Omicidio Giulio Regeni, tre anni dopo. La direttrice, l’avvocato, il sindacalista: ecco chi al Cairo tradì il ricercatore italiano
Carlo Bonini
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di CARLO BONINI E GIULIANO FOSCHINI
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Sotto accusa la responsabile di un centro culturale egiziano e il coinquilino della vittima. Entrambi lo consegnano all’uomo che sanno essere un informatore della polizia
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ROMA. Giulio Regeni è stato tradito. E non solo dall'uomo - l'ex leader del sindacato degli ambulanti Mohammed Abdallah - che lo avrebbe venduto agli apparati del Regime come la spia che non era. Negli atti dell'inchiesta sono almeno due i nomi delle persone di cui Giulio si fidava senza riserve che si rivelano avere indossato una maschera. Una donna, Hoda Kamel, direttrice del Egyptian Center for Economic and Social rights del Cairo. E un giovane uomo, un avvocato, Mohamed Khaled Atwa Elsayyad, il suo coinquilino nella casa di Dokki.
Alla porta del Centro che Hoda dirige, una Ong in grado, data la sua rete di contatti, di accreditare Giulio (a sua insaputa e suo malgrado) con ambienti sociali e politici di opposizione considerati "borderline" dagli occhiuti apparati del Regime, il giovane ricercatore di Fiumicello bussa su indicazione della professoressa Rabab El Ma…
ROMA. Giulio Regeni è stato tradito. E non solo dall'uomo - l'ex leader del sindacato degli ambulanti Mohammed Abdallah - che lo avrebbe venduto agli apparati del Regime come la spia che non era. Negli atti dell'inchiesta sono almeno due i nomi delle persone di cui Giulio si fidava senza riserve che si rivelano avere indossato una maschera. Una donna, Hoda Kamel, direttrice del Egyptian Center for Economic and Social rights del Cairo. E un giovane uomo, un avvocato, Mohamed Khaled Atwa Elsayyad, il suo coinquilino nella casa di Dokki.
Alla porta del Centro che Hoda dirige, una Ong in grado, data la sua rete di contatti, di accreditare Giulio (a sua insaputa e suo malgrado) con ambienti sociali e politici di opposizione considerati "borderline" dagli occhiuti apparati del Regime, il giovane ricercatore di Fiumicello bussa su indicazione della professoressa Rabab El Mahadi, sua tutor all'American University del Cairo e con una fama da "attivista". A Rabab Giulio era stato indirizzato dalla sua tutor dell'università di Cambridge, Maha Abdelrahman. Agli occhi della National Security, il Servizio segreto interno egiziano, Hoda Kamel e Rabab El Mahadi, e tutto ciò che intorno le ruota, equivalgono a un drappo rosso. Entrambe ne hanno consapevolezza.
E, tuttavia, non solo nessuna delle due si pone lo scrupolo di mettere sull'avviso Giulio. Ma, addirittura, lo consegnano per la sua ricerca all'uomo che sanno essere un informatore della polizia. Chi sia davvero Mohamed Abdallah, infatti, e che il suo vero mestiere sia il delatore, Hoda Kamel lo dice a "Repubblica" un mese dopo la morte di Giulio. Ed è sempre lei, in quell'intervista a questo giornale, ad accendere una luce sulla vicenda delle 10 mila sterline di borsa di studio che convinceranno l'ambulante a denunciare Giulio come spia agli apparati. Nondimeno, come racconta a verbale Abdallah, era stata proprio lei a "insistere" con lui perché introducesse Giulio nella comunità degli ambulanti. Di più: Giulio non era stato il primo ricercatore affidato alle cure dell'informatore della polizia. Perché, prima di lui, "ce ne erano stati altri due". Perché dunque questa ambiguità di Hoda Kamel? Per paura? Per convenienza? Per un patto implicito con gli apparati?
A Giulio non va meglio con Mohamed Khaled Atwa Elsayyad, un giovane avvocato che lavora nello studio legale "Zaki Hashem" - "tessera professionale 345129" si legge negli atti - e con cui, nella casa di Dokki di cui sono coinquilini, ha instaurato nei suoi primi mesi al Cairo un rapporto empatico, da coetanei. Vanno a correre insieme. Giulio gli ha insegnato a preparare piatti della cucina italiana.
E non può dunque immaginare che, durante le vacanze del Natale 2015, quando rientra in Italia, lui, Mohamed, apra la porta di casa a un funzionario della National Security identificato dalla magistratura egiziana come Najen. Il Servizio cerca carte, supporti informatici. Qualunque elemento consenta di acquisire informazioni sulla ricerca che Giulio sta conducendo e sui suoi contatti. Mohamed è la fonte e l'occhio di Najen (tra i due le telefonate sono molte) nella sfera privata di Giulio. E Najen - come documentano ancora gli atti dell'inchiesta - ogni volta che chiude una telefonata con l'avvocato, ne riferisce il contenuto al suo superiore gerarchico nel Servizio, il colonnello Husan Helmy Mohamed, uno degli ufficiali che, insieme al colonnello Sherif Magdi Ibrahim, conduce l'inchiesta su Giulio.Non è dato sapere quale sia stato il prezzo con cui Mohamed vende alla National Security la generosità e la fiducia che Giulio gli ha dato.
Se si sia offerto come delatore o sia stato costretto a diventarlo perché ricattato. È certo però che riesce a reggere emotivamente come un navigato dissimulatore la pressione che, tra il 28 gennaio e il 3 febbraio 2016, deve affrontare quando, nella casa di Dokki, nei giorni della disperata ricerca di Giulio (scomparso il 25), si stabiliscono i genitori di Giulio, Paola e Claudio. Parla con loro, mangia con loro. Ascolta e osserva la loro ansia. Ma decide non solo di tacere quello che sa, ma anche solo di dare un indizio, che pure in quel momento ha, che consenta di indirizzare la ricerca nelle galere della National Security guadagnando un tempo che potrebbe ancora salvare la vita di Giulio. Già, in un crudele gioco di specchi, nessuno al Cairo cerca davvero la verità o anche solo qualcosa che le somigli. Anche a costo di sacrificare la vita di cinque disgraziati innocenti. Giustiziati, nella primavera del 2016, dagli uomini degli apparati in un conflitto a fuoco che non c'è mai stato per poter essere poi accusati, da morti, di essere i sequestratori di Giulio.
Si chiamavano (dalla lettura delle carte è ora possibile a distanza di tre anni farne i nomi) Mohamed Asaad Tarek, Saad Abdelfattah, Tarek Saad ABdelfattah Ismail, Salah Ali Sad Mohammed, Moustafa Bakr Awadh Ibrahim, Ibrahim Farouk. E, come loro, hanno un nome anche i loro assassini e calunniatori.
A uccidere a sangue freddo i cinque furono Allaa Eddin Roshdi Bashandi Bilal, 46 anni, colonnello della polizia nella sezione "prevenzione furti d'auto" con tessera di riconoscimento 11040/92/16, e Hani Mahfouz Mihoub Ahmad, 47 anni. Mentre - documentano ancora gli atti - fu il colonnello Mahmoud Mohammed Abdel Azun Hendi, responsabile del dipartimento di investigazioni criminali di Shubra al al Khaimah (tessera di riconoscimento 28/1989), a entrare nella casa dei parenti degli assassinati per lasciarvi scivolare i documenti di identità di Giulio che aveva con sé e apparecchiare il set che doveva venderli come "i colpevoli".
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