Negozi chiusi la domenica, verso il passo indietro sui limiti per 14 grandi città
I sindaci delle città metropolitane vorrebbero sforare il tetto delle 26 domeniche all'anno e di 4 giorni festivi. Lega favorevole, M5s non esclude modifiche alle regole
Una deroga per le 14 città metropolitane sulla delicata questione dei negozi aperti la domenica. Che dia la possibilità di aumentare il numero delle aperture domenicali o conceda la possibilità di decidere autonomamente come intervenire sulle chiusure. Dopo l'intervento deciso di Giuseppe Sala da Milano - che disse Milano non è Avellino per criticare la posizione di Di Maio sul tema - si muovono i sindaci delle grandi città (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino, Venezia).
Al momento l'accordo che hanno trovato M5s e Lega è quello di indicare la strada alle Regioni che dovranno decidere poi come muoversi. La maggioranza ha fissato un tetto massimo: le saracinesche dovranno essere alzate non più di 26 domeniche all'anno e di 4 giorni festivi.
Ma proprio perché la legge prevede che ogni decisione venga presa di concerto con le amministrazioni…
Al momento l'accordo che hanno trovato M5s e Lega è quello di indicare la strada alle Regioni che dovranno decidere poi come muoversi. La maggioranza ha fissato un tetto massimo: le saracinesche dovranno essere alzate non più di 26 domeniche all'anno e di 4 giorni festivi.
Ma proprio perché la legge prevede che ogni decisione venga presa di concerto con le amministrazioni…
Una deroga per le 14 città metropolitane sulla delicata questione dei negozi aperti la domenica. Che dia la possibilità di aumentare il numero delle aperture domenicali o conceda la possibilità di decidere autonomamente come intervenire sulle chiusure. Dopo l'intervento deciso di Giuseppe Sala da Milano - che disse Milano non è Avellino per criticare la posizione di Di Maio sul tema - si muovono i sindaci delle grandi città (Bari, Bologna, Cagliari, Catania, Firenze, Genova, Messina, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma, Torino, Venezia).
Al momento l'accordo che hanno trovato M5s e Lega è quello di indicare la strada alle Regioni che dovranno decidere poi come muoversi. La maggioranza ha fissato un tetto massimo: le saracinesche dovranno essere alzate non più di 26 domeniche all'anno e di 4 giorni festivi.
Ma proprio perché la legge prevede che ogni decisione venga presa di concerto con le amministrazioni locali è partito un pressing, riferiscono fonti parlamentari della maggioranza, da parte dei primi cittadini per modificarne l'impianto. Ad oggi, nel testo, vengono 'salvaguardati' solo i centri storici.Nelle scorse settimane è stato appunto il sindaco di Milano a mettersi di traverso, ma una richiesta di derogare le Città metropolitane al piano delle chiusure domenicali dei negozi è arrivata pare anche dall'amministrazione capitolina. Si tratterebbe di città a vocazione turistica e di una decisione da prendere comunque in Commissione.
La Lega sarebbe disponibile a rivedere le regole per quanto riguarda le chiusure domenicali dei negozi delle grandi città, mentre il Movimento 5 stelle è propenso a mantenere i principi del testo anche se non esclude delle modifiche. Il lavoro sul testo unificato depositato comincerà giovedì nella commissione Attività produttive di Montecitorio.Tra i punti da affrontare anche il capitolo e-commerce. Si sta lavorando a regole che possano essere rispettate anche dalle grandi catene di distribuzione sul web. Per ora l'unica decisione presa è stata quella di vietare le consegne online nei giorni festivi.
Poi c'è il nodo dei contratti. I giallo-verdi puntano a un'indagine conoscitiva per chiarire la natura dei contratti che obbligano i lavoratori (in particolar modo commessi e commesse), soprattutto all'interno dei centri commerciali, a svolgere la propria mansione anche la domenica.
Nel testo poi è previsto che le catene di distribuzione che servono le partite Iva possano lavorare anche di domenica (per esempio quelle legate al mondo della ristorazione) e che possano restare comunque aperti alcuni esercizi commerciali, come i mobilifici.
Al momento l'accordo che hanno trovato M5s e Lega è quello di indicare la strada alle Regioni che dovranno decidere poi come muoversi. La maggioranza ha fissato un tetto massimo: le saracinesche dovranno essere alzate non più di 26 domeniche all'anno e di 4 giorni festivi.
Ma proprio perché la legge prevede che ogni decisione venga presa di concerto con le amministrazioni locali è partito un pressing, riferiscono fonti parlamentari della maggioranza, da parte dei primi cittadini per modificarne l'impianto. Ad oggi, nel testo, vengono 'salvaguardati' solo i centri storici.Nelle scorse settimane è stato appunto il sindaco di Milano a mettersi di traverso, ma una richiesta di derogare le Città metropolitane al piano delle chiusure domenicali dei negozi è arrivata pare anche dall'amministrazione capitolina. Si tratterebbe di città a vocazione turistica e di una decisione da prendere comunque in Commissione.
La Lega sarebbe disponibile a rivedere le regole per quanto riguarda le chiusure domenicali dei negozi delle grandi città, mentre il Movimento 5 stelle è propenso a mantenere i principi del testo anche se non esclude delle modifiche. Il lavoro sul testo unificato depositato comincerà giovedì nella commissione Attività produttive di Montecitorio.Tra i punti da affrontare anche il capitolo e-commerce. Si sta lavorando a regole che possano essere rispettate anche dalle grandi catene di distribuzione sul web. Per ora l'unica decisione presa è stata quella di vietare le consegne online nei giorni festivi.
Poi c'è il nodo dei contratti. I giallo-verdi puntano a un'indagine conoscitiva per chiarire la natura dei contratti che obbligano i lavoratori (in particolar modo commessi e commesse), soprattutto all'interno dei centri commerciali, a svolgere la propria mansione anche la domenica.
Nel testo poi è previsto che le catene di distribuzione che servono le partite Iva possano lavorare anche di domenica (per esempio quelle legate al mondo della ristorazione) e che possano restare comunque aperti alcuni esercizi commerciali, come i mobilifici.