Salvini dice sì a 30mila migranti: “Ma solo da chi accetta i rimpatri” Primo decreto flussi, clausola per incentivare le intese. Il ministro aveva detto: prima diamo lavoro agli italian
Primo decreto flussi, clausola per incentivare le intese. Il ministro aveva detto: prima diamo lavoro agli italiani
ROMA - Il primo decreto flussi dell’era Salvini è alla firma a Palazzo Chigi. Il ministro dell’Interno ha detto sì, alle sue condizioni. Nessuna sanatoria, ma sì anche quest’anno a 30.850 ingressi di lavoratori extracomunitari, a patto però che vengano esclusi quelli che provengono da Paesi i cui governi non si dimostreranno “collaborativi” nei rimpatri dei migranti irregolari che non si riesce a rimandare a casa proprio per il rifiuto dei Paesi d’origine a riaccoglierli. Dunque una sorta di “black list” che Salvini utilizzerà come arma di pressione nel suo prossimo tour in Africa in cui cercherà di concretizzare quegli accordi ai quali lavora con difficoltà da mesi ma finora senza esito: Sudan, Senegal, Mali, Gambia, Costa d’Avorio ma anche, Pakistan e Bangladesh, quest’ultimo primo Paese d’origine dei migranti sbarcati in Italia nei primi due mesi dell’anno, ben 5…
ROMA - Il primo decreto flussi dell’era Salvini è alla firma a Palazzo Chigi. Il ministro dell’Interno ha detto sì, alle sue condizioni. Nessuna sanatoria, ma sì anche quest’anno a 30.850 ingressi di lavoratori extracomunitari, a patto però che vengano esclusi quelli che provengono da Paesi i cui governi non si dimostreranno “collaborativi” nei rimpatri dei migranti irregolari che non si riesce a rimandare a casa proprio per il rifiuto dei Paesi d’origine a riaccoglierli. Dunque una sorta di “black list” che Salvini utilizzerà come arma di pressione nel suo prossimo tour in Africa in cui cercherà di concretizzare quegli accordi ai quali lavora con difficoltà da mesi ma finora senza esito: Sudan, Senegal, Mali, Gambia, Costa d’Avorio ma anche, Pakistan e Bangladesh, quest’ultimo primo Paese d’origine dei migranti sbarcati in Italia nei primi due mesi dell’anno, ben 57 su 227. Numeri bassi, i più bassi dal 2012, come ha certifica l’ultimo rapporto dell’Agenzia Frontex, il cui direttore Fabrice Legeri ha dichiarato «conclusa la crisi migratoria che ha scosso l’Unione europea nel 2015-16».
«Con 3 milioni di italiani disoccupati e altri 3 milioni di inoccupati che farebbero volentieri le badanti se normalmente retribuiti, penso che bisogna aiutare prima questi italiani rispetto a tutto il resto del mondo». Era il 21 novembre quando Matteo Salvini rispondeva così ad un question time alla Camera sul decreto flussi. Ma chiudere del tutto le porte, oltre ai porti, non si può. Anche perché resta irrisolto il nodo di quei canali legali di ingresso, unica via per stroncare il business dei trafficanti di uomini. Corridoi umanitari e decreto flussi sono le uniche strade percorribili ma di fatto per pochissimi: meno di duemila i migranti arrivati in Italia nel 2018 con i corridoi umanitari, 30mila coloro che hanno potuto usufruire del decreto flussi. E così sarà anche nel 2019 anche se — come è sempre stato — la maggior parte degli extracomunitari che ne beneficeranno sono già presenti sul territorio italiano, lavoratori in nero che aziende agricole, imprenditori, famiglie alla disperata ricerca di colf e badanti potranno mettere in regola anche se solo a tempo.
Le quote 2019 dunque ricalcheranno, in grandi linee, quelle 2018. Dei 30.850 posti, più della metà (18mila) sono riservati ai lavoratori stagionali, quelli impiegati per lo più nelle aziende agricole per le stagioni del raccolto e che (in teoria) alla fine del contratto dovrebbero lasciare il Paese. Il resto (12.850 posti) sono per i lavori non stagionali, ma anche qui la fetta più grossa (poco meno di 10mila) è riservata alle riconversioni in permessi di lavoro di altre tipologie di permessi. Una voce quest’anno particolarmente ambita per salvare dall’espulsione i tanti minori non accompagnati che compiono 18 anni o quelle migliaia di immigrati, i più integrati, che lavorano già con la protezione umanitaria ottenuta con le vecchie regole e che, nella quasi totalità dei casi, è destinata ad essere revocata per effetto della legge Salvini.
Alla fine di posti per contratti di lavoro subordinato ne rimarrebbero meno di tremila. «C’è un problema di fondo — dice la segretaria confederale della Uil Ivana Veronese — Se si chiudono i porti, c’è bisogno di aprire regolari canali di ingresso con una programmazione seria che non è certamente quella che si può fare con un decreto flussi come questo. Se non dai agli imprenditori, alle aziende, la possibilità di regolarizzare una forza lavoro della quale c’è grande bisogno si continuerà a lasciare queste persone alla mercé dei trafficanti, dei caporali e del lavoro nero. Avevamo chiesto un incontro per sollecitare quel piano di programmazione triennale dei flussi d’ingresso che è fermo dal 2010, ma non abbiamo mai avuto risposta».
«Con 3 milioni di italiani disoccupati e altri 3 milioni di inoccupati che farebbero volentieri le badanti se normalmente retribuiti, penso che bisogna aiutare prima questi italiani rispetto a tutto il resto del mondo». Era il 21 novembre quando Matteo Salvini rispondeva così ad un question time alla Camera sul decreto flussi. Ma chiudere del tutto le porte, oltre ai porti, non si può. Anche perché resta irrisolto il nodo di quei canali legali di ingresso, unica via per stroncare il business dei trafficanti di uomini. Corridoi umanitari e decreto flussi sono le uniche strade percorribili ma di fatto per pochissimi: meno di duemila i migranti arrivati in Italia nel 2018 con i corridoi umanitari, 30mila coloro che hanno potuto usufruire del decreto flussi. E così sarà anche nel 2019 anche se — come è sempre stato — la maggior parte degli extracomunitari che ne beneficeranno sono già presenti sul territorio italiano, lavoratori in nero che aziende agricole, imprenditori, famiglie alla disperata ricerca di colf e badanti potranno mettere in regola anche se solo a tempo.
Le quote 2019 dunque ricalcheranno, in grandi linee, quelle 2018. Dei 30.850 posti, più della metà (18mila) sono riservati ai lavoratori stagionali, quelli impiegati per lo più nelle aziende agricole per le stagioni del raccolto e che (in teoria) alla fine del contratto dovrebbero lasciare il Paese. Il resto (12.850 posti) sono per i lavori non stagionali, ma anche qui la fetta più grossa (poco meno di 10mila) è riservata alle riconversioni in permessi di lavoro di altre tipologie di permessi. Una voce quest’anno particolarmente ambita per salvare dall’espulsione i tanti minori non accompagnati che compiono 18 anni o quelle migliaia di immigrati, i più integrati, che lavorano già con la protezione umanitaria ottenuta con le vecchie regole e che, nella quasi totalità dei casi, è destinata ad essere revocata per effetto della legge Salvini.
Alla fine di posti per contratti di lavoro subordinato ne rimarrebbero meno di tremila. «C’è un problema di fondo — dice la segretaria confederale della Uil Ivana Veronese — Se si chiudono i porti, c’è bisogno di aprire regolari canali di ingresso con una programmazione seria che non è certamente quella che si può fare con un decreto flussi come questo. Se non dai agli imprenditori, alle aziende, la possibilità di regolarizzare una forza lavoro della quale c’è grande bisogno si continuerà a lasciare queste persone alla mercé dei trafficanti, dei caporali e del lavoro nero. Avevamo chiesto un incontro per sollecitare quel piano di programmazione triennale dei flussi d’ingresso che è fermo dal 2010, ma non abbiamo mai avuto risposta».