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Ilaria Cucchi mostra una foto del fratello Stefano (ansa)

Cucchi, la verità promessa dal comandante e occultata dai sottoposti

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Omissioni  e versioni di comodo: così il depistaggio dell’Arma è continuato anche dopo l’impegno alla trasparenza preso da Nistri
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ROMA - Ci hanno raccontato un mucchio di solenni sciocchezze. Perché la catena di comando dell'Arma dei carabinieri continua ad agitarsi scompostamente per inquinare il processo per l'omicidio di Stefano Cucchi e l'inchiesta su chi ne ha coperto i responsabili per nove anni. Altro che "fermezza dovuta a una famiglia colpita dal lutto e a un Paese che ama l'Arma ed è smarrito da ciò che sente" , come scrisse non più tardi del 27 ottobre scorso su questo giornale il Comandante generale Giovanni Nistri. Altro che "sincera assunzione di responsabilità".

"Ribadiremo ai nostri ufficiali - scriveva Nistri - che il grado non è un peso leggero. Richiede spalle robuste e animo saldo". Ebbene, tre settimane dopo, il tenente colonnello Vincenzo Pascale, che da poco aveva assunto il comando del Gruppo carabinieri di Napoli, si "raccomandava di far dire al maresciallo che aveva fatto servizio alla stazione…
ROMA - Ci hanno raccontato un mucchio di solenni sciocchezze. Perché la catena di comando dell'Arma dei carabinieri continua ad agitarsi scompostamente per inquinare il processo per l'omicidio di Stefano Cucchi e l'inchiesta su chi ne ha coperto i responsabili per nove anni. Altro che "fermezza dovuta a una famiglia colpita dal lutto e a un Paese che ama l'Arma ed è smarrito da ciò che sente" , come scrisse non più tardi del 27 ottobre scorso su questo giornale il Comandante generale Giovanni Nistri. Altro che "sincera assunzione di responsabilità".

"Ribadiremo ai nostri ufficiali - scriveva Nistri - che il grado non è un peso leggero. Richiede spalle robuste e animo saldo". Ebbene, tre settimane dopo, il tenente colonnello Vincenzo Pascale, che da poco aveva assunto il comando del Gruppo carabinieri di Napoli, si "raccomandava di far dire al maresciallo che aveva fatto servizio alla stazione dove è successo il fatto di Cucchi (Ciro Grimaldi, ndr) di stare calmo, tranquillo". In nome dello "spirito di corpo" , perché "se c'è qualche collega in difficoltà, va aiutato" .

Il tenente colonnello Vincenzo Pascale non è un marziano. Arriva a Napoli da Roma, dove ha comandato la compagnia Trionfale. E Roma e Napoli sono due città chiave nei depistaggi dell'inchiesta Cucchi. A Roma, nel 2009 e quindi nel 2015, è stato cucinato il doppio inquinamento probatorio che deve far deragliare la ricerca della verità sulle responsabilità dell'Arma. A Napoli, il più alto ufficiale in grado è il Comandante interregionale Vittorio Tomasone. Il generale al vertice della catena di comando dei carabinieri di Roma che, nel 2009, dispose i falsi materiali che coprirono le responsabilità dei militari dell'Arma. A Napoli, è comandante provinciale il colonnello Ubaldo Del Monaco, ufficiale navigato, cresciuto con il Comandante generale Leonardo Gallitelli, legato a Tomasone, e da cui dipende gerarchicamente il tenente colonnello Pascale.

Diventa insomma difficile immaginare che Pascale raccomandi di rinfrescare le idee al "maresciallo del fatto di Cucchi" su cosa sia "lo spirito di corpo" perché è un'altra scheggia impazzita dell'Arma. O che qualcuno possa equivocare sull'accezione del termine "spirito di corpo", che, in questo caso, si legge e significa "omertà". Non fosse altro perché quella "raccomandazione" arriva, guarda caso, alla vigilia della deposizione di quel maresciallo proprio nel processo Cucchi, il 6 dicembre scorso. E trova ascolto. Quel giorno, infatti, il maresciallo Ciro Grimaldi è in aula per riferire una circostanza che, nel corso dell'inchiesta, ha verbalizzato con il pm Musarò. Di aver cioè saputo da uno dei piantoni della caserma di Tor Sapienza, dove Cucchi era stato trasferito la notte del pestaggio, che Stefano, sollecitato a spiegare il perché avesse la cintura dei pantaloni spezzata, aveva risposto accusando i carabinieri che lo avevano appena picchiato. Ma il maresciallo, improvvisamente, ha ricordi confusi. Dice: "Ecco, Colicchio mi disse che quando chiese contezza della rottura della cinta, Cucchi gli disse: 'Sono stati gli amici tua', o 'gli amici mia'".

Non è una correzione da poco. "Mia" o "tua" sono l'opposto. Musarò dunque lo incalza. E Grimaldi prova ad abborracciare una risposta: "Le dico la verità, dottore, dopo l'istruttoria, ho avuto modo di pensare alla cosa che avevo detto...". Musarò affonda: "C'è qualcuno che l'ha aiutata a pensare?" . Il maresciallo ora farfuglia. Fa nuovamente marcia indietro. Conferma la sua prima versione e quindi va nel pallone, sostenendo di non ricordare i nomi degli ufficiali della sua catena gerarchica. Né il nome del comandante del Gruppo Napoli, né quello del Comandante provinciale.

Già, un pugile suonato, il maresciallo. Un po' come il capitano Tiziano Testarmata, l'ufficiale ora indagato per favoreggiamento, che, nel 2015, trasformò l'indagine interna disposta dal Comando provinciale in un'operazione di insabbiamento. Sapevamo già di come avesse rinunciato ad acquisire una prova luminosa come un palo della luce che pure aveva di fronte al naso: una mail che documentava le pressioni del vertice della catena di comando dei carabinieri di Roma sui militari della caserma di Tor Sapienza. Ora, dai nuovi atti, scopriamo un altro singolare infortunio professionale.

Aveva tra le mani il registro sbianchettato del fotosegnalamento della stazione carabinieri Casilina. Quello che doveva goffamente cancellare la presenza di Cucchi in quella caserma la notte del pestaggio. Ma anche quello preferì non prenderlo. Anche stavolta dopo una telefonata al suo superiore, l'allora comandante del Reparto operativo Lorenzo Sabatino. Nello sconcerto dei suoi colleghi, si accontentò di una fotocopia, da cui lo sbianchettamento non era visibile. Per "spirito di corpo"?