“Sfido la burocrazia per diventare papà di mio nipote orfano”
Maria Novella De Luca , di MARIA NOVELLA DE LUCAViolenza sulle donne. La battaglia di Giovanni: “Nel deserto che segue a queste stragi, noi parenti oltre al dolore scopriamo così di avere un altro nemico"
Nessuno sa cosa Andrea ricordi di quella notte. Quali rumori, voci, urla. Quanta paura. Aveva solo due anni e mezzo quando sua madre, mia sorella, fu uccisa dal marito". Era il 2013. D'inverno. Il bimbo dormiva accanto, nella sua cameretta. "Impossibile che non abbia sentito. Però se lo guardo oggi, un bambino sereno, forte, penso che forse noi, mia moglie, mia figlia, io, tutti "vittime collaterali" di quel femminicidio, abbiamo fatto un buon lavoro. Invece sono 5 anni che lotto per poter diventare suo padre, per adottarlo. Perché nel deserto che segue a queste stragi, noi parenti degli orfani oltre al dolore scopriamo di avere un altro nemico: la burocrazia".
Giovanni è un uomo pacato, colto, abituato a parlare. Lavora nel sociale, con i bambini malati, abita al Nord, per proteggere suo nipote chiede di cambiare nomi e carte geografiche. "Oggi Andrea è finalmente affidato a me, il prossimo passo sarà l'adozion…
Giovanni è un uomo pacato, colto, abituato a parlare. Lavora nel sociale, con i bambini malati, abita al Nord, per proteggere suo nipote chiede di cambiare nomi e carte geografiche. "Oggi Andrea è finalmente affidato a me, il prossimo passo sarà l'adozion…
Nessuno sa cosa Andrea ricordi di quella notte. Quali rumori, voci, urla. Quanta paura. Aveva solo due anni e mezzo quando sua madre, mia sorella, fu uccisa dal marito". Era il 2013. D'inverno. Il bimbo dormiva accanto, nella sua cameretta. "Impossibile che non abbia sentito. Però se lo guardo oggi, un bambino sereno, forte, penso che forse noi, mia moglie, mia figlia, io, tutti "vittime collaterali" di quel femminicidio, abbiamo fatto un buon lavoro. Invece sono 5 anni che lotto per poter diventare suo padre, per adottarlo. Perché nel deserto che segue a queste stragi, noi parenti degli orfani oltre al dolore scopriamo di avere un altro nemico: la burocrazia".
Giovanni è un uomo pacato, colto, abituato a parlare. Lavora nel sociale, con i bambini malati, abita al Nord, per proteggere suo nipote chiede di cambiare nomi e carte geografiche. "Oggi Andrea è finalmente affidato a me, il prossimo passo sarà l'adozione. Ma sapete quanto mi è costato finora tra avvocati, ricorsi, psicoterapie e periti poter restituire un futuro a mio nipote e diventarne il tutore legale? Quasi trentamila euro. Eppure era naturale fin dall'inizio che noi diventassimo la sua famiglia. Se la Fondazione Pangea non avesse lanciato per noi una raccolta fondi oggi saremmo pieni di debiti, ridotti in povertà. Dallo Stato non un euro. Nulla. È il paradosso amaro di chi si prende cura di un orfano di femminicidio".
Fa fatica a parlare di sua sorella, Marinella, 40 anni, assassinata a coltellate dal marito (poi morto in carcere) una notte di cinque anni fa. Lui apprende la notizia in un'alba fredda, mentre è in viaggio per lavoro. "No, non c'erano state avvisaglie, o forse non le avevamo sapute leggere. Nella catastrofe emotiva di quei giorni il nostro unico e primo pensiero era stato Andrea. Cosa aveva visto, come proteggerlo. Avevamo chiesto, immediatamente, il suo affidamento, ma invece nella prima fase, pensando che fossimo troppo coinvolti - c'era un funerale da fare, un processo da imbastire - Andrea era stato "appoggiato" presso gli zii paterni. Ci sono voluti sei mesi perché potessimo accoglierlo in casa".
Ma è soltanto l'inizio di un'odissea legale e burocratica. Da affrontare con la fatica e la solitudine di chi è stato già spezzato da un lutto feroce. "Mia sorella era stata uccisa, il marito in carcere, Andrea in poche ore era rimasto senza madre, senza casa e affidato, come accade in questi casi, a un soggetto terzo, il sindaco. Per poterne diventare genitore affidatario ho dovuto affrontare 5 anni di processi. Pagando avvocati e periti".
Non perché la famiglia di Giovanni non andasse bene. Anzi. "Andrea - racconta Giovanni - è un bambino meraviglioso, coraggioso, bravo a scuola, è cresciuto con mia figlia, ha saputo la sua storia fin da piccolo, è stato seguito da psicologi bravissimi. Lo hanno dimostrato tutte le perizie. Ma semplicemente perché la giustizia italiana funziona così, tra istituzioni che non si parlano e giudici che magari non leggono le carte. E allora può accadere che, nella frammentazione delle competenze, si debba ricominciare daccapo. Nuovi processi, nuove perizie, altri soldi".
Una tela di ragno. Nella quale si trovano impigliati quasi tutti i parenti degi orfani di femminicidio. Smarriti da quella burocrazia ostile che sembra aggiungere beffa al dolore. "Questi bambini sono devastati, hanno bisogno di aiuti enormi. Di competenze. Di sostegni economici. Di cure mediche. Oggi Andrea sta bene perché, grazie ai fondi della Fondazione Pangea, noi siano riusciti a lavorare su di lui, su di noi. Abbiamo potuto pagare le sue terapie. Ma senza tutto questo le famiglie soccombono. E il lutto si aggiunge al lutto".
Giovanni è un uomo pacato, colto, abituato a parlare. Lavora nel sociale, con i bambini malati, abita al Nord, per proteggere suo nipote chiede di cambiare nomi e carte geografiche. "Oggi Andrea è finalmente affidato a me, il prossimo passo sarà l'adozione. Ma sapete quanto mi è costato finora tra avvocati, ricorsi, psicoterapie e periti poter restituire un futuro a mio nipote e diventarne il tutore legale? Quasi trentamila euro. Eppure era naturale fin dall'inizio che noi diventassimo la sua famiglia. Se la Fondazione Pangea non avesse lanciato per noi una raccolta fondi oggi saremmo pieni di debiti, ridotti in povertà. Dallo Stato non un euro. Nulla. È il paradosso amaro di chi si prende cura di un orfano di femminicidio".
Fa fatica a parlare di sua sorella, Marinella, 40 anni, assassinata a coltellate dal marito (poi morto in carcere) una notte di cinque anni fa. Lui apprende la notizia in un'alba fredda, mentre è in viaggio per lavoro. "No, non c'erano state avvisaglie, o forse non le avevamo sapute leggere. Nella catastrofe emotiva di quei giorni il nostro unico e primo pensiero era stato Andrea. Cosa aveva visto, come proteggerlo. Avevamo chiesto, immediatamente, il suo affidamento, ma invece nella prima fase, pensando che fossimo troppo coinvolti - c'era un funerale da fare, un processo da imbastire - Andrea era stato "appoggiato" presso gli zii paterni. Ci sono voluti sei mesi perché potessimo accoglierlo in casa".
Ma è soltanto l'inizio di un'odissea legale e burocratica. Da affrontare con la fatica e la solitudine di chi è stato già spezzato da un lutto feroce. "Mia sorella era stata uccisa, il marito in carcere, Andrea in poche ore era rimasto senza madre, senza casa e affidato, come accade in questi casi, a un soggetto terzo, il sindaco. Per poterne diventare genitore affidatario ho dovuto affrontare 5 anni di processi. Pagando avvocati e periti".
Non perché la famiglia di Giovanni non andasse bene. Anzi. "Andrea - racconta Giovanni - è un bambino meraviglioso, coraggioso, bravo a scuola, è cresciuto con mia figlia, ha saputo la sua storia fin da piccolo, è stato seguito da psicologi bravissimi. Lo hanno dimostrato tutte le perizie. Ma semplicemente perché la giustizia italiana funziona così, tra istituzioni che non si parlano e giudici che magari non leggono le carte. E allora può accadere che, nella frammentazione delle competenze, si debba ricominciare daccapo. Nuovi processi, nuove perizie, altri soldi".
Una tela di ragno. Nella quale si trovano impigliati quasi tutti i parenti degi orfani di femminicidio. Smarriti da quella burocrazia ostile che sembra aggiungere beffa al dolore. "Questi bambini sono devastati, hanno bisogno di aiuti enormi. Di competenze. Di sostegni economici. Di cure mediche. Oggi Andrea sta bene perché, grazie ai fondi della Fondazione Pangea, noi siano riusciti a lavorare su di lui, su di noi. Abbiamo potuto pagare le sue terapie. Ma senza tutto questo le famiglie soccombono. E il lutto si aggiunge al lutto".