✕

Emergenza antibiotici. Ecco perché in ospedale nascono i superbatteri

3 minuti di lettura
Non basta poco; ma quasi. Bastano competenze e buone pratiche per arginare almeno, e certo combattere, uno degli scenari più drammatici della salute pubblica attuale: il moltiplicarsi di germi resistenti a qualsiasi farmaco presente sul mercato. Un ultracitato studio inglese di qualche anno fa prevede che entro il 2050 oltre 10 milioni di persone moriranno al mondo per infezioni resistenti agli antibiotici. Più di quanti ne uccidano il cancro o gli incidenti stradali. Una catastrofe. “Ma non è ineluttabile”, ribatte con insistenza agli apocalittici Bruno Viaggi, intensivista all’ospedale universitario di Careggi, a Firenze, e uno dei massimi esperti italiani di sepsi e infezioni.

Non è ineluttabile. E contribuisce a dimostrarlo una nuova ricerca del GiViTI , il “Gruppo italiano per la Valutazione degli interventi in Terapia intensiva” coordinato dall’Istituto Mario Negri di Milano: una rete di professionisti e reparti os…
Non basta poco; ma quasi. Bastano competenze e buone pratiche per arginare almeno, e certo combattere, uno degli scenari più drammatici della salute pubblica attuale: il moltiplicarsi di germi resistenti a qualsiasi farmaco presente sul mercato. Un ultracitato studio inglese di qualche anno fa prevede che entro il 2050 oltre 10 milioni di persone moriranno al mondo per infezioni resistenti agli antibiotici. Più di quanti ne uccidano il cancro o gli incidenti stradali. Una catastrofe. “Ma non è ineluttabile”, ribatte con insistenza agli apocalittici Bruno Viaggi, intensivista all’ospedale universitario di Careggi, a Firenze, e uno dei massimi esperti italiani di sepsi e infezioni.

Non è ineluttabile. E contribuisce a dimostrarlo una nuova ricerca del GiViTI , il “Gruppo italiano per la Valutazione degli interventi in Terapia intensiva” coordinato dall’Istituto Mario Negri di Milano: una rete di professionisti e reparti ospedalieri che da anni mette in comune i dati della propria attività e li analizza insieme alla squadra guidata da Guido Bertolini; nella convinzione che dalle evidenze statistiche, e dalle buone pratiche, si possa partire per migliorare la qualità dell’assistenza. E quindi salvare vite.

GiViTI ha oggi in mano la prima parte di una ricerca che riguarda appunto le multi-farmacoresistenze, una crisi sanitaria di cui l’Italia è uno dei cupi epicentri europei. I ricercatori hanno scandagliato abitudini e risultati nelle cure di quasi 300 terapie intensive in Italia, con il coinvolgimento di migliaia di pazienti. Scoprendo prassi arrugginite che rischiano di farsi volano delle resistenze, anche in luoghi controllati e all’avanguardia come sono le rianimazioni. L’esempio più semplice? Le profilassi, ovvero i farmaci dati per prevenzione in caso di intervento. “Abbiamo le linee guida nazionali forse più belle al mondo. Ma pochi le applicano”, ricorda Viaggi. La letteratura scientifica mostra infatti che, a parte casi eccezionali, le profilassi dovrebbero durare un solo giorno, una sola somministrazione. Ogni amplificazione favorisce più che il malato, i germi: rendendoli più intelligenti e ostili, quindi pericolosi in futuro. Eppure, ancora nel 2017, i tempi medi delle profilassi all’interno delle rianimazioni erano di 4/5 giorni, con ospedali in cui arrivano a durare anche due settimane. Ospedali che agiscono secondo le buone pratiche ci sono, ma sono pochi.

Il secondo aspetto chiave di una strategia capace di controllare la proliferazione di batteri resistenti agli antibiotici sono le cure empiriche: le terapie a largo spettro con cui si tampona l’emergenza prima di conoscere con esattezza le caratteristiche del germe responsabile dell’infezione, e quindi di capire qual è il farmaco adatto a combatterla. Anche in questo caso, i migliori standard dicono che le terapie dovrebbero durare il meno possibile, quattro giorni in media. Eppure esistono reparti dove si prolungano per oltre 10 giorni. Colpa dei laboratori, spiegano i ricercatori GiViTI, che impiegano troppo tempo a dare l’esito dell’antibiogramma, soffocati dalle richieste e dai tagli ai costi del servizio. “Ma è una questione di scelte; non è etico che ci siano differenze tanto macroscopiche nell’assistenza pubblica”, ribatte Viaggi: “La diagnostica rapida esiste e va implementata. È possibile e urgente. Si tratta di salvare vite. Avere laboratori che danno risposte entro un giorno, se non ore, deve diventare necessario”. I dati GiViTI raccontano che si può essere lo stesso oculati nella somministrazione di medicine, in attesa della rapidità delle risposte. Se il paziente non è grave, ovvero ha un rischio di mortalità inferiore al 30%, mostra ad esempio la ricerca, il risultato non cambia, che il farmaco empirico ci sia oppure no. Quindi, il suggerimento è quello di valutare bene se dare l’antibiotico alla cieca o se, non convenga spicciarsi a fare l’antibiogramma e decidere di conseguenza.

Non solo. Il lavoro dei ricercatori coordinati da Mario Negri, prosegue con una serie di consigli classici: la de-escalation, la scelta attenta delle molecole, e altro. Per testare l’efficacia delle buone pratiche raccolte, se applicate, GiViTI, con Bruno Viaggi e altri esperti del settore, sta visitando i primi reparti che si sono resi disponibili. In uno di questi, in Piemonte, è bastato studiare le statistiche e modificare il comportamento dei medici, con sole due riunioni, per ridurre le terapie empiriche da 10 a 7 giorni e le profilassi da 4 a 1. Risultato? Nel 2015 il 48 % dei germi individuati nei pazienti era multiresistente. A fine 2016 lo era il 26%. I batteri-incubo si erano dimezzati. È un piccolo passo. Ma può essere un esempio.



Il Piemonte cambia rotta

Come migliorare l’assistenza? Come riconoscere, e contrastare, la proliferazione di infezioni resistenti a molti, se non a tutti, gli antibiotici in commercio? Partendo dal riconoscere le proprie debolezze, per costruire passo passo gli specifici margini di miglioramento necessari. Come sta provando a fare la Regione Piemonte. Dove oltre 40 reparti usano da tempo gli stessi standard per le cartelle elettroniche: da qui la squadra del GiViTI ha potuto estrarre informazioni precise sui farmaci, i tempi, le prassi utilizzate in quei reparti. E indicare margini di miglioramento personalizzati. Ogni ospedale può scegliere autonomamente su quale indicatore e obiettivo intende lavorare. C’è chi ha puntato sulla riduzione dei tempi della profilassi antibiotica, chi della terapia empirica, chi sull’aumento delle ore dedicate alla visita dei parenti ai pazienti in terapia intensiva. Diversi, ma tutti importanti. “Accettare di farsi osservare dall’esterno non è facile. Ma la trasparenza si è rivelata un'occasione”, racconta ora Sergio Livigni, direttore della Rianimazione al San Giovanni Bosco di Torino. Passato allo scandaglio, il suo reparto aveva dimostrato infatti un problema: la durata delle terapie empiriche, che si prolungavano fino a 12 giorni, lontano dai quattro giorni suggeriti dalla letteratura scientifica come limite prima di iniziare l’azione di contrasto ai germi con le molecole mirate. “Abbiamo capito che era il laboratorio a darci i referti tardi. Quindi, abbiamo stabilito come obiettivo quello di ridurre quell’attesa. E abbiamo cambiato laboratorio: in un solo anno siamo riusciti a ridurre le empiriche a 5 giorni, in media”, spiega: “La condivisione dell’obiettivo ha portato anche a una consapevolezza diffusa: ora siamo capofila di un progetto di formazione sugli antibiotici”.