Nei borghi distrutti dal sisma anche le notizie non arrivano più
Paolo G. Brera
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di PAOLO G.BRERA
Da Visso a Arquata del Tronto edicole sbarrate e giornali introvabili. I distributori: costi insostenibili. I residenti: così siamo tagliati fuori dal mondo
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
MACERATA. Pure le notizie, a forza di arrancare tra borghi squassati dal sisma, si sono arrese. Addio ai monti. Fino a marzo ci pensava Maria Paola, la bidella di Visso, a portarle su in corriera dal mare: «Che vuoi, domani, Bruno? "Repubblica" e "Gazzetta". Veniva su tutti i santi giorni da Morrovalle, ma poi «finalmente le hanno assegnato la casetta qui a Ussita, e addio carta stampata», racconta il vecchio edicolante del paese, Bruno Falconetti, allargando le braccia con un sorriso. Nel casotto precario del suo nuovo “Bar due Monti” i giornali non li vende più.
Valli a trovare, i quotidiani e i settimanali di carta, in questi villaggi giallognoli miseramente uguali l’un l’altro che hanno preso il posto di ciò che resta dei paesi di pietra, così belli e fragili. In tutta l’alta valle del Nera non ci sono più edicole. Se l’è mangiate il sisma, e non le ha restituite. Le ha div…
MACERATA. Pure le notizie, a forza di arrancare tra borghi squassati dal sisma, si sono arrese. Addio ai monti. Fino a marzo ci pensava Maria Paola, la bidella di Visso, a portarle su in corriera dal mare: «Che vuoi, domani, Bruno? "Repubblica" e "Gazzetta". Veniva su tutti i santi giorni da Morrovalle, ma poi «finalmente le hanno assegnato la casetta qui a Ussita, e addio carta stampata», racconta il vecchio edicolante del paese, Bruno Falconetti, allargando le braccia con un sorriso. Nel casotto precario del suo nuovo “Bar due Monti” i giornali non li vende più.
Valli a trovare, i quotidiani e i settimanali di carta, in questi villaggi giallognoli miseramente uguali l’un l’altro che hanno preso il posto di ciò che resta dei paesi di pietra, così belli e fragili. In tutta l’alta valle del Nera non ci sono più edicole. Se l’è mangiate il sisma, e non le ha restituite. Le ha divorate anche ad Arquata del Tronto, valle vicina e irraggiungibile ora che la strada per Castelluccio è impraticabile: «Tredici frazioni, 90 chilometri quadrati di territorio e nemmeno un’edicola — dice il sindaco, Aleandro Petrucci — se leggiamo i giornali è perché qualcuno ne porta una copia al bar: non li consegnano più».
Pieve Torina (Macerata). Le bacheche dell edicola di Laura Santoni. Sullo sfondo i container che ospitano la popolazione colpita dal sisma del 2016 (agf)
Ci si arrangia come nell’Italia contadina e preindustriale: al bar edicola di Antonella Barbonari a Castelsantangelo sul Nera ci pensa Alfredo, il dipendente del Comune che vien su ogni mattina da Macerata. Già che c’è si ferma lungo la strada e compra una copia pure per il Caffè Sibilla a Visso, quello tutto nuovo in legno sgargiante nel centro commerciale donato da un imprenditore: «Sua figlia è la moglie del titolare», spiega il cameriere; e così anche lì, tra una brioche e un cappuccino, puoi stropicciare il quotidiano.
A Campotosto, uno dei borghi del cratere più difficili da raggiungere, nel parco del Gran Sasso sopra Amatrice, le notizie arrivano con la sirena di Kevin e Roberta, operatori del 118. Li acquistano ogni mattina a Montereale prima iniziare il turno, poi risalgono in ambulanza i monti su una striscia d’asfalto di 37 chilometri, tutte curve fino al bar Villa. Caffè, notizie e controllo della pressione.
Nei tre paesi dell’Alta valle del Nera — Visso, Ussita e Castelsantangelo — esistevano tre edicole prima che la scossa del 30 ottobre 2016 li percuotesse alle 7,40 del mattino (magnitudo 6.5). Oggi nessuna.
Visso (Macerata). Giuseppe Capocci, titolare di un emporio edicola. (agf)
A corto di notizie fresche, un mese fa un lettore 81enne di Castelsantangelo, Giulio Lattanzi, fece un appello emozionante in tv: tutto inutile (su iniziativa della redazione di Repubblica - e con l'adesione dell'editore - a Lattanzi è stato donato un tablet con abbonamento a Repubblica, ndr)
«Il distributore, Adriatica Press, dice che per poche copie non gli conviene consegnare, e se vogliamo il servizio dobbiamo pagare 700 euro al mese», racconta Antonella Barbonari, titolare del vecchio bar edicola in zona rossa a Castelsantangelo. Oggi il suo bar precario ha gli espositori dei quotidiani, ma desolatamente vuoti. A parte la copia portata da Alfredo... A Visso la licenza ce l’aveva Giuseppe Capocci, ma il suo storico “Edicola emporio” è diventato un chioschetto aperto solo il fine settimana. Ci sono giocattoli di plastica e cartoline, di giornali nemmeno l’ombra. «Non ci penso proprio a pagare il distributore: non ci guadagno niente, erano solo un servizio e un modo per attirare i clienti. Vendo polizze, adesso».
Giulio Lattanzi, che ha ricevuto il tablet dalla redazione di Repubblica. Un'iniziativa a cui ha aderito anche l'editore (agf)
«Gìà, manco il giornale ci mandano... Siamo sempre meno — dice Francesco Pastorella, coordinatore dei comitati dei terremotati — non abbiamo peso elettorale e non perdono tempo con noi. D’altronde non sappiamo neanche se le Sae, le casette, reggeranno un altro inverno. Ogni giorno ricevo decine di segnalazioni: guasti, buchi, fessure, fogne ko». Ci sarebbe il web, certo, per le notizie digitali. Ma qui il segnale è labile come il passo degli anziani, che fanno tre quarti della popolazione e non smanettano granché con App e siti: «Per fortuna c’è la tv, eh!».
«Ma la favola del distributore cattivo non ha senso — protesta Stefano Micheli, direttore di Ndm che rappresenta il 70% dei distributori — vorrei che i sindaci e i governatori che ci scrivono protestando capissero cosa vuol dire portare una macchina dedicata per una decina di quotidiani. Già prima del terremoto se ne vendevano pochissimi, facendo magari 30 chilometri andata e ritorno. Se l’edicola ne vende dieci, il distributore guadagna più o meno 75 centesimi. Mantenere la rete è interesse del distributore, quando non lo fa è perché non è più sostenibile. Se diventa un servizio, il governo o gli enti territoriali devono aiutarci a sostenerne i costi».
«Nel 1994 — spiega Ermanno Anselmi, segretario degli edicolanti Fenagi — facemmo un accordo con gli editori Fieg: noi cedemmo un 1% di aggio, dal 20 al 19%, e in cambio gli editori assicurano ancora oggi il trasporto fino ai punti vendita, comprese le aree disagiate. Il sistema ha retto, ma con un fatturato contratto del 50% e costi ben superiori è diventato insostenibile. Se non coprono le spese i distributori tagliano, e gli editori non fanno nulla per cambiare la situazione. Ma non pensino di cavarsela con gli abbonamenti digitali: la carta è carta, è un’altra cosa».