Sherlock Holmes "elementare" per sempre
Giancarlo de Cataldo , di GIANCARLO DE CATALDOContinua il nostro viaggio alle origini del poliziesco. Stavolta con il detective per eccellenza. Eccentrico e sregolato, l’eroe di Sir Arthur Conan Doyle è sopravvissuto alle mode e al suo autore che provò invano a ucciderlo
Corre l'anno 1887 quando Arthur Conan Doyle, un colossale giovane scozzese alto due metri, pubblica Uno studio in rosso. Doyle è allievo del dottor Bell, medico e pioniere del positivismo scientifico, si propone di estenderne il metodo all'investigazione criminale. L'esordio narrativo è però un fiasco. Doyle medita di lasciar perdere. Ma prima di rinunciare si concede una nuova escursione nel poliziesco: Il segno dei quattro. È il 1890. Il successo, questa volta, è immediato. Per paradossale che possa apparire, il trionfo dell'eroe di carta è in gran parte dovuto alle gesta del primo serial killer dei tempi moderni: Jack lo Squartatore. Nel periodo fra i due romanzi, nel giro di pochi mesi, un misterioso assassino uccide sei prostitute.
La sua identità non verrà mai accertata. La popolazione è in preda al panico. Jack colpisce nei quartieri popolari di Londra, dove, se possibile, la plebe inurbata vive in …
La sua identità non verrà mai accertata. La popolazione è in preda al panico. Jack colpisce nei quartieri popolari di Londra, dove, se possibile, la plebe inurbata vive in …
Corre l'anno 1887 quando Arthur Conan Doyle, un colossale giovane scozzese alto due metri, pubblica Uno studio in rosso. Doyle è allievo del dottor Bell, medico e pioniere del positivismo scientifico, si propone di estenderne il metodo all'investigazione criminale. L'esordio narrativo è però un fiasco. Doyle medita di lasciar perdere. Ma prima di rinunciare si concede una nuova escursione nel poliziesco: Il segno dei quattro. È il 1890. Il successo, questa volta, è immediato. Per paradossale che possa apparire, il trionfo dell'eroe di carta è in gran parte dovuto alle gesta del primo serial killer dei tempi moderni: Jack lo Squartatore. Nel periodo fra i due romanzi, nel giro di pochi mesi, un misterioso assassino uccide sei prostitute.
La sua identità non verrà mai accertata. La popolazione è in preda al panico. Jack colpisce nei quartieri popolari di Londra, dove, se possibile, la plebe inurbata vive in condizioni ancora peggiori che al tempo di Dickens. Il terrore per il maniaco si integra alla paura, alimentata dal perbenismo dell'ormai affermata borghesia industriale, per le cosiddette "classi pericolose". Lavoratori, in primis, e poi gli immigrati, spinti dal bisogno verso le ricche terre del vecchio e nuovo mondo. Tutti accomunati sotto l'etichetta ora di "socialisti", ora di "anarchici", infine di "criminali".
Tutti untori, agenti provocatori di un caos che mira a scardinare l'ordine, asseritamente immutabile, delle cose. Ed è dunque tempo che si affacci sulla scena colui che restauri questo ordine. Sherlock Holmes. Il colpo di genio sta nell'affidare questo compito non a un tetro e grigio funzionario, ma a un individuo eccentrico, sregolato, tossicofilo. Che risolve casi in apparenza impossibili all'insegna della logica abduttiva, una combinazione di conoscenza e intuizione. Che disprezza il cosiddetto predecessore Dupin: "senza dubbio, Watson, lei crede di farmi un complimento paragonandomi a Dupin. Ma (...) Dupin era un mediocre. Aveva una qualche capacità analitica, ma non era quel fenomeno che Poe sembra considerare".
E che vive in simbiosi con Watson: lui, il genio che tutti vorremmo essere e che non saremo mai, e il dottore, l'uomo qualunque che tutti siamo e che vedere accanto al genio ci rassicura. Conan Doyle viene, a suo modo, travolto dal successo. Comincia a detestare Holmes, lo odia addirittura. Decide di ucciderlo. Holmes precipita nella cascata di Reichenbach, avvinto in un abbraccio mortale al suo nemico di sempre, il perfido professor Moriarty. Seguono proteste, addirittura violenti tumulti, e sir Arthur è costretto a resuscitare Holmes, che, tornato in scena, allude, per giustificare gli anni di silenzio, a un viaggio in Tibet.
Ricchissimo e veneratissimo, Conan Doyle, che, in linea con lo spirito dei tempi, aveva evocato complotti massonico-operaisti (La valle della paura) e camorristico-carbonari (L'avventura del cerchio rosso), nel 1910 assume come autista Jules Bonnot, il bandito anarchico icona dei movimenti libertari. Evidentemente non convertito a idee più progressiste, muore, nel 1930, dopo aver trascorso gli ultimi anni a caccia di fate nei boschi, sedotto, lui che era partito con l'inno alla scienza, dai ciarlatani dell'irrazionale. Holmes è destinato a sopravvivergli. Soltanto negli ultimi dieci anni il duo Holmes & Watson è stato portato sul grande e piccolo schermo da gente del calibro di Benedict Cumberbatch, Robert Downey jr, Jude Law e Ian McKellen. In molti casi le avventure del più famoso detective di tutti i tempi e della sua storica "spalla" sono state attualizzate. Il Dna ha sostituito la sofisticata analisi dei residui di cenere del costoso sigaro fumato dal "vilain" di turno. Le comunicazioni via Skype e le mail hanno preso il posto dei telegrammi che solerti postini un tempo consegnavano, in incessante processione, al numero 221-B di Baker Street.
A Sherlock sono stati dedicati popolari videogiochi. Nella serie più spericolata, Elementary, in aperta violazione di un canone religiosamente osservato per decenni da legioni di adepti, il bonario e rassicurante medico militare dr. John Watson assume le sembianze di una tosta e combattiva psichiatra, la dottoressa Joan Watson. E basta risalire nel tempo di qualche anno per ritrovare Holmes & Watson a confronto con il dottor Freud, Einstein, Marx, Mussolini, D'Annunzio, il conte Dracula e, naturalmente, con Jack lo Squartatore. E non manca il cartone animato, in quel piccolo capolavoro disneyano che risponde al titolo di Basil l'investigatopo. Dove Basil, alto, allampanato, distaccato, superbamente narciso (ma, beninteso, non tossico) è un omaggio dichiarato al primo e più celebrato interprete, sir Basil Rathbone. Holmes e Watson, insomma, sfidano il tempo. In molti si sono chiesti la ragione della persistenza tanto tenace del mito di Holmes. Secondo il filosofo Siegfried Kracauer, Holmes incarna quel carattere intellettualistico del romanzo poliziesco, "specchio deformante di una società completamente civilizzata" e dominata dalla ragione. Ma forse, come spesso accade quando entrano in gioco l'arte e il gusto individuale, è impossibile dare una risposta. Vale, anche per noi lettori, l'aforisma di T. S. Eliot: "ogni scrittore deve qualcosa a Sherlock Holmes".
- 2. Continua
La sua identità non verrà mai accertata. La popolazione è in preda al panico. Jack colpisce nei quartieri popolari di Londra, dove, se possibile, la plebe inurbata vive in condizioni ancora peggiori che al tempo di Dickens. Il terrore per il maniaco si integra alla paura, alimentata dal perbenismo dell'ormai affermata borghesia industriale, per le cosiddette "classi pericolose". Lavoratori, in primis, e poi gli immigrati, spinti dal bisogno verso le ricche terre del vecchio e nuovo mondo. Tutti accomunati sotto l'etichetta ora di "socialisti", ora di "anarchici", infine di "criminali".
Tutti untori, agenti provocatori di un caos che mira a scardinare l'ordine, asseritamente immutabile, delle cose. Ed è dunque tempo che si affacci sulla scena colui che restauri questo ordine. Sherlock Holmes. Il colpo di genio sta nell'affidare questo compito non a un tetro e grigio funzionario, ma a un individuo eccentrico, sregolato, tossicofilo. Che risolve casi in apparenza impossibili all'insegna della logica abduttiva, una combinazione di conoscenza e intuizione. Che disprezza il cosiddetto predecessore Dupin: "senza dubbio, Watson, lei crede di farmi un complimento paragonandomi a Dupin. Ma (...) Dupin era un mediocre. Aveva una qualche capacità analitica, ma non era quel fenomeno che Poe sembra considerare".
E che vive in simbiosi con Watson: lui, il genio che tutti vorremmo essere e che non saremo mai, e il dottore, l'uomo qualunque che tutti siamo e che vedere accanto al genio ci rassicura. Conan Doyle viene, a suo modo, travolto dal successo. Comincia a detestare Holmes, lo odia addirittura. Decide di ucciderlo. Holmes precipita nella cascata di Reichenbach, avvinto in un abbraccio mortale al suo nemico di sempre, il perfido professor Moriarty. Seguono proteste, addirittura violenti tumulti, e sir Arthur è costretto a resuscitare Holmes, che, tornato in scena, allude, per giustificare gli anni di silenzio, a un viaggio in Tibet.
Ricchissimo e veneratissimo, Conan Doyle, che, in linea con lo spirito dei tempi, aveva evocato complotti massonico-operaisti (La valle della paura) e camorristico-carbonari (L'avventura del cerchio rosso), nel 1910 assume come autista Jules Bonnot, il bandito anarchico icona dei movimenti libertari. Evidentemente non convertito a idee più progressiste, muore, nel 1930, dopo aver trascorso gli ultimi anni a caccia di fate nei boschi, sedotto, lui che era partito con l'inno alla scienza, dai ciarlatani dell'irrazionale. Holmes è destinato a sopravvivergli. Soltanto negli ultimi dieci anni il duo Holmes & Watson è stato portato sul grande e piccolo schermo da gente del calibro di Benedict Cumberbatch, Robert Downey jr, Jude Law e Ian McKellen. In molti casi le avventure del più famoso detective di tutti i tempi e della sua storica "spalla" sono state attualizzate. Il Dna ha sostituito la sofisticata analisi dei residui di cenere del costoso sigaro fumato dal "vilain" di turno. Le comunicazioni via Skype e le mail hanno preso il posto dei telegrammi che solerti postini un tempo consegnavano, in incessante processione, al numero 221-B di Baker Street.
A Sherlock sono stati dedicati popolari videogiochi. Nella serie più spericolata, Elementary, in aperta violazione di un canone religiosamente osservato per decenni da legioni di adepti, il bonario e rassicurante medico militare dr. John Watson assume le sembianze di una tosta e combattiva psichiatra, la dottoressa Joan Watson. E basta risalire nel tempo di qualche anno per ritrovare Holmes & Watson a confronto con il dottor Freud, Einstein, Marx, Mussolini, D'Annunzio, il conte Dracula e, naturalmente, con Jack lo Squartatore. E non manca il cartone animato, in quel piccolo capolavoro disneyano che risponde al titolo di Basil l'investigatopo. Dove Basil, alto, allampanato, distaccato, superbamente narciso (ma, beninteso, non tossico) è un omaggio dichiarato al primo e più celebrato interprete, sir Basil Rathbone. Holmes e Watson, insomma, sfidano il tempo. In molti si sono chiesti la ragione della persistenza tanto tenace del mito di Holmes. Secondo il filosofo Siegfried Kracauer, Holmes incarna quel carattere intellettualistico del romanzo poliziesco, "specchio deformante di una società completamente civilizzata" e dominata dalla ragione. Ma forse, come spesso accade quando entrano in gioco l'arte e il gusto individuale, è impossibile dare una risposta. Vale, anche per noi lettori, l'aforisma di T. S. Eliot: "ogni scrittore deve qualcosa a Sherlock Holmes".
- 2. Continua