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Cesare Battisti (lapresse)

La poliziotta dei telefoni e il segugio a Santa Cruz così è scattata la trappola

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Le mosse dei protagonisti della cattura di Battisti in Bolivia. Tra gli ultimi contatti un deputato e un sindacalista brasiliani
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ROMA. Raccontano ora che, avvolto in una coperta e sprofondato in una delle poltrone del Falcon del trentunesimo stormo che lo riportava in Italia, Cesare Battisti abbia trascorso buona parte delle 15 ore di volo da santa Cruz a Ciampino dormendo. In una catatonia interrotta da brandelli di conversazione con Giuseppe Codispoti, lo sbirro cinquantaquatrenne della Polizia di Prevenzione, che lo aveva braccato in Bolivia e che lo avrebbe sorretto nei cento passi a vantaggio di telecamere tra la scaletta dell’aereo e il terminal militare in cui gli sarebbero stati notificati 37 anni di scartoffie giudiziarie e il decreto di esecuzione pena all’ergastolo. E raccontano anche che in quel discorso più volte interrotto, il Prigioniero, si sia rivelato a Codispoti per l’uomo che aveva lui aveva intuito fosse.

Irrimediabilmente solo. Catatonico e a suo modo consapevole della fine. Affatto ostile, al contrario. Piuttosto, rifugiato in una bolla che lo proteggesse dall&rs…
ROMA. Raccontano ora che, avvolto in una coperta e sprofondato in una delle poltrone del Falcon del trentunesimo stormo che lo riportava in Italia, Cesare Battisti abbia trascorso buona parte delle 15 ore di volo da santa Cruz a Ciampino dormendo. In una catatonia interrotta da brandelli di conversazione con Giuseppe Codispoti, lo sbirro cinquantaquatrenne della Polizia di Prevenzione, che lo aveva braccato in Bolivia e che lo avrebbe sorretto nei cento passi a vantaggio di telecamere tra la scaletta dell’aereo e il terminal militare in cui gli sarebbero stati notificati 37 anni di scartoffie giudiziarie e il decreto di esecuzione pena all’ergastolo. E raccontano anche che in quel discorso più volte interrotto, il Prigioniero, si sia rivelato a Codispoti per l’uomo che aveva lui aveva intuito fosse.

Irrimediabilmente solo. Catatonico e a suo modo consapevole della fine. Affatto ostile, al contrario. Piuttosto, rifugiato in una bolla che lo proteggesse dall’Ordalia in diretta tv immaginata e voluta dal ministro dell’Interno vestito da finto sbirro. E con un solo desiderio. Una telefonata alla prima figlia e una al fratello nel momento in cui avesse toccato terra. Già. Battisti e Codispoti. Ma anche Emilio Russo, funzionario del Servizio per la cooperazione internazionale di Polizia, e Cristina Villa, la dirigente dell’ufficio Digos di Milano. E chi dell’Aise, per ovvie ragioni, non ha e non avrà mai un nome in questa storia.
Cristina Villa, capo della ezione antiterrorismo di Milano 

Una latitanza è anche il microcosmo di intuizioni, errori, epifanie in cui chi scappa e chi insegue finiscono inevitabilmente per trovarsi a loro modo indissolubilmente legati. È l’incrocio di storie personali divise da infiniti gradi di separazione. Codispoti, ad esempio. Cresciuto da ispettore e quindi da funzionario della questura di Roma. Prima nella sezione di polizia giudiziaria del Tribunale e poi alla Scientifica. Fino a cinque anni fa, quando il trasferimento alla Polizia di Prevenzione, l’Ucigos, gli era sembrata la strada utile ad affacciarsi su un altro mondo. O la stessa Villa, cresciuta al contrario nell’Antiterrorismo a Milano. «L’angelo dei telefoni», come ora dicono di lei a Roma al Dipartimento di Pubblica sicurezza, sottolineando che è anche e soprattutto grazie a lei che la pista dei cellulari — costruita all’inizio su non più di cinque, sei utenze italiane, tra cui i suoi familiari, contattate da Battisti e sulla sua cerchia di amici (l’ex parlamentare di sinistra Eduardo Suplicy, il sindacalista brasiliano Magno de Carvalho, lo storico e scrittore Carlos Lungarzo e la sociologa Silvana Barolo) — ha portato dove si sperava potesse e dovesse portare. E che oggi consente di dire alla Procura generale di Milano che la latitanza di Cesare Battisti in Bolivia ha conosciuto due momenti.

Un prima, tra il 16 novembre e il 5 dicembre, quando il Fuggitivo ancora tale non era. E un dopo. Quando, dopo essere rientrato in Brasile per pochi giorni e all’indomani della sentenza del 13 dicembre con cui la magistratura brasiliana dà il via libera alla sua estradizione, Battisti, come riferito ieri da "Repubblica", ritorna nel Paese di Morales attraverso lo stato del Mato Grosso e l’aeroporto di Sinop, dove arriva proveniente da san Paolo.
È Codispoti che con la Polizia boliviana afferra il bandolo della matassa. Una pensione due stelle di santa Cruz de la Sierra, in Radial 21. La “Casona Azul”, un edificio a due piani in legno azzurro e bianco dove Battisti si presenta il 16 novembre scorso prenotato da un cittadino brasiliano. Dice di essere un imprenditore edile brasiliano. Paga in contanti. Un rotolo di “Real” — le banconote brasiliane — che tira fuori da una tasca. Quelle che gli sono rimaste, perché i suoi conti sono in rosso. Il proprietario della “Casona” racconta a Codispoti di ricordarlo bene quel tipo. È socievole, ama cucinare anche per gli altri ospiti della pensione. Sembra in vacanza. Anche se — aggiunge — spesso resta nella sua stanza e ordina la pizza in un delivery non troppo lontano dalla pensione. Nei registri delle chiamate al delivery è dunque rimasto memorizzato il cellulare che Battisti ha cominciato a usare. È una scheda boliviana. Che porta a un rivenditore del locale Mercatino “Quattro novembre”, dove si comprano e vendono telefoni e schede come fossero granaglie. Anche qui ricordano il volto di Battisti. Ed è qui che vengono acquisiti i dati di almeno altri due cellulari e di altrettante schede.

La ricerca stringe il suo raggio. Perché è vero che Battisti ha lasciato quella prima pensione boliviana il 5 dicembre per rientrare in Brasile. Ma è anche vero che lo ha fatto portandosi dietro telefoni e schede. E lo ha fatto a bordo di un Suv Toyota che diversi distributori boliviani riconoscono o comunque hanno annotato come cliente della pompa. Battisti non lo sa. Ma in Bolivia, il governo contribuisce al rifornimento di carburante dei cittadini a fronte della presentazione del distributore dell’identità dell’automobilista che è stato rifornito. L’auto di Battisti viene dunque tracciata nei suoi spostamenti. Nel suo primo soggiorno boliviano. E nel momento del ritorno nel Paese. A San Matias, per esempio, di rientro dal Brasile il 17 dicembre, dove ha attraversato le città di Sinop, Lucas do Rio Verde e Caceres. L’epilogo è noto. Un uomo solo in maglietta che caracolla. Quattro monete nelle tasche. E un cellulare. Che sarà ora aperto per verificare se custodisca o meno qualche residuo segreto di una storia che, da ieri, dopo trentasette anni, ha conosciuto forse davvero il suo sipario.