Sulle orme di Cesare Battisti: le case, il ferry, gli amici. Il fuggitivo va verso la Bolivia
Carlo Bonini
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dal nostro inviato CARLO BONINI
Le ostriche e la bandiera del Corinthians, l‘auto scarica e il pescatore. Qui l’ex terrorista latitante è stato visto l’ultima volta. Per scappare ha tre vie
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CANANÉIA (Stato di San Paolo del Brasile). Duecentocinquanta chilometri a Sud-Ovest di San Paolo, oltre la Serra do Cafezal, nel Paradiso perduto di Cesare Battisti, qui dove la foresta atlantica si tuffa nell’Oceano, diradando prima in praterie tropicali e quindi in lagune avvolte da mangrovie e in fiordi dai fondali bassi ricoperti da ostriche, è la chiave della sua latitanza. E con lei le tracce, le testimonianze che suggeriscono almeno tre vie di fuga. Una ancora più a Sud, verso lo Stato di Paraná. Una a Occidente, via San Paolo, verso il Mato Grosso do Sul. Una a Nord, in direzione Rio de Janeiro. E tuttavia tutte e tre convergenti verso un medesimo approdo. Quello che la Polizia Federale continua a ritenere il più logico perché già cercato ed esplorato da Battisti nell’ultima delle sue fughe, l’unico dove, ragionevolmente, potrebbe contare ancora su una rete di aiuti: il permeabile e incontrollabile confine inte…
CANANÉIA (Stato di San Paolo del Brasile). Duecentocinquanta chilometri a Sud-Ovest di San Paolo, oltre la Serra do Cafezal, nel Paradiso perduto di Cesare Battisti, qui dove la foresta atlantica si tuffa nell’Oceano, diradando prima in praterie tropicali e quindi in lagune avvolte da mangrovie e in fiordi dai fondali bassi ricoperti da ostriche, è la chiave della sua latitanza. E con lei le tracce, le testimonianze che suggeriscono almeno tre vie di fuga. Una ancora più a Sud, verso lo Stato di Paraná. Una a Occidente, via San Paolo, verso il Mato Grosso do Sul. Una a Nord, in direzione Rio de Janeiro. E tuttavia tutte e tre convergenti verso un medesimo approdo. Quello che la Polizia Federale continua a ritenere il più logico perché già cercato ed esplorato da Battisti nell’ultima delle sue fughe, l’unico dove, ragionevolmente, potrebbe contare ancora su una rete di aiuti: il permeabile e incontrollabile confine interno del Brasile con la Bolivia e il Paraguay.
L’UOMO DEL FERRY
Sul ponte del rugginoso ferry che, a intervalli regolari, trasporta auto, moto, carette e una variopinta e pacifica umanità appiedata, attraverso il Mar Pequeno, l’istmo che separa il continente dall’isolotto di Cananéia e dalla lingua costiera bagnata dall’Atlantico, Claudio Machado parla con la certezza dell’indicativo. Su questo ferry ci vive e ci lavora da marinaio. E ricorda perfettamente l’ultima volta che ha visto Battisti. «Alla fine di novembre. Arrivava da Itapitangui e rientrava a casa, sull’isola. L’ho caricato con la sua macchina. Quella da cui non si separava mai, una Chevrolet Prisma grigia». È un primo punto di partenza. A fine novembre, Battisti era ancora qui. A Cananéia. Dove entrare e uscire è agevole, ma sempre e comunque attraverso due soli punti di accesso. Il ferry, appunto. E la Estrada José Herculano de Oliveira Rosa che, evitando il trasferimento via mare, rimonta l’isola verso Nord per 19 chilometri e dà accesso al continente attraverso un ponte carrozzabile. La stessa che, una sola volta al giorno, ogni giorno, con corsa diretta, viene percorsa dal solo trasporto pubblico che esista sull’isola: il bus per San Paolo.
Non è un dettaglio. Ricostruire con ragionevole approssimazione quando Battisti si è lasciato alle spalle la sua vita in chiaro – un figlio di 5 anni e una moglie sposata qui sull’isola due anni fa in una festa all’ombra lussureggiante degli Ipê Roxo, magnifici alberi ad alto fusto dai fiori color porpora – è la domanda cui chi gli dà la caccia cerca di rispondere da venerdì scorso. Perché dà la misura di un “vantaggio” temporale da cui dipende il raggio della ricerca. Se fossero due settimane, Battisti potrebbe già essere molto, ma molto lontano. Se fossero quattro giorni, come la Polizia Federale continua a pensare, ancora molto vicino.
In Brasile sulle orme di Cesare Battisti, latitante in fuga in un Paese immenso
TRE BAR. DUE CASE
In un paese di 12mila anime, quante ne conta Cananéia, dove in una famiglia su tre c’è sangue di origine italiana, tutti conoscevano Cesare Battisti. O, almeno, così oggi dà a credere chiunque cui venga rivolta la domanda. Anche se forse nessuno lo conosceva davvero, perché era lui a non avere alcun interesse a farsi conoscere. L’“Italiano”, l’Italiano e basta, continuano a chiamarlo. E ora che la sua faccia è ovunque, nei notiziari delle radio e delle tv, sulle prime pagine dei quotidiani, online nei bollettini delle ricerche di polizia, facendosi a suo modo definitivamente leggenda di paese, lui è in ogni chiacchiera da bar. Dove è vero tutto e il suo contrario. A meno che non si cerchi di sollecitare il ricordo su un terreno meno friabile della suggestione. Riuscendo così a tracciare un perimetro certo. Fino al suo ultimo giorno a Cananéia, Battisti ha continuato a scandire la sua esistenza quotidiana in nemmeno un chilometro quadrato.
Quello che separa il Paese vecchio dai villini tirati su nella foresta del nuovo quartiere Bairro Carijo, dove si era trasferito da neanche un mese. Tra i tavolini di tre bar – il “Gaivota”, il gabbiano, il “du Miguel”, il “Z”, dove passava pomeriggi interi fumando e ordinando birra “Skol”, la bionda danese prodotta su licenza in Brasile - e i banconi in legno de “Il Ponto das Ostras”, la taverna alle spalle della Igreja Matriz, la chiesa bianca e azzurro cobalto consacrata a san Giovanni Battista dai coloni portoghesi nel 1532, e dove era un habituè della “duzia”, la dozzina di ostriche servite al naturale o gratinate al formaggio, e del Bobò de Camarao, la zuppa di gamberi, manioca e latte di cocco.
Gabriela Venezian, la giovane proprietaria del “Gaivota” di piazza Martim Afonso de Souza, un nonno italiano, come indica il cognome, dice: «È un po’ che non vedo Battisti. Un mese, forse. Da quando si è trasferito nella nuova casa. Ma ricordo che, negli ultimi tempi, girava sempre con un tipo che sembrava una guardia del corpo. Un brasiliano bianco, sulla quarantina». «Una guardia del corpo». Se fosse davvero tale il tipo con cui Battisti si accompagnava e che verosimilmente lo avrebbe aiutato a fuggire e, soprattutto, chi diavolo fosse, nessuno sa dirlo in paese. Salvo appunto sostenere che è sparito con lui.
Sia come sia, resta il dato di «un mese». Più o meno il tempo da cui ne avrebbero perso le tracce anche al “Bar du Miguel” dove, la sera del 28 ottobre scorso, tutti giurano di averlo visto l’ultima volta seguire in tv lo spoglio delle elezioni presidenziali che hanno consegnato il Brasile a Jair Bolsonaro. Un mese che tuttavia non è o quantomeno non sembra essere il tempo che separa dal giorno in cui Battisti ha lasciato Cananéia. E non solo per la testimonianza di Claudio Machado, il marinaio del Ferry, che lo colloca a Cananéia sicuramente a fine novembre. Ma anche per quel che racconta Leandro, un addetto della locale compagnia telefonica che ha provveduto agli allacci delle utenze della prima casa abitata da Battisti in paese. Leandro accompagna fino all’ingresso di quella abitazione ormai abbandonata, al civico 203 della rua Francisco Chaves. Una casa a un piano. Ora chiusa da un cancello e inferriate alle finestre di alluminio. Annunciata da un patio trasformato in magazzino, dove Battisti ha lasciato un rimorchio carico di una canoa, quattro copertoni d’auto usati, sei grandi canne di bambù e una grande bandiera bianco-nera del Corinthians, una delle squadre simbolo di San Paolo. «Battisti era matto per il Corinthias – dice Leandro – Diciamo pure che parlava sempre di calcio, mai di politica o della sua storia. Poi, un mese fa, si è trasferito nella nuova casa. E ancora ai primi di dicembre era qui in giro». È lì dunque che conviene andare. Al 90 di Rua Militão Martins Simões, la nuova casa dove Battisti si era trasferito.
LA CHEVROLET SCARICA
È un villino bianco a un piano, dove viveva con moglie e figlio, di cui non era proprietario e che gli aveva messo a disposizione un amico di vecchia data, suo dirimpettaio. Magno de Carvalho, un dirigente sindacale che ora racconta una storia che, non si capisce bene, se sia utile a fornire una traccia o, al contrario, a mettere volutamente fuori strada. «Una settimana fa – dice – mi aveva detto che sarebbe andato a Rio de Janeiro per faccende legate al suo nuovo libro in uscita». Verso Nord, dunque. Ma in che modo, poi, non è dato saperlo. Visto che l’inseparabile Chevrolet Prisma grigia di Battisti, targata ETT8066, è parcheggiata nel patio della casa. Con una batteria completamente scarica, come ha accertato la Polizia Federale il giorno in cui sono venuti a cercarlo. Come se nessuno l’avesse più messa in moto da tempo. Il che tornerebbe a far pensare a una fuga lontana nel tempo. Come, tuttavia, e ancora una volta, non sembra essere. E come racconta un altro testimone.
IL PESCATORE DEL BAR “Z” E LE DOMANDE AI MOLI
Si chiama Renato. È un pescatore di gamberi. E se dice il vero, o comunque ricorda bene, è uno degli ultimi ad avere visto Battisti. Se ne sta con due amici sul muretto di fronte al bar “Z”, cinque minuti a piedi da quella che era la nuova casa del fuggitivo. Dice: «Ci siamo salutati venerdì scorso, il 14. Si, sono sicuro, venerdì, il giorno dopo la sentenza. Era al bar a bersi una birra». Quindi aggiunge. «È andato via di corsa. E comunque, basta chiedere al molo che tipo di domande è venuta a fare la Polizia». Renato ha ragione. Ancora due giorni fa, i “federali” cercavano tra i pescatori dell’isola chi avesse messo Battisti su una barca per portarlo verso Sud. A neanche due ore di navigazione, su qualche spiaggia dello Stato del Paranà. La porta verso il Mato Grosso do Sul e, di lì, la Bolivia.
Un fine corsa di cui chi gli dà la caccia continua a essere convinto. Anche nell’ipotesi che la via di fuga sia passata da Nord. Come dimostra la circostanza che, nelle prime 48 ore della caccia, la Polizia sia andata a bussare in una casa di São José do Rio Preto, seicento chilometri a Nord Ovest di Cananéia. Come dimostrano due diverse irruzioni, ieri, in appartamenti di San Paolo sulla base di altrettante segnalazioni anonime. E come testimoniano le parole del soprintendente Sergio, comandante della locale stazione di Polizia militare. «Qualcuno lo ha aiutato a scappare da qui – dice - Probabilmente su una barca o su una macchina. Ha ormai sicuramente diversi giorni di vantaggio. E sono convinto che stia provando a raggiungere la Bolivia. Ma sono altrettanto convinto che sia ancora nel Paese». Quello che per otto anni lo ha protetto e in cui oggi compirà 64 anni. Da fuggitivo.