E nell’inchiesta su Rigopiano spunta lo 007 di Abu Omar
Fabio Tonacci
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di FABIO TONACCI
Un dirigente del Mise ai pm: “Ero nella Protezione civile, l’ex governatore mi ha emarginato”. Poi accusa: “Diceva che Mancini aveva le mie intercettazioni”. La replica di D’Alfonso: fandonie
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ROMA. Tra la storia della valanga che ha seppellito l’hotel Rigopiano e il caso del rapimento dell’imam Abu Omar c’è una distanza siderale. Temporale, geografica, giudiziaria. Eppure nelle carte dell’indagine che la procura di Pescara ha notificato agli indagati per i 29 morti dell’albergo, spunta incidentalmente un nome che lega entrambe. Quello di Marco Mancini, lo 007 che fu coinvolto (e prosciolto, grazie anche al segreto di Stato) nelle inchieste sulla extraordinary rendition di Abu Omar e sulle intercettazioni illegali di Telecom.
Il suo nome appare all’improvviso durante l’interrogatorio del dirigente del ministero dello Sviluppo Economico Giovanni Savini, che per un periodo nel 2015 fu chiamato a fare il dirigente della Protezione Civile (per tre mesi, da gennaio ad aprile, fu anche presidente del Dipartimento rapporti con l’Europa della Regione Abruzzo).
Le domande che gli pone il procuratore capo Massimiliano Serpi rigua…
ROMA. Tra la storia della valanga che ha seppellito l’hotel Rigopiano e il caso del rapimento dell’imam Abu Omar c’è una distanza siderale. Temporale, geografica, giudiziaria. Eppure nelle carte dell’indagine che la procura di Pescara ha notificato agli indagati per i 29 morti dell’albergo, spunta incidentalmente un nome che lega entrambe. Quello di Marco Mancini, lo 007 che fu coinvolto (e prosciolto, grazie anche al segreto di Stato) nelle inchieste sulla extraordinary rendition di Abu Omar e sulle intercettazioni illegali di Telecom.
Il suo nome appare all’improvviso durante l’interrogatorio del dirigente del ministero dello Sviluppo Economico Giovanni Savini, che per un periodo nel 2015 fu chiamato a fare il dirigente della Protezione Civile (per tre mesi, da gennaio ad aprile, fu anche presidente del Dipartimento rapporti con l’Europa della Regione Abruzzo).
Le domande che gli pone il procuratore capo Massimiliano Serpi riguardano la ormai famigerata Carta storica delle valanghe, mai attuata. Si parla di procedure interne, di priorità, di responsabilità. Dal tono delle risposte di Savini, si intuisce che con l’allora governatore abruzzese Luciano D’Alfonso (oggi senatore del Pd,) non scorra buon sangue. Anzi. Savini dichiara di essere stato «assolutamente emarginato», e di aver subito «aggressioni verbali». Stando a quanto risulta, la causa dello scontro tra i due era la divergente opinione sull’utilizzo di alcuni fondi comunitari.
Marco Mancini
Savini, che lavora nei gabinetti di vari dicasteri sin dal 2002, mostra ai magistrati una foto dell’ex governatore in sella a un triciclo, inviatagli prima di essere chiamato a testimoniare. "È un messaggio per avere da me una posizione a lui non sfavorevole", sostiene.
Quasi alla fine dell’interrogatorio, però, racconta un episodio che con Rigopiano non c’entra niente. "Come già ho avuto modo di rappresentare alla procura dell’Aquila, proprio nei giorni terminali del mio incarico ho ragione di ritenere che D’Alfonso ascoltasse le mie telefonate, perché mi sono state da lui riferite alcune affermazioni che posso aver fatto sola al telefono e solo con mia moglie. Nell’ultima telefonata che ho avuto con D’Alfonso mi è stato detto che doveva stare attento a ogni mia attività e comportamento, in quanto mi ha detto di conoscere bene il signor Marco Mancini, nono alle cronache per essere un vertice dei Servizi Segreti e che, tramite Mancini, era nelle disponibilità di mie intercettazioni".
Proprio quel Mancini, oggi ai vertici della direzione amministrativa del Dipartimento di informazione per la sicurezza. Repubblica ha contattato Savini, il quale non ha voluto aggiungere altro a quanto messo a verbale, "perché c’è un’indagine in corso, e io mi sono solo comportato da servitore dello Stato". Dalla procura dell’Aquila, dove Savini avrebbe depositato un esposto, non trapela niente. E D’Alfonso, che ha intentato causa civile contro Savini, si limita a dire: "Fandonie. Si è inventato tutto".