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La sede della Commissione Ue a Bruxelles 

Le minoranze organizzate che si spacciano per élite

Un bilancio provvisorio del dibattito lanciato da Alessandro Baricco sul nostro giornale, tra spunti critici e occasioni di riflessione
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Di fronte ai recenti sconvolgimenti politici, l'intervento di Alessandro Baricco richiama giustamente all'esigenza di non piangersi addosso, ma di capire. La sua argomentazione ruota intorno alla tesi secondo la quale sarebbe "andato in pezzi un certo patto tra le élite e la gente, e adesso la gente ha deciso di fare da sola". Nadia Urbinati eccepisce che una buona democrazia vive nondel "patto", bensì della "lotta" tra élite e popolo. Ma questa critica non scalfisce la rappresentazione dicotomica riportata da Baricco.

Muovendosi nella direzione indicata da Michele Serra, sembra opportuno fare un passo indietro e riconoscere che la denuncia dello scollamento tra élite e gente è quotidiana e trasversale da anni. Politici di ogni parte evocano senza sosta l'una e l'altra. Intervistata come unadelle personalità più influenti nel mondo della tecnologia, Francesca Bria dichiara che "la nost…
Di fronte ai recenti sconvolgimenti politici, l'intervento di Alessandro Baricco richiama giustamente all'esigenza di non piangersi addosso, ma di capire. La sua argomentazione ruota intorno alla tesi secondo la quale sarebbe "andato in pezzi un certo patto tra le élite e la gente, e adesso la gente ha deciso di fare da sola". Nadia Urbinati eccepisce che una buona democrazia vive nondel "patto", bensì della "lotta" tra élite e popolo. Ma questa critica non scalfisce la rappresentazione dicotomica riportata da Baricco.

Muovendosi nella direzione indicata da Michele Serra, sembra opportuno fare un passo indietro e riconoscere che la denuncia dello scollamento tra élite e gente è quotidiana e trasversale da anni. Politici di ogni parte evocano senza sosta l'una e l'altra. Intervistata come unadelle personalità più influenti nel mondo della tecnologia, Francesca Bria dichiara che "la nostra missione è entrare nelle istituzioni per metterle al servizio della popolazione" (sottinteso, "non delle élite"). Ma una volta ammesso che la dicotomia élite-gente sia "lo storytelling di questa stagione" (Emanuele Coccia), giova spingere l'analisi più a fondo.

Non basta rilevare come la contrapposizione tra élite e gente sia una vulgata che non contiene alcuna soluzione; bisogna comprendere per quali motivi tale vulgata si sia affermata così potentemente, bisogna cioè esaminarla quale sintomo e fattore delle metamorfosi attuali. La dicotomia élite-gente è sintomo di una trasformazione economica e culturale. Essa esprime (ancorché impropriamente) un'accresciuta e inaccettabile disuguaglianza sociale, che, in estrema sintesi, è l'esito delle politiche neoliberali che, dagli anni Settanta del secolo scorso, hanno contribuito a plasmare il mondo, prima con lo smantellamento del sistema di Bretton Woods e poi con la progressiva liberazione dei movimenti di capitale.

La dicotomia testimonia inoltre l'insofferenza nei confronti delle mediazioni sociali, incentivata dalle opportunitàdi partecipazione dischiuse dall'utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione di massa. Senonché, la dicotomia élite-gente è anche un fattore di cambiamento della realtà; ha un ruolo attivo, non solo passivo. Perché spinge a chiudere gli occhi su una verità ricordata da Ezio Mauro, quella secondo cui è "sempre una minoranza a governare i sistemi complessi". Porta a ignorare che le minoranze organizzate si formano anche all'interno di sindacati, partiti e movimenti; che la stessa lottadi classe, per quanto capillare possa essere, è di fatto mediata da minoranze di potere; che la disintermediazione assicurata dalle tecnologie digitali è una neo-intermediazione sempre più difficile da controllare.

Trascurare la necessità delle mediazioni sociali alimenta illusioni destinate alla delusione. "Siccome la celebrazione degli impulsi non dà mai i risultati sperati", scriveva Umberto Econel 1983, "sopravviene la rabbia, oppure il desiderio si orienta in direzioni oscure, e diventa voglia di morte". Per scongiurare questa spirale, sarebbe bene ammettere che la mediazione delle minoranze, nella vita sociale e politica, è inevitabile. Ciò non significa che tutte le minoranze siano uguali né che ad esse vada delegata l'azione politica tout court. Nel corso della storia, le minoranze di potere si sono organizzate e legittimate in svariate maniere.

La parola élite non è sinonimo di establishment, classi o ceti dirigenti o dominanti, casta, oligarchia, poteri forti - come, del resto, la parola gente non equivale a massa, popolo né a ultimi, esclusi, ecc. In democrazia, l'espressione "élite politiche" andrebbe riservata alle minoranze di potere selezionate dal basso, aperte, controllabili, plurali, responsabili, sostituibili. E coloro che più hanno bisogno di élite permeabili e affidabili sono, le fasce più deboli della popolazione. Di questi tempi le élite politiche scarseggiano. La gente, dunque, fa da sola? No, semplicemente, tocca fare i conti con altre minoranze organizzate, di cui vanno studiate formazione e condotta.

Sul piano economico, nell'età del capitalismo globale, le minoranze organizzate si concepiscono, in Europa, come gruppi di interesse volti a premere sulle istituzioni pubbliche affinché le politiche di governo risultino il più possibile vantaggiose per loro. A differenza della fase di capitalismo internazionale, in cui classi dirigenti pubbliche e private, politiche ed economiche, collaboravano in vista di un interesse generale, cioè nazionale, oggi gli interessi delle classi politiche e quelli dei vertici del settore economico non combaciano più. Ecco perché le prime possono apparire subalterne e i secondi possono apparire come poteri dominanti, non dirigenti.Sul piano pubblico sono due le figure nelle quali oggi si incarna quello che Norberto Bobbio ha chiamato "fatto oligarchico": i capi politici e i tecnici. Gli uni e gli altri, in gradi e modi diversi, rappresentano la nuova forma del "fatto oligarchico", dopo la destrutturazione dei grandi partiti politici, delle loro culture e delle loro élite.

E quanto più i capi politici, in nome della gente, adottano decisioni irresponsabili, tanto più i tecnici irrigidiscono i vincoli da rispettare, vincoli che a loro volta rafforzano la smania dei capi politici e la chiamata della gente alla protesta (contro l'Eurocrazia).

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