La ’ndrangheta uccide il fratello del pentito col nome sulla porta
Paolo G. Brera , dal nostro inviato PAOLO G. BRERAMarcello Bruzzese viveva sotto tutela ma era conosciuto nella città marchigiana con il nome vero. I magistrati: vendetta dal passato
PESARO - Marcello Bruzzese, fratello 51enne di un pentito di ’ndrangheta e per questo — da 15 anni — sotto protezione da parte dello Stato, ma con nome e cognome sulla buca delle lettere, è stato scovato da due killer e ucciso a Pesaro nel giorno di Natale. Nel cuore di una città che non pulsa più per lo spavento, sul porfido di un vicolo diaccio che affaccia sul Corso, son rimasti una trentina di cerchietti bianchi disegnati col gesso. Così è morto, martedì alle 18.30, un uomo che lo Stato proteggeva da 15 anni, ucciso da una tempesta di colpi nella quiete del giorno di Natale; ucciso in una provincia silenziosa, lontana 900 chilometri dal suo passato nella piana di Gioia Tauro. Due killer con le sciarpe sul viso e i berretti ben calcati aspettavano Marcello Bruzzese, fratello 51enne di un pentito di 'ndrangheta, sotto l'appartamento intestato al Viminale in via Bovio. In pochi istanti sono svaniti nel nulla, lascian…
PESARO - Marcello Bruzzese, fratello 51enne di un pentito di ’ndrangheta e per questo — da 15 anni — sotto protezione da parte dello Stato, ma con nome e cognome sulla buca delle lettere, è stato scovato da due killer e ucciso a Pesaro nel giorno di Natale. Nel cuore di una città che non pulsa più per lo spavento, sul porfido di un vicolo diaccio che affaccia sul Corso, son rimasti una trentina di cerchietti bianchi disegnati col gesso. Così è morto, martedì alle 18.30, un uomo che lo Stato proteggeva da 15 anni, ucciso da una tempesta di colpi nella quiete del giorno di Natale; ucciso in una provincia silenziosa, lontana 900 chilometri dal suo passato nella piana di Gioia Tauro. Due killer con le sciarpe sul viso e i berretti ben calcati aspettavano Marcello Bruzzese, fratello 51enne di un pentito di 'ndrangheta, sotto l'appartamento intestato al Viminale in via Bovio. In pochi istanti sono svaniti nel nulla, lasciando sgomenta la città e le istituzioni: come hanno potuto scovare, e poi uccidere con tanta semplicità, un uomo inserito nel programma di protezione dello Stato?
"Ho sentito tutti quei colpi ma pensavo fossero petardi di Natale - racconta Roberto Olivieri, titolare del ristorante 'Da Sante' a 40 metri dal luogo del delitto - sono uscito a dare un'occhiata nel vicolo ma non ho visto nulla. Dall'altra parte, verso il corso, si stava avvicinando una passante con il cane, una ragazza che conosco. Sono rientrato, ma poco dopo l'ho sentita urlare: Roberto, aiuto, c'è un morto! All'ingresso del garage ho visto la Peugeot crossover crivellata di colpi, con la porta aperta e una gamba che pendeva. Abbiamo chiamato i soccorsi. Mi ha raccontato di aver visto due persone, di aver avuto la sensazione che avessero qualcosa in mano... Hanno fatto qualche passo verso di lei, dice, poi si sono girati andandosene dall'altra parte".
Il dedalo di stradine del centro storico di Pesaro - svuotate da abbuffate e regali da spacchettare - è perfetto per chi vuole sparire. Poche decine di metri e addio. Ma ci sono decine di telecamere, e gli accessi Ztl sono monitorati: "Stiamo lavorando in tutte le direzioni, compresa questa", dice il maggiore Cosimo Lamusta, comandante del nucleo investigativo. Lo smacco, per le istituzioni, è senza precedenti.
"E' un messaggio dirompente - dice il sindaco, Matteo Ricci (Pd) - è come se avessero detto a tutti coloro che collaborano: possiamo uccidere voi e i vostri parenti anche se siete protetti dallo Stato. Senza contare lo spavento dei miei concittadini, che continuano a chidermi: ce ne sono altri? Quanti sono? Cosa fa lo Stato per garantire che non ci finiamo in mezzo?".
Cresciuto in una famiglia decimata dalle faide, Marcello Bruzzese non aveva guai con la giustizia: "E' incensurato", assicurano gli inquirenti. Era sopravvissuto a un agguato nel 1995, quando gli ammazzarono il papà e un cognato: gravemente ferito, se la cavò. Suo papà, Domenico, era il braccio destro di un boss della Piana di Gioia Tauro, Teodoro Crea. Alla morte del padre il testimone era passato a suo fratello, Girolamo Biagio, che nel 2003 avava però cambiato musica: latitante per omicidio, aveva pensato bene di sparare in testa a Teodoro Crea - anche lui latitante, all'epoca - e si era poi costituito, convinto di averlo ucciso. Il boss si salvò (è al 41 bis) e i Bruzzese sono entrati tutti nel programma di protezione scattato quando Girolamo Biagio decise di parlare, aprendo un mondo agli investigatori.
Eppure, nonostante quel passato da brividi aveva lasciato nome e cognome sulla buca delle lettere, e tutti qui lo conoscevano con la vera identità. Com'è possibile che lo Stato consentisse un simile rischio? "Non deve stupire - spiega la procuratrice, Cristina Tedeschini - è una delle opzioni che i programmi di protezione lasciano alle persone: rimanere sotto copertura incide molto sulla qualità della vita. In alcuni periodi, per una serie di motivi possono scegliere di riassumere la loro identità anagrafica". Però la presenza di famiglie sotto tutela, in quel condominio borghese, era il segreto di Pulcinella. E qualcuno ha sottovalutato il pericolo.
L'ipotesi investigativa è che il passato abbia presentato il conto. Un messaggio per il fratello, insomma. Ma la procura non esclude nulla, nemmeno che la vita ricostruita qui dalla famiglia Bruzzese potesse nascondere - all'ombra di un programma di protezione che tutela ma non controlla - nuove ragioni per armare la mano dei killer. I pochi che conoscevano Marcello, qui a Pesaro, ne parlano bene: "Un uomo riservato, elegante ed educato, molto attaccato ai tre figli". "Aveva lavorato anche in una coop sociale, non ci ha mai dato segnali che fosse in pericolo né ha mai creato problemi", assicurano i carabinieri. Sotto tutela dal 2013, era venuto a Pesaro nel 2008; poi un periodo in Francia, e da tre anni ancora Pesaro: certamente chi lo ha ucciso sapeva chi, dove e quando colpire.
Si cercano i killer, ma alla sbarra c'è già il sistema che dovrebbe tutelare le persone protette - collaboratori di giustizia, testimoni e i loro parenti - e le comunità in cui vengono inserite. A dar qualche spiegazione arriverà oggi, in una Pesaro scioccata, il ministro degli Interni, Matteo Salvini.
"Ho sentito tutti quei colpi ma pensavo fossero petardi di Natale - racconta Roberto Olivieri, titolare del ristorante 'Da Sante' a 40 metri dal luogo del delitto - sono uscito a dare un'occhiata nel vicolo ma non ho visto nulla. Dall'altra parte, verso il corso, si stava avvicinando una passante con il cane, una ragazza che conosco. Sono rientrato, ma poco dopo l'ho sentita urlare: Roberto, aiuto, c'è un morto! All'ingresso del garage ho visto la Peugeot crossover crivellata di colpi, con la porta aperta e una gamba che pendeva. Abbiamo chiamato i soccorsi. Mi ha raccontato di aver visto due persone, di aver avuto la sensazione che avessero qualcosa in mano... Hanno fatto qualche passo verso di lei, dice, poi si sono girati andandosene dall'altra parte".
Il dedalo di stradine del centro storico di Pesaro - svuotate da abbuffate e regali da spacchettare - è perfetto per chi vuole sparire. Poche decine di metri e addio. Ma ci sono decine di telecamere, e gli accessi Ztl sono monitorati: "Stiamo lavorando in tutte le direzioni, compresa questa", dice il maggiore Cosimo Lamusta, comandante del nucleo investigativo. Lo smacco, per le istituzioni, è senza precedenti.
"E' un messaggio dirompente - dice il sindaco, Matteo Ricci (Pd) - è come se avessero detto a tutti coloro che collaborano: possiamo uccidere voi e i vostri parenti anche se siete protetti dallo Stato. Senza contare lo spavento dei miei concittadini, che continuano a chidermi: ce ne sono altri? Quanti sono? Cosa fa lo Stato per garantire che non ci finiamo in mezzo?".
Cresciuto in una famiglia decimata dalle faide, Marcello Bruzzese non aveva guai con la giustizia: "E' incensurato", assicurano gli inquirenti. Era sopravvissuto a un agguato nel 1995, quando gli ammazzarono il papà e un cognato: gravemente ferito, se la cavò. Suo papà, Domenico, era il braccio destro di un boss della Piana di Gioia Tauro, Teodoro Crea. Alla morte del padre il testimone era passato a suo fratello, Girolamo Biagio, che nel 2003 avava però cambiato musica: latitante per omicidio, aveva pensato bene di sparare in testa a Teodoro Crea - anche lui latitante, all'epoca - e si era poi costituito, convinto di averlo ucciso. Il boss si salvò (è al 41 bis) e i Bruzzese sono entrati tutti nel programma di protezione scattato quando Girolamo Biagio decise di parlare, aprendo un mondo agli investigatori.
Eppure, nonostante quel passato da brividi aveva lasciato nome e cognome sulla buca delle lettere, e tutti qui lo conoscevano con la vera identità. Com'è possibile che lo Stato consentisse un simile rischio? "Non deve stupire - spiega la procuratrice, Cristina Tedeschini - è una delle opzioni che i programmi di protezione lasciano alle persone: rimanere sotto copertura incide molto sulla qualità della vita. In alcuni periodi, per una serie di motivi possono scegliere di riassumere la loro identità anagrafica". Però la presenza di famiglie sotto tutela, in quel condominio borghese, era il segreto di Pulcinella. E qualcuno ha sottovalutato il pericolo.
L'ipotesi investigativa è che il passato abbia presentato il conto. Un messaggio per il fratello, insomma. Ma la procura non esclude nulla, nemmeno che la vita ricostruita qui dalla famiglia Bruzzese potesse nascondere - all'ombra di un programma di protezione che tutela ma non controlla - nuove ragioni per armare la mano dei killer. I pochi che conoscevano Marcello, qui a Pesaro, ne parlano bene: "Un uomo riservato, elegante ed educato, molto attaccato ai tre figli". "Aveva lavorato anche in una coop sociale, non ci ha mai dato segnali che fosse in pericolo né ha mai creato problemi", assicurano i carabinieri. Sotto tutela dal 2013, era venuto a Pesaro nel 2008; poi un periodo in Francia, e da tre anni ancora Pesaro: certamente chi lo ha ucciso sapeva chi, dove e quando colpire.
Si cercano i killer, ma alla sbarra c'è già il sistema che dovrebbe tutelare le persone protette - collaboratori di giustizia, testimoni e i loro parenti - e le comunità in cui vengono inserite. A dar qualche spiegazione arriverà oggi, in una Pesaro scioccata, il ministro degli Interni, Matteo Salvini.