L’insegnante va a prenderla ogni mattina al cancello dell’istituto, per aiutarla a entrare. Un altro ragazzino riesce a stare in aula, solo col docente, appena per due ore alla settimana. Poi c’è chi non ce la fa proprio: quella soglia spaventa al punto che diventa impossibile varcarla. Nonostante gli sforzi. Un giorno un ragazzo assente da tempo è riapparso in classe, ma ha resistito solo per dieci minuti, poi ha chiesto di uscire e di tornare a casa in evidente stato di ansia. Un esile contatto talvolta rimane, magari via WhatsApp con la prof preferita e qualche compagno, coi compiti inviati per via telematica. Spesso s’interrompe del tutto.
«Nostro figlio - scrive una mamma - ha contatti col mondo esterno solo attraverso sporadiche uscite, al massimo una volta al settimana. Naviga nel web, consulta i social. Ma non pubblica nulla, non condivide con altri il suo stato d’animo. Si limita a guardare». Voci e testimonianze sugli …
Scuola, allarme "hikikomori": aumentano i ragazzi eremiti
di ILARIA VENTURIAdolescenti (anche dalla buona pagella) che si isolano dal mondo fino a rifiutare qualsiasi contatto: 346 casi in Emilia Romagna, 97 a Bologna
L’insegnante va a prenderla ogni mattina al cancello dell’istituto, per aiutarla a entrare. Un altro ragazzino riesce a stare in aula, solo col docente, appena per due ore alla settimana. Poi c’è chi non ce la fa proprio: quella soglia spaventa al punto che diventa impossibile varcarla. Nonostante gli sforzi. Un giorno un ragazzo assente da tempo è riapparso in classe, ma ha resistito solo per dieci minuti, poi ha chiesto di uscire e di tornare a casa in evidente stato di ansia. Un esile contatto talvolta rimane, magari via WhatsApp con la prof preferita e qualche compagno, coi compiti inviati per via telematica. Spesso s’interrompe del tutto.
«Nostro figlio - scrive una mamma - ha contatti col mondo esterno solo attraverso sporadiche uscite, al massimo una volta al settimana. Naviga nel web, consulta i social. Ma non pubblica nulla, non condivide con altri il suo stato d’animo. Si limita a guardare». Voci e testimonianze sugli alunni emiliano romagnoli che si ritirano in casa. Gli Hikikomori, se si vuole usare il termine giapponese, dove il fenomeno è esploso, che significa letteralmente “isolarsi, stare in disparte”. Adolescenti “ eremiti sociali” preferisce definirli l’indagine appena pubblicata dell’ufficio scolastico regionale, unica del genere in Europa e che per la prima volta quantifica il fenomeno: sono 346 i casi segnalati dalle scuole nel 2017- 18 in Emilia Romagna, 97 a Bologna. Ma anche 68 a Modena e 54 a Reggio Emilia.
Alunni che non frequentano, chiusi in casa per motivi psicologici. Ragazzi, per lo più dai 13 ai 16 anni, laddove il passaggio dalle medie alle superiori si rivela più fragile, che rifuggono la vita sociale privilegiando quella virtuale della Rete. Pochi, infatti, i casi alla primaria, appena venti, e si tratta di fobia scolare, condizione che - precisano gli autori della ricerca - « non possiede, o non possiede ancora, le condizioni per essere definita come ritiro sociale».
«Nostro figlio - scrive una mamma - ha contatti col mondo esterno solo attraverso sporadiche uscite, al massimo una volta al settimana. Naviga nel web, consulta i social. Ma non pubblica nulla, non condivide con altri il suo stato d’animo. Si limita a guardare». Voci e testimonianze sugli alunni emiliano romagnoli che si ritirano in casa. Gli Hikikomori, se si vuole usare il termine giapponese, dove il fenomeno è esploso, che significa letteralmente “isolarsi, stare in disparte”. Adolescenti “ eremiti sociali” preferisce definirli l’indagine appena pubblicata dell’ufficio scolastico regionale, unica del genere in Europa e che per la prima volta quantifica il fenomeno: sono 346 i casi segnalati dalle scuole nel 2017- 18 in Emilia Romagna, 97 a Bologna. Ma anche 68 a Modena e 54 a Reggio Emilia.
Alunni che non frequentano, chiusi in casa per motivi psicologici. Ragazzi, per lo più dai 13 ai 16 anni, laddove il passaggio dalle medie alle superiori si rivela più fragile, che rifuggono la vita sociale privilegiando quella virtuale della Rete. Pochi, infatti, i casi alla primaria, appena venti, e si tratta di fobia scolare, condizione che - precisano gli autori della ricerca - « non possiede, o non possiede ancora, le condizioni per essere definita come ritiro sociale».
Nella rilevazione, fatta con un questionario on line che ha coinvolto 687 istituti, emerge che 39 alunni non escono mai di casa, mentre altri 99 lo fanno raramente. Importante il dato sul numero di chi rimane chiuso nella propria stanza (68), non vi fa entrare nessuno ( 20) e usa compulsivamente il computer ( 46). Sono poi 112 gli studenti che non hanno mantenuto alcun contatto coi compagni, mentre 115 si servono dei social. Un fenomeno preoccupante, segnala il direttore dell’ufficio scolastico Stefano Versari. Allarmante e in crescita: nel 2015 la sanità regionale rilevava 78 casi riferiti al ritiro sociale dei minori assistiti dalla Neuropsichiatria infantile. All’Ordine degli Psicologi dell’Emilia Romagna risultavano 258 minori seguiti privatamente nel 2016.
Ora è la scuola a fare i conti coi suoi alunni- eremiti, un disagio ancora poco conosciuto tra i banchi rispetto ad altri tipi di disturbi. Eppure di uguali dimensioni se si pensa che nel 2015 in Emilia Romagna le sindromi affettive riguardavano 339 alunni, i deficit visivi 265, quelli uditivi 346, i disturbi del comportamento alimentare coinvolgevano 341 studenti.
Ora è la scuola a fare i conti coi suoi alunni- eremiti, un disagio ancora poco conosciuto tra i banchi rispetto ad altri tipi di disturbi. Eppure di uguali dimensioni se si pensa che nel 2015 in Emilia Romagna le sindromi affettive riguardavano 339 alunni, i deficit visivi 265, quelli uditivi 346, i disturbi del comportamento alimentare coinvolgevano 341 studenti.
Non tutte le segnalazioni di “ritirati in casa” corrispondono a diagnosi cliniche. E il fenomeno, ricollegato a problematiche esistenziali, ha diverse sfaccettature e cause. Ma la sua dimensione è significativa, e ancora per difetto. « Abbiamo sollecitato una rilevazione perchè il fenomeno sfugge, mentre è in forte espansione » spiega Silvia Travaglini, coordinatrice regionale dell’associazione Hikikomori Italia Genitori che ha collaborato al questionario. «Nel momento in cui un ragazzo non vuole più andare a scuola subito scatta il cliché: non s’impegna. Le famiglie, ma anche gli insegnanti, faticano a vedere il dolore. Il lavoro forte sta nella prevenzione».
Come viene descritto quello che provano questi ragazzi? « L’alunno ha ansia da prestazione, ha paura della folla, di perdersi, si sente osservato, inadeguato, teme il giudizio dei coetanei». Il ritiro sociale nella propria stanza che diventa una “ tana” ruota sempre intorno al timore di fallire, di essere giudicati e derisi – si legge nell’indagine – dal rifiuto di pressioni ritenute eccessive e contrarie ai propri desideri. La scuola si muove con le visite a casa dei professori, in alcuni casi riesce a fare piani di studio personalizzati ed esami via Skipe. Ma non sono ancora prassi consolidate e talvolta viene rifiutato anche un rapporto a distanza. Il dialogo con le famiglie rimane complicato, il malessere non capito.
Una condizione che un preside definisce «la crisi dei bambini d’oro» : ragazzi «con buoni risultati scolastici e famiglie attente e premurose che di fronte a un problema apparentemente banale si spezzano, vanno in frantumi». Recuperarli è la sfida. Perché, conclude la ricerca, «davanti alla porta chiusa dietro cui una vita si annulla e cerca di scomparire nessuno è autorizzato a lasciar perdere».
Una condizione che un preside definisce «la crisi dei bambini d’oro» : ragazzi «con buoni risultati scolastici e famiglie attente e premurose che di fronte a un problema apparentemente banale si spezzano, vanno in frantumi». Recuperarli è la sfida. Perché, conclude la ricerca, «davanti alla porta chiusa dietro cui una vita si annulla e cerca di scomparire nessuno è autorizzato a lasciar perdere».