Una tassa sui soft drink: c'è in 22 paesi nel mondo. E ora tocca all'Italia
di AGNESE CODIGNOLA
Una parte consistente del mondo lotta quotidianamente con i chili di troppo, anche in paesi come l’Italia dove, storicamente, le abitudini alimentari sono virtuose. Secondo gli ultimi dati dell’Oms (relativi al 2016), il tasso di obesità mondiale è triplicato dal 1975 a oggi: al momento, quasi due miliardi di adulti sono in sovrappeso e 650 milioni obesi, mentre tra i bambini e i ragazzi tra i 5 e i 19 anni, quelli in sovrappeso od obesi sono 340 milioni. L’Italia è allineata con questi numeri: tra i bambini in età scolare, uno su tre è obeso o in sovrappeso, mentre tra gli adulti uno su dieci è obeso, e il 35% dovrebbe perdere chili.
Che fare? La domanda è sul tavolo da anni, perché a questi numeri corrispondono malattie metaboliche, cardio e cerebrovascolari dai costi sociosanitari enormi, che si potrebbero ridurre o contenere con l’adozione di stili di alimentazione e di vita più sani. Nell&rsqu…
Che fare? La domanda è sul tavolo da anni, perché a questi numeri corrispondono malattie metaboliche, cardio e cerebrovascolari dai costi sociosanitari enormi, che si potrebbero ridurre o contenere con l’adozione di stili di alimentazione e di vita più sani. Nell&rsqu…
Una parte consistente del mondo lotta quotidianamente con i chili di troppo, anche in paesi come l’Italia dove, storicamente, le abitudini alimentari sono virtuose. Secondo gli ultimi dati dell’Oms (relativi al 2016), il tasso di obesità mondiale è triplicato dal 1975 a oggi: al momento, quasi due miliardi di adulti sono in sovrappeso e 650 milioni obesi, mentre tra i bambini e i ragazzi tra i 5 e i 19 anni, quelli in sovrappeso od obesi sono 340 milioni. L’Italia è allineata con questi numeri: tra i bambini in età scolare, uno su tre è obeso o in sovrappeso, mentre tra gli adulti uno su dieci è obeso, e il 35% dovrebbe perdere chili.
Che fare? La domanda è sul tavolo da anni, perché a questi numeri corrispondono malattie metaboliche, cardio e cerebrovascolari dai costi sociosanitari enormi, che si potrebbero ridurre o contenere con l’adozione di stili di alimentazione e di vita più sani. Nell’ultimo decennio ci sono state numerose proposte, avanzate da autorità sanitarie e centri di ricerca, anche se quelle sperimentate sul campo in modo affidabile sono state e sono ancora poche. Su tutte, una: l’adozione della sugar tax, una tassa specifica sulle bevande che contengono concentrazioni di zucchero superiori a quelle considerate massime, le famigerate soda, che ora il sito ilfattoalimentare.it, sostenuto da decine di specialisti della nutrizione e da diverse società scientifiche chiede al governo di introdurre anche in Italia, con una lettera aperta al ministero della Salute resa nota oggi.
La sugar tax è un aumento di prezzo di vendita che, secondo l’Oms, per avere effetti significativi deve essere non inferiore al 20%. Così, per esempio, in Gran Bretagna, dove è stata introdotta il 6 aprile scorso, una bevanda che contenga tra i 5 e gli 8 grammi di zucchero ogni 100 costa 20 centesimi di euro in più rispetto al prezzo di prima. Il ricavato di questa tassazione, sempre secondo le indicazioni della stessa Oms, deve essere reinvestito in iniziative che aiutino i giovani (e non solo) a mangiare e bere meglio e a fare più attività fisica.
Lo scopo che si cerca di ottenere con l’aumento di prezzo è duplice: da una parte si vuole scoraggiare l’acquisto di soda, che dovrebbero essere consumate solo in occasioni speciali (per esempio un festeggiamento), e dall’altra si vogliono spingere le aziende a riformulare le ricette: per non incorrere nella tassa, sarebbero infatti loro stesse ad abbassare gli zuccheri. In Gran Bretagna sta funzionando; oggi, per esempio, la quantità di zucchero contenuta in Fanta e Schweppes varia da 4,5 a 4,9 g per 100 ml, mentre in Italia oscilla fra 8,9 e 11,8 g. Lo stesso vale per l’aranciata Sanpellegrino, di proprietà di Nestlè: se in Italia contiene 10,1 g di zucchero, in Gran Bretagna si ferma a 4,7 g.
Con alcune variazioni sulle bevande coinvolte (in alcuni paesi sono comprese quelle a base di latte con aggiunte varie e alcuni tipi di succhi di frutta, in altri no), sull’entità della tassa e sul livello limite di zuccheri, a partire dal 2011 la sugar tax è stata introdotta in Irlanda, Sudafrica, Estonia, Filippine, Norvegia, negli Emirati, in Portogallo, in Arabia Saudita, a Barbados, in Belgio, in Brunei, in Danimarca, alle Figi, in Finlandia, a Kiribati, alle Mauritius, alle Samoa, in Spagna, a Tonga, a Vanuatu, negli Stati Uniti e in Messico, caso che ha fatto scuola. Tutto ciò costituisce una solida base per chiedere l’introduzione anche in Italia, come conferma Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto Superiore di Sanità: “Secondo i nostri dati l’obesità continua ad aumentare, e ormai siamo posizionati in fondo alla classifica insieme alla Grecia e agli Stati Uniti. Non fare nulla significa dover affrontare questioni molto gravi in futuro: per esempio, le Asl dovranno predisporre un’assistenza sanitaria specifica, costosa e impegnativa per l’incremento di persone in sovrappeso. Dobbiamo agire. E per invertire la rotta dobbiamo utilizzare strumenti basati sulle evidenze scientifiche, che dicono che la tassa sullo zucchero abbinata a politiche educative e al sostegno dei redditi deboli per l’acquisto di alimenti come frutta, verdura e cereali, funziona. Per questo siamo del tutto favorevoli all’introduzione della sugar tax nelle forme indicate dall’Oms. Altre iniziative come le etichette nutrizionali o i tetti alle pubblicità (soprattutto rivolte ai bambini) possono aiutare ma, in un paese dove l’analfabetismo nutrizionale è diffuso, non bastano”.
Secondo l’Unesda (Unione delle associazioni Europee delle bevande) nel 2017 in Italia sono stati consumati circa 2.950 milioni di litri di bevande zuccherate: una tassa del 20%, che porterebbe a un aumento del prezzo di 16 centesimi di euro al litro, frutterebbe 470 milioni di euro da reinvestire in palestre per le scuole, per esempio. E anche se funzionasse benissimo, cioè facesse vendere la metà dei soft drink venduti oggi, frutterebbe 235 milioni di euro all’anno. Non poco, in tempi di tagli alla sanità che, inevitabilmente, si traducono anche in tagli alle iniziative di prevenzione.
Sui dolcificanti ne sappiamo troppo poco
Per controllare il peso - e diminuire così il rischio di malattie metaboliche e obesità - sono meglio dello zucchero, quando si tratta di rendere dolce una bevanda, ma andrebbero sempre considerati con prudenza, perché degli effetti a lungo termine di un’assunzione cronica se ne sa ancora troppo poco. Questo il messaggio lanciato dai cardiologi statunitensi attraverso un documento, pubblicato su Circulation. Che suggeriscono così come la cosa migliore è abituarsi al gusto di bevande e alimenti non dolcificati, ma dai sapori naturali.
Gli specialisti americani ribadiscono che i dolcificanti più comuni e approvati dalla Food and Drug Administration (tra i quali l’aspartame, la saccarina, l’acesulfame-k, il sucralosio, il neotame, l’advantame e la stevia) apportano pochissime calorie, e con ciò danno una mano contro l’obesità e le sue conseguenze, ma con ogni probabilità non sono innocui. Di sicuro alterano profondamente la microflora intestinale, e modificano il metabolismo degli zuccheri; per il resto non se ne sa quasi nulla, perché mancano studi affidabili e approfonditi.
Per questo andrebbero assunti in modo occasionale e, in taluni specifici casi, con molta prudenza. Così, i bambini non dovrebbero bere bevande dolcificate per lunghi periodi (tranne nel caso in cui soffrano di diabete di tipo 1: in quel caso sono da preferire allo zucchero per evitare picchi). E gli adulti dovrebbero fare lo stesso con una sola eccezione: qualora ricorrano ai dolcificanti come surrogati dello zucchero nel tentativo di abbandonare l’abitudine a bere soft drink zuccherati tutti i giorni. Non solo: le donne incinte dovrebbero evitare le bevande dolcificate (e dolci), perché il feto si abitua al gusto dolce e in seguito sarà più propenso a cercarlo. Negli Stati Uniti nel periodo 2007-2010 il 32% delle bevande consumate dagli adulti e il 19% di quelle bevute dai bambini conteneva un dolcificante, e sono quindi ancora troppi coloro che preferiscono quel tipo di gusto a quello dell’acqua, e che spesso rischiano perché ne bevono ogni giorno. Ma soprattutto, concludono i cardiologi, è urgente finanziare studi che consentano di conoscere queste sostanze nel dettaglio.
Che fare? La domanda è sul tavolo da anni, perché a questi numeri corrispondono malattie metaboliche, cardio e cerebrovascolari dai costi sociosanitari enormi, che si potrebbero ridurre o contenere con l’adozione di stili di alimentazione e di vita più sani. Nell’ultimo decennio ci sono state numerose proposte, avanzate da autorità sanitarie e centri di ricerca, anche se quelle sperimentate sul campo in modo affidabile sono state e sono ancora poche. Su tutte, una: l’adozione della sugar tax, una tassa specifica sulle bevande che contengono concentrazioni di zucchero superiori a quelle considerate massime, le famigerate soda, che ora il sito ilfattoalimentare.it, sostenuto da decine di specialisti della nutrizione e da diverse società scientifiche chiede al governo di introdurre anche in Italia, con una lettera aperta al ministero della Salute resa nota oggi.
La sugar tax è un aumento di prezzo di vendita che, secondo l’Oms, per avere effetti significativi deve essere non inferiore al 20%. Così, per esempio, in Gran Bretagna, dove è stata introdotta il 6 aprile scorso, una bevanda che contenga tra i 5 e gli 8 grammi di zucchero ogni 100 costa 20 centesimi di euro in più rispetto al prezzo di prima. Il ricavato di questa tassazione, sempre secondo le indicazioni della stessa Oms, deve essere reinvestito in iniziative che aiutino i giovani (e non solo) a mangiare e bere meglio e a fare più attività fisica.
Lo scopo che si cerca di ottenere con l’aumento di prezzo è duplice: da una parte si vuole scoraggiare l’acquisto di soda, che dovrebbero essere consumate solo in occasioni speciali (per esempio un festeggiamento), e dall’altra si vogliono spingere le aziende a riformulare le ricette: per non incorrere nella tassa, sarebbero infatti loro stesse ad abbassare gli zuccheri. In Gran Bretagna sta funzionando; oggi, per esempio, la quantità di zucchero contenuta in Fanta e Schweppes varia da 4,5 a 4,9 g per 100 ml, mentre in Italia oscilla fra 8,9 e 11,8 g. Lo stesso vale per l’aranciata Sanpellegrino, di proprietà di Nestlè: se in Italia contiene 10,1 g di zucchero, in Gran Bretagna si ferma a 4,7 g.
Con alcune variazioni sulle bevande coinvolte (in alcuni paesi sono comprese quelle a base di latte con aggiunte varie e alcuni tipi di succhi di frutta, in altri no), sull’entità della tassa e sul livello limite di zuccheri, a partire dal 2011 la sugar tax è stata introdotta in Irlanda, Sudafrica, Estonia, Filippine, Norvegia, negli Emirati, in Portogallo, in Arabia Saudita, a Barbados, in Belgio, in Brunei, in Danimarca, alle Figi, in Finlandia, a Kiribati, alle Mauritius, alle Samoa, in Spagna, a Tonga, a Vanuatu, negli Stati Uniti e in Messico, caso che ha fatto scuola. Tutto ciò costituisce una solida base per chiedere l’introduzione anche in Italia, come conferma Walter Ricciardi, direttore dell’Istituto Superiore di Sanità: “Secondo i nostri dati l’obesità continua ad aumentare, e ormai siamo posizionati in fondo alla classifica insieme alla Grecia e agli Stati Uniti. Non fare nulla significa dover affrontare questioni molto gravi in futuro: per esempio, le Asl dovranno predisporre un’assistenza sanitaria specifica, costosa e impegnativa per l’incremento di persone in sovrappeso. Dobbiamo agire. E per invertire la rotta dobbiamo utilizzare strumenti basati sulle evidenze scientifiche, che dicono che la tassa sullo zucchero abbinata a politiche educative e al sostegno dei redditi deboli per l’acquisto di alimenti come frutta, verdura e cereali, funziona. Per questo siamo del tutto favorevoli all’introduzione della sugar tax nelle forme indicate dall’Oms. Altre iniziative come le etichette nutrizionali o i tetti alle pubblicità (soprattutto rivolte ai bambini) possono aiutare ma, in un paese dove l’analfabetismo nutrizionale è diffuso, non bastano”.
Secondo l’Unesda (Unione delle associazioni Europee delle bevande) nel 2017 in Italia sono stati consumati circa 2.950 milioni di litri di bevande zuccherate: una tassa del 20%, che porterebbe a un aumento del prezzo di 16 centesimi di euro al litro, frutterebbe 470 milioni di euro da reinvestire in palestre per le scuole, per esempio. E anche se funzionasse benissimo, cioè facesse vendere la metà dei soft drink venduti oggi, frutterebbe 235 milioni di euro all’anno. Non poco, in tempi di tagli alla sanità che, inevitabilmente, si traducono anche in tagli alle iniziative di prevenzione.
Sui dolcificanti ne sappiamo troppo poco
Per controllare il peso - e diminuire così il rischio di malattie metaboliche e obesità - sono meglio dello zucchero, quando si tratta di rendere dolce una bevanda, ma andrebbero sempre considerati con prudenza, perché degli effetti a lungo termine di un’assunzione cronica se ne sa ancora troppo poco. Questo il messaggio lanciato dai cardiologi statunitensi attraverso un documento, pubblicato su Circulation. Che suggeriscono così come la cosa migliore è abituarsi al gusto di bevande e alimenti non dolcificati, ma dai sapori naturali.
Gli specialisti americani ribadiscono che i dolcificanti più comuni e approvati dalla Food and Drug Administration (tra i quali l’aspartame, la saccarina, l’acesulfame-k, il sucralosio, il neotame, l’advantame e la stevia) apportano pochissime calorie, e con ciò danno una mano contro l’obesità e le sue conseguenze, ma con ogni probabilità non sono innocui. Di sicuro alterano profondamente la microflora intestinale, e modificano il metabolismo degli zuccheri; per il resto non se ne sa quasi nulla, perché mancano studi affidabili e approfonditi.
Per questo andrebbero assunti in modo occasionale e, in taluni specifici casi, con molta prudenza. Così, i bambini non dovrebbero bere bevande dolcificate per lunghi periodi (tranne nel caso in cui soffrano di diabete di tipo 1: in quel caso sono da preferire allo zucchero per evitare picchi). E gli adulti dovrebbero fare lo stesso con una sola eccezione: qualora ricorrano ai dolcificanti come surrogati dello zucchero nel tentativo di abbandonare l’abitudine a bere soft drink zuccherati tutti i giorni. Non solo: le donne incinte dovrebbero evitare le bevande dolcificate (e dolci), perché il feto si abitua al gusto dolce e in seguito sarà più propenso a cercarlo. Negli Stati Uniti nel periodo 2007-2010 il 32% delle bevande consumate dagli adulti e il 19% di quelle bevute dai bambini conteneva un dolcificante, e sono quindi ancora troppi coloro che preferiscono quel tipo di gusto a quello dell’acqua, e che spesso rischiano perché ne bevono ogni giorno. Ma soprattutto, concludono i cardiologi, è urgente finanziare studi che consentano di conoscere queste sostanze nel dettaglio.