tutt'altro che innocenti.
Brasile, il trionfo di Bolsonaro viaggia su WhatsApp
di DANIELE MASTROGIACOMORIO DE JANIERO - L'ultima fake news è apparsa ieri pomeriggio, in piena votazione. Un video postato su Youtube ha fatto presto il giro della rete ed è diventato virale anche sui social. Abilmente montato, sosteneva che le macchinette del voto elettronico erano contraffatte: pigiavi qualsiasi tasto e ti appariva Fernando Haddad, il candidato del Pt. Era una bufala. L'ennesima di questa durissima campagna elettorale. Ma era così diffusa da costringere il Tribunale Superiore Elettorale a intervenire su twitter denunciando che si trattava di un falso. Con tanto di spiegazione, sempre video, su come era stato alterato il filmato. In 22 anni di voto elettronico non c'è mai stata una frode. Se Facebook è stato monitorato e costretto a bloccare le notizi false, WhatsApp ha agito come un volano impazzito. E' una messaggeria istantanea, è criptato, qui in Brasile è usato da 120 milioni di utenti sui 147 potenziali votanti. Il 90 per cento lo utilizza oltre 30 volte al giorno. E' stato il perno della campagna. Jair Bolsonaro lo ha sfruttato in modo abile e continuo attraverso una squadra di 100 persone che postava oltre 700 messaggi al giorno. Solo gli utenti stessi hanno fatto da filtro denunciando i falsi. La destra lo ha monopolizzato con 227 gruppi di chat, la sinistra si è limitata a 22. Soltanto la vigilanza di volontari ha consentito di frenare la massa di bugie: quasi mille in due mesi.
Kenya, l'illusione della trasparenza: imboscate e intimidazioni
di RAFFAELLA SCUDERIIl Kenya potrebbe essere considerata un'eccellenza dell'informazione libera: 179 stazioni radio, 60 televisioni statali, e più di 60 quotidiani cartacei. La costituzione del Paese ne riconosce la totale autonomia e ne protegge la libertà di espressione. Tuttavia negli ultimi tre anni i funzionari dell'establishment hanno mostrato una certa intolleranza verso le testate critiche del governo. Nelle elezioni del 2017 ad esempio, quando ancora il presidente Uhuru Kenyatta e il suo rivale Raila Odinga, ora amici fraterni, erano ai ferri corti e il rivale decise di prestare giuramento comunque, il governo impedì ai media la copertura dell'evento. I giornalisti kenyani rischiano anche aggressioni se non imboscate mortali. A settembre 2016, Dennis Otieno, fotografo e giornalista freelance, è stato ucciso nella sua casa senza che si sia mai venuti a capo dei responsabili. La moglie di Otieno disse che i killer prima di ucciderlo gli sottrassero del suo equipaggiamento. David Omwoyo, Ad del Media Council kenyano, ha detto: "Dato che il settore pubblico, composto da ministeri, agenzie governative, universiàt e imprese pubbliche, è uno dei maggiori investitori di pubblicità, non sarà che esista una forte influenza governativa veicolata?".