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Paura del diverso e dei mutamenti: ecco l’identikit del razzista italiano

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Un paio di anni fa un test elaborato dalla Statale di Milano rivelò che il 5 per cento si ritiene superiore ai neri. Ma ora, dicono gli esperti, la percentuale è molto più alta
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MILANO - "La cultura italiana è sicuramente superiore a quella dell'Africa". Sì o no? "Il livello di sviluppo del cervello dei bianchi è superiore a quello dei neri?", sì o no? Beh, rispondete. Questo è l'inizio di un test elaborato due anni fa dall'università Statale di Milano e somministrato a 2mila italiani, con un risultato più che sorprendente: quasi il 5 per cento ha risposto sì a entrambe le domande (e a molte altre), "manifestando un livello di razzismo piuttosto elevato, e arrivando a raggiungere il 50 per cento della scala", spiega Paolo Natale, docente di Metodologia della ricerca a Scienze politiche. Ora, il professor Natale aggiornerà la ricerca, sempre che trovi i fondi e "di sicuro restringendola su Milano", sapendo già che non avrà quei fondi. Ma è "certo che la percentuale aumenterà", e la scala a cui si è scie…
MILANO - "La cultura italiana è sicuramente superiore a quella dell'Africa". Sì o no? "Il livello di sviluppo del cervello dei bianchi è superiore a quello dei neri?", sì o no? Beh, rispondete. Questo è l'inizio di un test elaborato due anni fa dall'università Statale di Milano e somministrato a 2mila italiani, con un risultato più che sorprendente: quasi il 5 per cento ha risposto sì a entrambe le domande (e a molte altre), "manifestando un livello di razzismo piuttosto elevato, e arrivando a raggiungere il 50 per cento della scala", spiega Paolo Natale, docente di Metodologia della ricerca a Scienze politiche. Ora, il professor Natale aggiornerà la ricerca, sempre che trovi i fondi e "di sicuro restringendola su Milano", sapendo già che non avrà quei fondi. Ma è "certo che la percentuale aumenterà", e la scala a cui si è scientificamente ispirato è la famosa Scala F, ideata nel 1947 da Theodor Adorno alla University of California di Berkeley. Naturalmente F sta per fascismo, e quella metodologia venne utilizzata per determinare il fascismo potenziale delle persone, la personalità dell'individuo autoritario, la ricerca nasceva in anni in cui il ricordo della persecuzione degli ebrei era vivissimo, e negli Stati Uniti, dove il Ku Klux Klan ancora spadroneggiava, ammazzava e addirittura bombardava le case degli attivisti dei diritti.

Il razzista nostrano non indossa tunica e cappuccio - non che si sappia - ma non è meno pericoloso di quelli, in quanto "ritiene di appartenere a una razza superiore e più progredita di quella degli extracomunitari, escludendo come è ovvio Paesi come Svizzera e Stati Uniti". E volendo abbozzarne un identikit, Natale pensa a una persona "un po' emarginata, che teme gli sconvolgimenti che turbano la sua vita e si sente minacciato anche nella perdita di valori culturali che pensa essere indigeni del nostro Paese". Dunque ha paura del mutamento dello status quo, e sente gli altri - tutti - come minaccia, e reagisce difendendo "quello che è stato finora". Ma a fronte di una ricerca come questa c'è chi sostiene che "noi non sappiamo quanto ci sia di razzismo, in certi atti a cui assistiamo, e quanto di cattiveria personale". Giuseppe De Rita dice "sono un ragazzo del 1932 e il razzismo l'ho visto in azione, e per me è la stella gialla cucita sulle giacche, l'antisemitismo, insomma".

Ma il maestro di Foligno "non è un razzista, è solo un imbecille cattivo", né più né meno di quello che se la prende con chi gli passa davanti in un negozio, o il controllore che gli chiede il biglietto del tram. "Solo" cattiveria, quindi? E le svastiche disegnate sotto casa alla famiglia di Melegnano? "La svastica è un elemento banale di identità, non certo ispirata a Nietzsche o Heidegger". "I razzisti ci sono, ma sono quattro gatti", dice Marzio Barbagli, professore emerito di Sociologia a Bologna. E meno male, e chi sarebbero? "Quelli che vediamo allo stadio, che urlano a Balotelli e agli altri calciatori neri, quelli sì sono selvaggi razzisti", anche se sul punto razzismo da stadio il professor Natale pensa che l'unico caso accertato sia quello dell'Hellas Verona che voleva comprare un giocatore israeliano, i tifosi si opposero, e alla fine vinsero loro. Ma per il resto, cita Seedorf, "che quando giocava nell'Inter veniva massacrato dai tifosi del Milan, e viceversa. Ma accanirsi sui neri delle varie squadre è una modalità del tifo, purtroppo".

"Oggi sdoganiamo e usiamo la parola razzismo", dice Aldo Bonomi, docente alla Iulm, ricordando che "la sindrome da invasione serpeggiava già nel '91" e ponendo come pietra miliare del nostro razzismo quotidiano la data dell'8 agosto, quando a Bari attraccò la Vlora: 20mila albanesi, tutti insieme. Lì cominciò la xenofobia, "che non è ancora razzismo" ma insomma. E la ricerca dei capri espiatori, "cioè di figure verso le quali indirizzare la paura, l'incertezza", e per Bonomi "siamo addirittura nel labirinto delle paure", da cui è possibile uscire solo "prendendoci per mano", il problema è come arrivarci, a questo atto addirittura rivoluzionario, dati i tempi oscuri che viviamo. Non esiste quindi "una figura idealtipica del razzista italiano, esiste invece il fenomeno sociale, quando i linguaggi e i comportamenti arrivano alla dimensione della disumanità, alla crisi delle forme di convivenza", e agli attuali "imprenditori politici della paura", quando solo nel 1990 "la parola chiave era accoglienza, quella emergeva dalla prima e ultima Conferenza nazionale sull'immigrazione, allora l'Italia aveva memoria di essere stato un Paese di emigrazione". E senza scomodare la retorica degli "italiani brava gente" perché "eravamo entrati nel G7, l'economia si confrontava con una forza lavoro globalizzata", insomma era un'altra Italia, davvero.

Oggi non si sa "come ricostruire società e forme di convivenza", dice Bonomi. Ci salveranno i bambini, come è successo a Foligno, perché per fortuna - dice Natale - "i bambini non hanno il gene del razzismo". E perché? "Perché crescono insieme, non fanno caso al colore della pelle", quindi è il caso di sperare bene, e non è poco.