Passaggio in Bosnia
Brunella Giovara , dalla nostra inviata BRUNELLA GIOVARAPer molti migranti e rifugiati è rimasto l'unico modo di entrare nell'Unione Europea: attraversare le foreste dei Balcani, schivando mine, orsi, lupi e polizia. Lo chiamano The Game. Reportage
VELIKA KLADUSA (Bosnia Erzegovina). Infine, si parte. Tra grandi urrà e Inshallah, risate e pacche sulle spalle, come se si andasse in gita. Anche i bambini, come questa Noor, quattro anni, con una giacca a vento rosa che le arriva alle ginocchia. Fa il segno della vittoria, è molto seria. Arriverà in Italia, prima o poi, e lei lo sa. Noi siamo la meta dei diecimila e più migranti che sopravvivono malamente in Bosnia Erzegovina, e provano a entrare nell'Unione Europea, un tentativo dopo l'altro, lungo la rotta balcanica. L'unica che rimane semiaperta, chiusa la Libia e dunque il mare, difficile la Spagna, murata l'Ungheria. Si parte di notte - la neve al ginocchio - e si prova The Game, loro lo chiamano proprio così. Il Gioco, e che gioco.
Dunque bisogna riempire gli zaini, cercare su Google Maps la direzione giusta per la Croazia, e poi la Slovenia, e finalmente Trst, che è Trieste. Per arrivare lì tocca superare molti…
Dunque bisogna riempire gli zaini, cercare su Google Maps la direzione giusta per la Croazia, e poi la Slovenia, e finalmente Trst, che è Trieste. Per arrivare lì tocca superare molti…
VELIKA KLADUSA (Bosnia Erzegovina). Infine, si parte. Tra grandi urrà e Inshallah, risate e pacche sulle spalle, come se si andasse in gita. Anche i bambini, come questa Noor, quattro anni, con una giacca a vento rosa che le arriva alle ginocchia. Fa il segno della vittoria, è molto seria. Arriverà in Italia, prima o poi, e lei lo sa. Noi siamo la meta dei diecimila e più migranti che sopravvivono malamente in Bosnia Erzegovina, e provano a entrare nell'Unione Europea, un tentativo dopo l'altro, lungo la rotta balcanica. L'unica che rimane semiaperta, chiusa la Libia e dunque il mare, difficile la Spagna, murata l'Ungheria. Si parte di notte - la neve al ginocchio - e si prova The Game, loro lo chiamano proprio così. Il Gioco, e che gioco.
Dunque bisogna riempire gli zaini, cercare su Google Maps la direzione giusta per la Croazia, e poi la Slovenia, e finalmente Trst, che è Trieste. Per arrivare lì tocca superare molti passi e pericoli, come sa anche Noor. Ci sono i lupi, e anche gli orsi. Ci sono molte mine, la Bosnia è minata fin dalla guerra che ha travolto la ex Jugoslavia, 25 anni fa. Sono ancora lì, in tutto questo tempo solo il quattro per cento è stato bonificato. Le mine antiuomo dunque aspettano sepolte lungo i confini, a migliaia, grosse come pagnotte. Cartelli rossi con il teschio ghignante indicano il rischio, delimitano foreste enormi, e la Croce Rossa distribuisce le mappe, "Do not enter marked areas". Ma i profughi devono andare, hanno fretta, vogliono arrivare, niente li spaventa di questo Monopoli orrendo. E se ogni tanto si sentono i boati, le esplosioni lontane che nessuno sa spiegare, se non che sono mine che scoppiano, loro ci sono abituati. Arrivano da Paesi dove anche i bambini riconoscono il rumore, eppure lo chiamano gioco. "Ho provato il Gioco cinque volte" dice Suleiman, siriano di 21 anni, "ma sono ancora qui".
La tregua
La polizia croata sorveglia e respinge, picchia e distrugge i telefoni, così addio Gps e nei boschi non ci si orienta più. Nel campo profughi di Velika Kladuša c'è la gara a mostrare i cellulari spaccati a mazzate, e i lividi. "Guarda qui, l'altra notte ci ho provato, guarda cosa mi hanno fatto". Il campo è in una ex fabbrica di serramenti, la Miral, appena preso in carico dalla Iom, l'Organizzazione internazionale per le Migrazioni, collegata alle Nazioni Unite. Un funzionario che arriva da Sarajevo si affretta a spiegare che "le condizioni miglioreranno, stiamo provvedendo, stiamo lavorando...". Dentro, seicento persone. Giovani e maschi per lo più, molti non hanno diciott'anni, e famiglie con bambini piccoli, anche molto piccoli. I bagni sono orribili. Al primo piano letti a castello fasciati da coperte e trapunte - "ci tengono molto alla privacy" - e su quelli in alto c'è chi ha montato una tendina, da cui spia sotto, chi parte e chi torna sconfitto dalla montagna, il tempo di riposare e ci riproverà.
L'accampamento puzza di sporco, di fumo e di plastica bruciata, così si accendono i fuochi, con la plastica che brucia pestifera, ma almeno c'è caldo. Fino a una settimana fa si era tutti all'aperto a gelare, dopo un'estate zingaresca, un gran caldo e insetti e poca acqua, ma era più facile provare il Gioco.
Chi ha letto La tregua di Primo Levi capirà, dopo aver lasciato un peggio alle spalle c'è l'ansia di andare, la voglia di farcela, e la capacità di vivere con pochissimo, le risse, le botte di depressione, il coraggio delle donne. "Forniamo due pasti al giorno" dice il funzionario Iom. Da dove vengono, questi seicento? Libano, Yemen, Myanmar. E "Gaza, Marocco, Algeria, Pakistan, Bangladesh, India, Afghanistan, Eritrea, Nigeria". Divisi per Paese, almeno parlano la stessa lingua e si lamentano delle stesse cose, il freddo sopra tutto.
"Il cibo non è buono" dice uno che avrà 50 anni, la coperta sulla testa. L'alternativa sono due ristoranti del paese che danno da mangiare gratis. Uno è di un veterano di guerra, Asim Latic´, che ha cominciato a febbraio, impietosito da un uomo che se ne stava in piedi nella neve, e peraltro non chiedeva niente. "Io so cosa vuol dire avere fame", infatti da febbraio ad agosto ha sfamato di tasca sua 68 mila persone, poi ha smesso di contarle, poi Iom ha iniziato a finanziarlo. E ci sono i volontari di No Name Kitchen, ong spagnola, che hanno impiantato ingegnose tende doccia - le uniche - e forniscono acqua potabile, vestiti caldi, persino sorrisi. Il lavoro più importante però è un altro: raccolgono testimonianze e prove sulla violenza della polizia di confine e le deportazioni illegali. Lo stesso fanno quelli di Border Violence Monitoring, la prima a documentare i respingimenti (con un video, non solo i racconti dei migranti), peraltro sempre negati dal primo ministro croato.
Poveri ma friendly
La Croazia è Europa, la Bosnia no. La Croazia vorrebbe essere come l'Ungheria, costruire muri, se non fosse che il confine è lungo mille chilometri, quindi permeabile, quindi è impossibile. Non ha aderito al Global Compact sui migranti delle Nazioni Unite (l'Italia ha rinviato la decisione). La Bosnia invece ha firmato l'accordo, come anche Albania e Macedonia. È un Paese povero, e di migranti da gennaio ne ha visti passare 23 mila, in transito verso l'Europa. Chi non riesce a passare resta, la Bosnia se li tiene, un po' a Velika Kladuša, gli altri a Bihac´.
Molti bosniaci, molti abitanti di Bihac´ si sono rivisti in queste file di persone trascinanti bambini e carretti, cariche di fagotti e coperte, le pentole agganciate agli zaini. Venticinque anni fa era toccata a loro, i perdenti della guerra nella ex Jugoslavia. Tre anni di assedio, come Sarajevo, pochi se lo ricordano. Gli aiuti sono quindi arrivati spontanei, il sindaco Suhret Fazlic´ ha subito messo a disposizione un ex dormitorio mai finito, in centro città. "È gente disperata, talvolta in agonia. Abbiamo organizzato locali, cibo, aiuto sanitario. Tutto da soli".
"Fazlic´ è l'unico sindaco di tutta la Bosnia ad aver aperto la sua città ai migranti" dice Diego Saccora, 37 anni, volontario indipendente che ha scritto Lungo la rotta balcanica (con Anna Clementi, Infinito Edizioni), a leggerlo si capisce l'enormità di questo passaggio di persone, un milione almeno, dal 2015 a oggi, dall'Est a noi, l'Europa ricca. Saccora ci vive, a Bihac´, e nel tempo ha visto "i respingimenti illegali, le vite di queste persone sballottate da una parte all'altra del mondo". Un pachistano incontrato alla stazione di Sarajevo, "in perfetto italiano mi ha raccontato che faceva l'operaio a Roma, ma ha perso il lavoro, e quindi anche il permesso di soggiorno. È dovuto tornare in Pakistan, lasciando la famiglia lì. Logico che voglia tornare in Italia".
Di vite come questa ce ne sono migliaia, di famiglie che pagano salata la loro fuga, anche. Per attraversare la Drina, confine naturale Serbia-Bosnia, 1.500 euro, venti metri di fiume. Per arrivare a Trieste, cinquemila euro allo smuggler, cioè al passeur: duemila a testa per madre e padre, mille per un bambino. La tariffa è quella per gli iraniani, cioè i più ricchi. Gli altri pagano meno, e si indebitano per generazioni. Sono viaggi epici, arrivando vivi avranno molto da raccontare.
Asbir Roka Magan, 33 anni, nepalese: "Facevo il contadino, ma il mio è un Paese povero, non c'è lavoro. Sono partito. Ho attraversato l'India, il Pakistan, l'Iran, Siria, Turchia, Macedonia. Ora sono qui, bloccato. La Bosnia è povera ma friendly", e comunque lui vuole andare in Italia. Così anche il fratello Komal, che si lamenta della troppa neve, sono in viaggio da "sei-sette mesi" con l'amico Sanja, che vorrebbe tanto mangiare del riso, "qui però non ce l'hanno".
Nel nuovo campo di Bihac´ vivono 2.500 persone. Il campo è l'ex fabbrica di lavatrici Bira, dentro ci sono centinaia tra container e tende, donate dalla Mezzaluna rossa turca. Tre volte al giorno la Croce rossa locale dà da mangiare a tutti, ed è un'impresa. Il responsabile si chiama Selam Midžic´, coordina 60 volontari a turno, dice "noi sappiamo fare piccoli miracoli", basta guardare la fila sotto le volte altissime, gli uomini che trasportano bidoni di minestra e cestoni di pane, e quella fila che aspetta nel semibuio, intanto in un angolo c'è un tizio che taglia i capelli con la macchinetta.
In container dalla fidanzata
"Io amo l'Italia. Dove abiti? Vengo a trovarti". Omer ha 22 anni, in Pakistan faceva il postino. L'Italia però non ti vuole, il nuovo governo ha chiuso i confini. "Ma noi passiamo lo stesso, noi facciamo il Gioco...". Ogni sera partono, a gruppetti di dieci-venti. Passano dal cinese Haohao, che fa affari vendendo sacchi a pelo e tende di poca qualità ma a poco prezzo. Passano al supermercato Neli, comprano pane, tonno, Coca-Cola, e vanno su spediti per la montagna. Nevica forte. Uno si chiama Ali Hassan, pachistano di 23 anni vissuto "a Trieste, Napoli, Prato, Genova, e in Francia". Espulso nel suo Paese, ha preso un aereo fino in Grecia, quindi è arrivato in Macedonia, è passato in Serbia, ora prova a tornare a Trieste "perché lì ho la ragazza, italiana". Quanto ci metterai? "Sette giorni, a piedi. Conosco la strada". E come fai a passare il confine con l'Italia? "Container, no?".
Il 4 dicembre un furgone con 12 migranti a bordo si è schiantato a Opicina, vicino a Trieste. I carabinieri avevano capito e li stavano inseguendo. Il passeur ha accelerato e si è schiantato contro un'altra macchina. Un incidente stradale, con tutti feriti e catturati, una tappa sfortunata del viaggio verso Trst, che è la meta di tutti. Ma per intanto si parte, gridando urrà per allontanare la sfortuna possibile, i lupi e gli orsi e le mine. Dietro al gruppetto, un codazzo di cani randagi festanti, a un certo punto molleranno i migranti e torneranno in città.
Si sale verso la foresta, si entra nel fitto degli abeti altissimi, tra felci gelate, lattine di Red Bull, giubbotti coperti di brina abbandonati nella foga della salita. E a metà strada c'è una casa devastata dai molti passaggi, dentro c'è un uomo, solo. Un afgano. Said Tany, 32 anni, ex militare dell'esercito, da 4 mesi a Bihac´, uno che mostra anche una ferita "dei talebani, mi hanno sparato con il Klashen", che sarebbe il Kalashnikov. "Scappo dal mio Paese perché ci sono i talebani, arrivo qui e trovo la polizia croata che mi rimanda indietro. Sono bloccato da 4 mesi, non posso tornare al mio Paese, non posso andare in Italia. Eppure ho viaggiato anni, attraverso l'Iran, poi sono arrivato a Van, in Turchia", e qui i racconti si uniscono, il tentativo attraverso la Bulgaria e l'Ungheria, che ha i muri al confine, perciò si torna indietro. Si passa in Serbia, poi si arriva alla Bosnia, che però è una trappola, ed è "troppo povera, lo stipendio è di 300 euro al mese, qui non si può sopravvivere". Dunque si aspetta, nel grande Gioco che si gioca da queste parti, arriverà il momento buono, studiando le mappe delle zone minate, guardando la foto orrenda che un altro uomo mostra sul telefono, è un cadavere "sbranato dai lupi", e non sembra un fake. Il 10 dicembre nel campo di Bihac´ è nato un bambino, figlio di siriani. Nato bosniaco, quindi già resistente. Non resta che augurargli buona fortuna e buon anno, per l'anno che verrà.
Sul Venerdì del 28 dicembre 2018
Dunque bisogna riempire gli zaini, cercare su Google Maps la direzione giusta per la Croazia, e poi la Slovenia, e finalmente Trst, che è Trieste. Per arrivare lì tocca superare molti passi e pericoli, come sa anche Noor. Ci sono i lupi, e anche gli orsi. Ci sono molte mine, la Bosnia è minata fin dalla guerra che ha travolto la ex Jugoslavia, 25 anni fa. Sono ancora lì, in tutto questo tempo solo il quattro per cento è stato bonificato. Le mine antiuomo dunque aspettano sepolte lungo i confini, a migliaia, grosse come pagnotte. Cartelli rossi con il teschio ghignante indicano il rischio, delimitano foreste enormi, e la Croce Rossa distribuisce le mappe, "Do not enter marked areas". Ma i profughi devono andare, hanno fretta, vogliono arrivare, niente li spaventa di questo Monopoli orrendo. E se ogni tanto si sentono i boati, le esplosioni lontane che nessuno sa spiegare, se non che sono mine che scoppiano, loro ci sono abituati. Arrivano da Paesi dove anche i bambini riconoscono il rumore, eppure lo chiamano gioco. "Ho provato il Gioco cinque volte" dice Suleiman, siriano di 21 anni, "ma sono ancora qui".
La tregua
La polizia croata sorveglia e respinge, picchia e distrugge i telefoni, così addio Gps e nei boschi non ci si orienta più. Nel campo profughi di Velika Kladuša c'è la gara a mostrare i cellulari spaccati a mazzate, e i lividi. "Guarda qui, l'altra notte ci ho provato, guarda cosa mi hanno fatto". Il campo è in una ex fabbrica di serramenti, la Miral, appena preso in carico dalla Iom, l'Organizzazione internazionale per le Migrazioni, collegata alle Nazioni Unite. Un funzionario che arriva da Sarajevo si affretta a spiegare che "le condizioni miglioreranno, stiamo provvedendo, stiamo lavorando...". Dentro, seicento persone. Giovani e maschi per lo più, molti non hanno diciott'anni, e famiglie con bambini piccoli, anche molto piccoli. I bagni sono orribili. Al primo piano letti a castello fasciati da coperte e trapunte - "ci tengono molto alla privacy" - e su quelli in alto c'è chi ha montato una tendina, da cui spia sotto, chi parte e chi torna sconfitto dalla montagna, il tempo di riposare e ci riproverà.
L'accampamento puzza di sporco, di fumo e di plastica bruciata, così si accendono i fuochi, con la plastica che brucia pestifera, ma almeno c'è caldo. Fino a una settimana fa si era tutti all'aperto a gelare, dopo un'estate zingaresca, un gran caldo e insetti e poca acqua, ma era più facile provare il Gioco.
Chi ha letto La tregua di Primo Levi capirà, dopo aver lasciato un peggio alle spalle c'è l'ansia di andare, la voglia di farcela, e la capacità di vivere con pochissimo, le risse, le botte di depressione, il coraggio delle donne. "Forniamo due pasti al giorno" dice il funzionario Iom. Da dove vengono, questi seicento? Libano, Yemen, Myanmar. E "Gaza, Marocco, Algeria, Pakistan, Bangladesh, India, Afghanistan, Eritrea, Nigeria". Divisi per Paese, almeno parlano la stessa lingua e si lamentano delle stesse cose, il freddo sopra tutto.
"Il cibo non è buono" dice uno che avrà 50 anni, la coperta sulla testa. L'alternativa sono due ristoranti del paese che danno da mangiare gratis. Uno è di un veterano di guerra, Asim Latic´, che ha cominciato a febbraio, impietosito da un uomo che se ne stava in piedi nella neve, e peraltro non chiedeva niente. "Io so cosa vuol dire avere fame", infatti da febbraio ad agosto ha sfamato di tasca sua 68 mila persone, poi ha smesso di contarle, poi Iom ha iniziato a finanziarlo. E ci sono i volontari di No Name Kitchen, ong spagnola, che hanno impiantato ingegnose tende doccia - le uniche - e forniscono acqua potabile, vestiti caldi, persino sorrisi. Il lavoro più importante però è un altro: raccolgono testimonianze e prove sulla violenza della polizia di confine e le deportazioni illegali. Lo stesso fanno quelli di Border Violence Monitoring, la prima a documentare i respingimenti (con un video, non solo i racconti dei migranti), peraltro sempre negati dal primo ministro croato.
Poveri ma friendly
La Croazia è Europa, la Bosnia no. La Croazia vorrebbe essere come l'Ungheria, costruire muri, se non fosse che il confine è lungo mille chilometri, quindi permeabile, quindi è impossibile. Non ha aderito al Global Compact sui migranti delle Nazioni Unite (l'Italia ha rinviato la decisione). La Bosnia invece ha firmato l'accordo, come anche Albania e Macedonia. È un Paese povero, e di migranti da gennaio ne ha visti passare 23 mila, in transito verso l'Europa. Chi non riesce a passare resta, la Bosnia se li tiene, un po' a Velika Kladuša, gli altri a Bihac´.
Molti bosniaci, molti abitanti di Bihac´ si sono rivisti in queste file di persone trascinanti bambini e carretti, cariche di fagotti e coperte, le pentole agganciate agli zaini. Venticinque anni fa era toccata a loro, i perdenti della guerra nella ex Jugoslavia. Tre anni di assedio, come Sarajevo, pochi se lo ricordano. Gli aiuti sono quindi arrivati spontanei, il sindaco Suhret Fazlic´ ha subito messo a disposizione un ex dormitorio mai finito, in centro città. "È gente disperata, talvolta in agonia. Abbiamo organizzato locali, cibo, aiuto sanitario. Tutto da soli".
"Fazlic´ è l'unico sindaco di tutta la Bosnia ad aver aperto la sua città ai migranti" dice Diego Saccora, 37 anni, volontario indipendente che ha scritto Lungo la rotta balcanica (con Anna Clementi, Infinito Edizioni), a leggerlo si capisce l'enormità di questo passaggio di persone, un milione almeno, dal 2015 a oggi, dall'Est a noi, l'Europa ricca. Saccora ci vive, a Bihac´, e nel tempo ha visto "i respingimenti illegali, le vite di queste persone sballottate da una parte all'altra del mondo". Un pachistano incontrato alla stazione di Sarajevo, "in perfetto italiano mi ha raccontato che faceva l'operaio a Roma, ma ha perso il lavoro, e quindi anche il permesso di soggiorno. È dovuto tornare in Pakistan, lasciando la famiglia lì. Logico che voglia tornare in Italia".
Di vite come questa ce ne sono migliaia, di famiglie che pagano salata la loro fuga, anche. Per attraversare la Drina, confine naturale Serbia-Bosnia, 1.500 euro, venti metri di fiume. Per arrivare a Trieste, cinquemila euro allo smuggler, cioè al passeur: duemila a testa per madre e padre, mille per un bambino. La tariffa è quella per gli iraniani, cioè i più ricchi. Gli altri pagano meno, e si indebitano per generazioni. Sono viaggi epici, arrivando vivi avranno molto da raccontare.
Asbir Roka Magan, 33 anni, nepalese: "Facevo il contadino, ma il mio è un Paese povero, non c'è lavoro. Sono partito. Ho attraversato l'India, il Pakistan, l'Iran, Siria, Turchia, Macedonia. Ora sono qui, bloccato. La Bosnia è povera ma friendly", e comunque lui vuole andare in Italia. Così anche il fratello Komal, che si lamenta della troppa neve, sono in viaggio da "sei-sette mesi" con l'amico Sanja, che vorrebbe tanto mangiare del riso, "qui però non ce l'hanno".
Nel nuovo campo di Bihac´ vivono 2.500 persone. Il campo è l'ex fabbrica di lavatrici Bira, dentro ci sono centinaia tra container e tende, donate dalla Mezzaluna rossa turca. Tre volte al giorno la Croce rossa locale dà da mangiare a tutti, ed è un'impresa. Il responsabile si chiama Selam Midžic´, coordina 60 volontari a turno, dice "noi sappiamo fare piccoli miracoli", basta guardare la fila sotto le volte altissime, gli uomini che trasportano bidoni di minestra e cestoni di pane, e quella fila che aspetta nel semibuio, intanto in un angolo c'è un tizio che taglia i capelli con la macchinetta.
In container dalla fidanzata
"Io amo l'Italia. Dove abiti? Vengo a trovarti". Omer ha 22 anni, in Pakistan faceva il postino. L'Italia però non ti vuole, il nuovo governo ha chiuso i confini. "Ma noi passiamo lo stesso, noi facciamo il Gioco...". Ogni sera partono, a gruppetti di dieci-venti. Passano dal cinese Haohao, che fa affari vendendo sacchi a pelo e tende di poca qualità ma a poco prezzo. Passano al supermercato Neli, comprano pane, tonno, Coca-Cola, e vanno su spediti per la montagna. Nevica forte. Uno si chiama Ali Hassan, pachistano di 23 anni vissuto "a Trieste, Napoli, Prato, Genova, e in Francia". Espulso nel suo Paese, ha preso un aereo fino in Grecia, quindi è arrivato in Macedonia, è passato in Serbia, ora prova a tornare a Trieste "perché lì ho la ragazza, italiana". Quanto ci metterai? "Sette giorni, a piedi. Conosco la strada". E come fai a passare il confine con l'Italia? "Container, no?".
Il 4 dicembre un furgone con 12 migranti a bordo si è schiantato a Opicina, vicino a Trieste. I carabinieri avevano capito e li stavano inseguendo. Il passeur ha accelerato e si è schiantato contro un'altra macchina. Un incidente stradale, con tutti feriti e catturati, una tappa sfortunata del viaggio verso Trst, che è la meta di tutti. Ma per intanto si parte, gridando urrà per allontanare la sfortuna possibile, i lupi e gli orsi e le mine. Dietro al gruppetto, un codazzo di cani randagi festanti, a un certo punto molleranno i migranti e torneranno in città.
Si sale verso la foresta, si entra nel fitto degli abeti altissimi, tra felci gelate, lattine di Red Bull, giubbotti coperti di brina abbandonati nella foga della salita. E a metà strada c'è una casa devastata dai molti passaggi, dentro c'è un uomo, solo. Un afgano. Said Tany, 32 anni, ex militare dell'esercito, da 4 mesi a Bihac´, uno che mostra anche una ferita "dei talebani, mi hanno sparato con il Klashen", che sarebbe il Kalashnikov. "Scappo dal mio Paese perché ci sono i talebani, arrivo qui e trovo la polizia croata che mi rimanda indietro. Sono bloccato da 4 mesi, non posso tornare al mio Paese, non posso andare in Italia. Eppure ho viaggiato anni, attraverso l'Iran, poi sono arrivato a Van, in Turchia", e qui i racconti si uniscono, il tentativo attraverso la Bulgaria e l'Ungheria, che ha i muri al confine, perciò si torna indietro. Si passa in Serbia, poi si arriva alla Bosnia, che però è una trappola, ed è "troppo povera, lo stipendio è di 300 euro al mese, qui non si può sopravvivere". Dunque si aspetta, nel grande Gioco che si gioca da queste parti, arriverà il momento buono, studiando le mappe delle zone minate, guardando la foto orrenda che un altro uomo mostra sul telefono, è un cadavere "sbranato dai lupi", e non sembra un fake. Il 10 dicembre nel campo di Bihac´ è nato un bambino, figlio di siriani. Nato bosniaco, quindi già resistente. Non resta che augurargli buona fortuna e buon anno, per l'anno che verrà.
Sul Venerdì del 28 dicembre 2018