Pier Luigi Celli: le nomine Rai sono roba da romanzo
Luigi Irdi , di LUIGI IRDINomi bruciati in poche ore, pressioni, salotti e pugnalate. Storie da scriverci sopra un libro. Il manager di fama e di esperienza che è stato direttore generale della Rai dal 1998 al 2001 lo ha fatto. Intervista
A forza di scegliere uomini e far nomine per incarichi di grande responsabilità in aziende pubbliche e private Pier Luigi Celli, 74 anni, manager di fama e di esperienza, ci ha scritto su un romanzo, La stagione delle nomine (Chiarelettere). Corridoi, auto blindate, molto buio e molta pioggia, un paio di cadaveri, vie fangose e stucchi romani. Un quadretto niente male, buono per scoraggiare chi aspira a qualche posto di rilievo in un mondo in cui tutti vogliono qualcosa, ma soprattutto tutti vogliono il privilegio di decidere chi, dove, perché, quanto e ottenendo cosa, in cambio.
Se fosse il capo del governo e dovesse nominare il commissario per la ricostruzione del ponte Morandi di Genova, come farebbe?
"Prendo almeno cinque nomi di tecnici esperti, guardo i curricula, scelgo e nomino. Come ho sempre fatto".
E ai partiti della sua maggioranza non chiede il permesso?
"No".
Ma scusi, lei ha scritto un romanzo in cui descrive la Roma delle nomine, gi…
Se fosse il capo del governo e dovesse nominare il commissario per la ricostruzione del ponte Morandi di Genova, come farebbe?
"Prendo almeno cinque nomi di tecnici esperti, guardo i curricula, scelgo e nomino. Come ho sempre fatto".
E ai partiti della sua maggioranza non chiede il permesso?
"No".
Ma scusi, lei ha scritto un romanzo in cui descrive la Roma delle nomine, gi…
A forza di scegliere uomini e far nomine per incarichi di grande responsabilità in aziende pubbliche e private Pier Luigi Celli, 74 anni, manager di fama e di esperienza, ci ha scritto su un romanzo, La stagione delle nomine (Chiarelettere). Corridoi, auto blindate, molto buio e molta pioggia, un paio di cadaveri, vie fangose e stucchi romani. Un quadretto niente male, buono per scoraggiare chi aspira a qualche posto di rilievo in un mondo in cui tutti vogliono qualcosa, ma soprattutto tutti vogliono il privilegio di decidere chi, dove, perché, quanto e ottenendo cosa, in cambio.
Se fosse il capo del governo e dovesse nominare il commissario per la ricostruzione del ponte Morandi di Genova, come farebbe?
"Prendo almeno cinque nomi di tecnici esperti, guardo i curricula, scelgo e nomino. Come ho sempre fatto".
E ai partiti della sua maggioranza non chiede il permesso?
"No".
Ma scusi, lei ha scritto un romanzo in cui descrive la Roma delle nomine, giochi di sponde politiche, cadaveri e servizi segreti, nobildonne e monsignori, raccomandati e pugnalate alle spalle. Allora di che parliamo?
"Be', ma lei lo chiede a me e io sono fatto così. Nella mia carriera quando ho sentito forzature politiche eccessive ho dato le dimissioni. Dalla Rai me ne sono andato, così come dall'Enit".
In genere invece funziona come nel suo romanzo?
"Ovvio che devi parlare un po' con tutti. Ma poi dipende dalla forza che hai e dalla coerenza nel rapporto tra scelta e merito. Se fai vedere che decidi sempre secondo merito, è difficile darti addosso".
I nuovi governanti non fanno che parlare di curricula e di merito. Sarà contento anche lei.
"Sì, ne hanno parlato un sacco, ma non mi sembra che le loro scelte siano così meritocratiche".
Ha in mente qualcosa di preciso?
"La Rai, certi ministri e sottosegretari".
Aveva mai sentito nominare Marcello Foa, il nuovo presidente della Rai?
"Mai sentito. Ma guardi che è un discorso generale".
Cioè?
"Sembra che il presupposto per assumere certi incarichi di responsabilità sia quello di non aver mai fatto niente".
Oppure di aver progredito di fallimento in fallimento.
"Anche. Ma in fondo il fallimento non è una tara negativa".
Certo. Lo diceva anche Bob Dylan in Love Minus Zero: "There's no success like failure".
"Esatto. Vuol dire che almeno ci hai provato. Però, certo, se continui a fallire, qualche problema c'è. Poi spesso tutto viene lasciato all'improvvisazione".
A cosa pensa?
"A me, per esempio. Nel 1998 mi chiamarono prima Franco Marini, allora segretario del Partito Popolare, e poi Massimo D'Alema, segretario del Pds, chiedendomi di fare il direttore generale della Rai. E io non ci volevo andare".
Perché no?
"Stavo bene all'Enel come capo del personale. E mi pagavano anche di più della Rai. Inoltre sapevo benissimo che mi sarei cacciato in un guaio".
Quindi lei dice "no grazie".
"Sì, e nelle due ore successive succede il finimondo. Mi chiamano tutti, banchieri e monsignori, politici mai visti e conosciuti, pezzi grossi di qualcosa. Mi dicono che esiste un accordo generale sul mio nome, che è tutto pronto e non posso rifiutare".
Le lusinghe della politica fanno presa su tutti.
"Guardi, io ricordo sempre quello che mi diceva Franco Bernabè".
E cosa le diceva?
"Che a certi ambienti bisogna avvicinarsi col lanciafiamme in tasca. Insomma, arrivo sotto casa e mi squilla di nuovo il telefono. Giovanna Melandri, del Pds. Mi dice che allora è tutto a posto e che il presidente sarà Fabiano Fabiani. Bene, rispondo io, è un amico. Vado a letto e la mattina dopo il presidente della Rai è Roberto Zaccaria. Fabiani è andato in fumo. Come vede, ci vuol poco a rimescolare le carte".
E come mai?
"Credo ci fosse qualche perplessità di Luciano Violante, allora presidente della Camera".
Ora, un giornalista come Marcello Foa, definito filo-Putin, sovranista e euroscettico, diventa presidente della più importante industria culturale di un Paese fondatore dell'Unione Europea e che appartiene alla Nato. Quando si fanno queste nomine si tiene conto di queste variabili o no?
"Di solito ci si consulta con tutti, anche con gli specialisti dell'intelligence, per evitare che nel retropalco ci siano cose che non funzionano. Detto questo, però, mi pare che questa compagine politica sia portata a ignorare o sottovalutare le regole del gioco. Diciamo che non hanno le idee molto chiare".
Lei le aveva, alla Rai?
"Ci ho provato. Ho fatto nomine e ho sempre tentato di farle secondo standard di merito".
Ha tentato. Qualche volta è andata e bene e altre è andata male?
"Ovvio. Ho fatto le prime nomine alla Rai dopo sei mesi di studio. C'era un consiglio di amministrazione piuttosto competente di tv. Andò tutto liscio. A parte il caso Minoli".
Caso Minoli?
"Sì. Era un fine luglio del 1998. Giovanni Minoli era stato scelto come capo della Divisione 2. Gli dissi: 'Domattina ti nominiamo, ma non parlarne con nessuno, altrimenti salta tutto'".
Ecco. Giusto.
"Vado al pre consiglio di amministrazione e li trovo già tutti incazzati. Minoli aveva chiamato questo mondo e quell'altro annunciando che sarebbe diventato direttore di divisione e che avrebbe nominato i direttori di rete e dei tg, avrebbe fatto il bello e il cattivo tempo... Risultato, Minoli fatto secco in un nanosecondo".
Ricorda politici particolarmente assillanti, pressioni, telefonate?
"L'unico, forse, Lamberto Dini, che da ministro degli Esteri mi telefonò per chiedermi la nomina a vicedirettore di uno che non era proprio all'altezza. Mi sono un po' arrabbiato. Poi quel tizio l'hanno promosso quando sono andato via".
Secondo lei, il buon vecchio manuale Cencelli è sempre operativo.
"Immagino di sì. Non stanno pianificando come spartirsi le direzioni dei tg? Però ho molta fiducia nel nuovo direttore generale della Rai, Fabrizio Salini, secondo me è un bravo manager, ha il curriculum giusto".
Ci consoliamo. È lui che ha in mano il pallino del potere decisionale.
"Certo. Il potere del presidente è scarsino. Convoca il consiglio di amministrazione, su un ordine del giorno deciso in gran parte dal direttore generale, rappresenta legalmente la società e tiene i rapporti, è lì che può combinare guai".
Ma può promettere favori?
"Sì. Ma non ha l'autorità di imporre nulla. Quindi dipende tutto dal direttore generale. Il presidente dovrebbe essere una persona con una statura pubblica di un certo peso. Dovrebbe".
Mi sembra di intuire che secondo lei Foa non è stata la scelta giusta.
"Se pensiamo a personaggi come Paolo Mieli, Ferruccio de Bortoli o Ezio Mauro, diciamo che si poteva scegliere meglio".
Lei pensa che un soggetto di minor spessore sia più debole e quindi meglio disposto nei confronti di chi l'ha nominato?
"Ma è ovvio. Innanzitutto deve ringraziare chi lo ha messo in quel posto no?".
A essere onesti non è che questa sia una novità.
"Certo. Ma un presidente con personalità e autorevolezza maggiori è una garanzia di indipendenza per tutti. Solo che poi la paghi".
Anche lei ha in mente qualcuno.
"Pensavo a Francesco Caio, ex amministratore delegato delle Poste. È stato uno dei pochi a non essere confermato nel suo incarico dopo il primo mandato. Forse perché ha detto qualche no di troppo".
Quali no?
"Magari non ha voluto mettere soldi nel Monte dei Paschi o in Alitalia, o nel fondo Pioneer, per il bene di Poste Italiane. Se dici no al potere politico poi qualcuno se la lega al dito".
Come si manifesta la gratitudine di un nominato nei confronti di chi lo ha scelto?
"Facile. Nel tradire appena ne ha l'occasione e passare al campo avverso".
Ah ecco. Basta distrarsi un attimo e zac, quello ti volta le spalle.
"Certo. E il gioco ricomincia".
Per il divertimento dei salotti romani. Nel suo libro ci sono anche quelli. Ne avrà avuto buona esperienza anche lei.
"Mai messo piede".
Neanche in quello della mitica Angiolillo?
"Macché. La Angiolillo arrivò al punto di insultare mia moglie. 'Ma chi si crede di essere suo marito per snobbare il mio salotto?'".
Già, chi si crede di essere lei, dottor Celli?
"È un po' che me lo chiedo anch'io".
Sul Venerdi del 19 ottobre 2018
Se fosse il capo del governo e dovesse nominare il commissario per la ricostruzione del ponte Morandi di Genova, come farebbe?
"Prendo almeno cinque nomi di tecnici esperti, guardo i curricula, scelgo e nomino. Come ho sempre fatto".
E ai partiti della sua maggioranza non chiede il permesso?
"No".
Ma scusi, lei ha scritto un romanzo in cui descrive la Roma delle nomine, giochi di sponde politiche, cadaveri e servizi segreti, nobildonne e monsignori, raccomandati e pugnalate alle spalle. Allora di che parliamo?
"Be', ma lei lo chiede a me e io sono fatto così. Nella mia carriera quando ho sentito forzature politiche eccessive ho dato le dimissioni. Dalla Rai me ne sono andato, così come dall'Enit".
In genere invece funziona come nel suo romanzo?
"Ovvio che devi parlare un po' con tutti. Ma poi dipende dalla forza che hai e dalla coerenza nel rapporto tra scelta e merito. Se fai vedere che decidi sempre secondo merito, è difficile darti addosso".
I nuovi governanti non fanno che parlare di curricula e di merito. Sarà contento anche lei.
"Sì, ne hanno parlato un sacco, ma non mi sembra che le loro scelte siano così meritocratiche".
Ha in mente qualcosa di preciso?
"La Rai, certi ministri e sottosegretari".
Aveva mai sentito nominare Marcello Foa, il nuovo presidente della Rai?
"Mai sentito. Ma guardi che è un discorso generale".
Cioè?
"Sembra che il presupposto per assumere certi incarichi di responsabilità sia quello di non aver mai fatto niente".
Oppure di aver progredito di fallimento in fallimento.
"Anche. Ma in fondo il fallimento non è una tara negativa".
Certo. Lo diceva anche Bob Dylan in Love Minus Zero: "There's no success like failure".
"Esatto. Vuol dire che almeno ci hai provato. Però, certo, se continui a fallire, qualche problema c'è. Poi spesso tutto viene lasciato all'improvvisazione".
A cosa pensa?
"A me, per esempio. Nel 1998 mi chiamarono prima Franco Marini, allora segretario del Partito Popolare, e poi Massimo D'Alema, segretario del Pds, chiedendomi di fare il direttore generale della Rai. E io non ci volevo andare".
Perché no?
"Stavo bene all'Enel come capo del personale. E mi pagavano anche di più della Rai. Inoltre sapevo benissimo che mi sarei cacciato in un guaio".
Quindi lei dice "no grazie".
"Sì, e nelle due ore successive succede il finimondo. Mi chiamano tutti, banchieri e monsignori, politici mai visti e conosciuti, pezzi grossi di qualcosa. Mi dicono che esiste un accordo generale sul mio nome, che è tutto pronto e non posso rifiutare".
Le lusinghe della politica fanno presa su tutti.
"Guardi, io ricordo sempre quello che mi diceva Franco Bernabè".
E cosa le diceva?
"Che a certi ambienti bisogna avvicinarsi col lanciafiamme in tasca. Insomma, arrivo sotto casa e mi squilla di nuovo il telefono. Giovanna Melandri, del Pds. Mi dice che allora è tutto a posto e che il presidente sarà Fabiano Fabiani. Bene, rispondo io, è un amico. Vado a letto e la mattina dopo il presidente della Rai è Roberto Zaccaria. Fabiani è andato in fumo. Come vede, ci vuol poco a rimescolare le carte".
E come mai?
"Credo ci fosse qualche perplessità di Luciano Violante, allora presidente della Camera".
Ora, un giornalista come Marcello Foa, definito filo-Putin, sovranista e euroscettico, diventa presidente della più importante industria culturale di un Paese fondatore dell'Unione Europea e che appartiene alla Nato. Quando si fanno queste nomine si tiene conto di queste variabili o no?
"Di solito ci si consulta con tutti, anche con gli specialisti dell'intelligence, per evitare che nel retropalco ci siano cose che non funzionano. Detto questo, però, mi pare che questa compagine politica sia portata a ignorare o sottovalutare le regole del gioco. Diciamo che non hanno le idee molto chiare".
Lei le aveva, alla Rai?
"Ci ho provato. Ho fatto nomine e ho sempre tentato di farle secondo standard di merito".
Ha tentato. Qualche volta è andata e bene e altre è andata male?
"Ovvio. Ho fatto le prime nomine alla Rai dopo sei mesi di studio. C'era un consiglio di amministrazione piuttosto competente di tv. Andò tutto liscio. A parte il caso Minoli".
Caso Minoli?
"Sì. Era un fine luglio del 1998. Giovanni Minoli era stato scelto come capo della Divisione 2. Gli dissi: 'Domattina ti nominiamo, ma non parlarne con nessuno, altrimenti salta tutto'".
Ecco. Giusto.
"Vado al pre consiglio di amministrazione e li trovo già tutti incazzati. Minoli aveva chiamato questo mondo e quell'altro annunciando che sarebbe diventato direttore di divisione e che avrebbe nominato i direttori di rete e dei tg, avrebbe fatto il bello e il cattivo tempo... Risultato, Minoli fatto secco in un nanosecondo".
Ricorda politici particolarmente assillanti, pressioni, telefonate?
"L'unico, forse, Lamberto Dini, che da ministro degli Esteri mi telefonò per chiedermi la nomina a vicedirettore di uno che non era proprio all'altezza. Mi sono un po' arrabbiato. Poi quel tizio l'hanno promosso quando sono andato via".
Secondo lei, il buon vecchio manuale Cencelli è sempre operativo.
"Immagino di sì. Non stanno pianificando come spartirsi le direzioni dei tg? Però ho molta fiducia nel nuovo direttore generale della Rai, Fabrizio Salini, secondo me è un bravo manager, ha il curriculum giusto".
Ci consoliamo. È lui che ha in mano il pallino del potere decisionale.
"Certo. Il potere del presidente è scarsino. Convoca il consiglio di amministrazione, su un ordine del giorno deciso in gran parte dal direttore generale, rappresenta legalmente la società e tiene i rapporti, è lì che può combinare guai".
Ma può promettere favori?
"Sì. Ma non ha l'autorità di imporre nulla. Quindi dipende tutto dal direttore generale. Il presidente dovrebbe essere una persona con una statura pubblica di un certo peso. Dovrebbe".
Mi sembra di intuire che secondo lei Foa non è stata la scelta giusta.
"Se pensiamo a personaggi come Paolo Mieli, Ferruccio de Bortoli o Ezio Mauro, diciamo che si poteva scegliere meglio".
Lei pensa che un soggetto di minor spessore sia più debole e quindi meglio disposto nei confronti di chi l'ha nominato?
"Ma è ovvio. Innanzitutto deve ringraziare chi lo ha messo in quel posto no?".
A essere onesti non è che questa sia una novità.
"Certo. Ma un presidente con personalità e autorevolezza maggiori è una garanzia di indipendenza per tutti. Solo che poi la paghi".
Anche lei ha in mente qualcuno.
"Pensavo a Francesco Caio, ex amministratore delegato delle Poste. È stato uno dei pochi a non essere confermato nel suo incarico dopo il primo mandato. Forse perché ha detto qualche no di troppo".
Quali no?
"Magari non ha voluto mettere soldi nel Monte dei Paschi o in Alitalia, o nel fondo Pioneer, per il bene di Poste Italiane. Se dici no al potere politico poi qualcuno se la lega al dito".
Come si manifesta la gratitudine di un nominato nei confronti di chi lo ha scelto?
"Facile. Nel tradire appena ne ha l'occasione e passare al campo avverso".
Ah ecco. Basta distrarsi un attimo e zac, quello ti volta le spalle.
"Certo. E il gioco ricomincia".
Per il divertimento dei salotti romani. Nel suo libro ci sono anche quelli. Ne avrà avuto buona esperienza anche lei.
"Mai messo piede".
Neanche in quello della mitica Angiolillo?
"Macché. La Angiolillo arrivò al punto di insultare mia moglie. 'Ma chi si crede di essere suo marito per snobbare il mio salotto?'".
Già, chi si crede di essere lei, dottor Celli?
"È un po' che me lo chiedo anch'io".
Sul Venerdi del 19 ottobre 2018