Cucchi, la verità del generale. In aula la resa dei conti sui depistaggi dei carabinieri
Carlo Bonini
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di CARLO BONINI
Depone come teste Vittorio Tomasone, all’epoca comandante provinciale di Roma. Nel suo ufficio vennero convocati i militari coinvolti nell’arresto e nel pestaggio
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C'è un convitato di pietra al cuore del processo ai responsabili dell'omicidio di Stefano Cucchi e dei due depistaggi che, nel 2009 e 2015, avrebbero dovuto far deragliare per sempre la ricerca della verità. E oggi, dopo nove anni di silenzio, si giocherà l'osso del collo e una significativa fetta di reputazione dell'Arma dei Carabinieri, di cui porta i gradi di generale di corpo d'armata. È Vittorio Tomasone, Comandante Interregionale "Ogaden" di Napoli. Nell'ottobre del 2009, nei giorni della morte di Stefano, era Comandante provinciale di Roma. E nel suo ufficio, fissando l'interlocutore, giurava sul suo "onore di uomo e di carabiniere" che l'Arma era "estranea" a quello scempio.
Che le responsabilità del pestaggio andavano cercate in chi, poi, sarebbe stato processato da innocente: gli agenti di polizia penitenziaria in servizio nelle celle del Tribunale di Roma, dove Stefano aveva at…
C'è un convitato di pietra al cuore del processo ai responsabili dell'omicidio di Stefano Cucchi e dei due depistaggi che, nel 2009 e 2015, avrebbero dovuto far deragliare per sempre la ricerca della verità. E oggi, dopo nove anni di silenzio, si giocherà l'osso del collo e una significativa fetta di reputazione dell'Arma dei Carabinieri, di cui porta i gradi di generale di corpo d'armata. È Vittorio Tomasone, Comandante Interregionale "Ogaden" di Napoli. Nell'ottobre del 2009, nei giorni della morte di Stefano, era Comandante provinciale di Roma. E nel suo ufficio, fissando l'interlocutore, giurava sul suo "onore di uomo e di carabiniere" che l'Arma era "estranea" a quello scempio.
Che le responsabilità del pestaggio andavano cercate in chi, poi, sarebbe stato processato da innocente: gli agenti di polizia penitenziaria in servizio nelle celle del Tribunale di Roma, dove Stefano aveva atteso il suo processo per direttissima. Ebbene, questa mattina, Tomasone dovrà giurare di nuovo. Questa volta, però, di fronte alla Corte d'Assise che processa i carabinieri responsabili del pestaggio di Stefano e dove è chiamato a deporre come testimone dalla difesa della famiglia Cucchi. Dunque, con un obbligo di "verità" che assumerà per lui dimensioni meno confortevoli - perché disciplinato dal codice penale - rispetto ai conversari con cui, nel 2009, appellandosi al patrimonio di stima che aveva costruito intorno a lui, riuscì a confondere la prima indagine della Procura e anche il lavoro della stampa. Ilaria Cucchi, 45 anni
È un redde rationem cui il generale Tomasone arriva nudo. Perché il tempo ha capovolto il quadro. A 64 anni, ha visto sfiorire la possibilità di diventare Comandante Generale cui tutti lo indicavano come predestinato. Per modi, cultura, capacità di dialogare con la politica. Per il posto che occupava nella considerazione di Leonardo Gallitelli, potentissimo e influentissimo Comandante generale dal 2009 al 2015. Soprattutto, l'indagine bis della Procura di Roma, condotta con coraggio da un pm antimafia, Giovanni Musarò, ha schiantato il muro di omertà, connivenza, paura, ricatti, con cui era stata sequestrata dentro l'Arma la verità su Stefano. Ha travolto il generale Alessandro Casarsa (indagato per falso), allora comandante del Gruppo Roma, che a Tomasone direttamente riferiva sul caso Cucchi e che - come ha ammesso durante l'interrogatorio il suo ex numero due, il tenente colonnello Francesco Cavallo - diede ordine di istruire i comandanti delle caserme di competenza (Massimiliano Colombo Labriola a Tor Sapienza e Luciano Soligo a Montesacro Talenti, anche loro ora indagati) di aggiustare le relazioni di servizio dei carabinieri che avevano avuto un ruolo nel fermo di Stefano e nella sua custodia.
Ha documentato come l'allora Reparto Operativo, incaricato di consegnare alla Procura i nastri con le registrazioni delle comunicazioni tra le pattuglie che erano state impegnate nel fermo di Cucchi e la centrale operativa, aveva non solo omesso di trasmettere quella in cui uno dei carabinieri (Vincenzo Nicolardi) si augurava che Stefano "morisse, mortacci sua..." , ma anche di dare un nome alle voci che colloquiavano, per renderne meno agevole l'identificazione. Di più: ha scoperto come, nell'ufficio di Tomasone, in quell'ottobre 2009, vennero convocati tutti i carabinieri coinvolti nel fermo di Stefano, nel suo pestaggio, nella manomissione delle relazioni di servizio e della prova regina del luogo in cui il pestaggio si era consumato (il registro del fotosegnalamento della caserma Casilina, dove Cucchi era stato portato, venne sbianchettato) per una sorta di prova generale della "recita a soggetto" che avrebbero dovuto inscenare di lì a qualche giorno di fronte al pm Vincenzo Barba.
Ancora nel 2015, la coltre di omissioni e ricatti, cementata da quel primo depistaggio del 2009, aveva cercato di proteggere Tomasone e la sua catena di comando. Al punto che a farne le spese sono stati altri due ufficiali, indagati dalla Procura: il colonnello Lorenzo Sabatino (già comandante del Reparto Operativo di Roma e oggi Comandante provinciale a Messina) e il capitano Tiziano Testarmata (del Nucleo Investigativo di Roma). Portando il conto dei carabinieri a diverso titolo indagati nel depistaggio della verità a 7. Senza contare i 5 già imputati per il processo che si sta celebrando in corte di assise.
Dodici militari, tra ufficiali, sottufficiali e appuntati sono troppi per liquidare la faccenda come una questione di "mele marce". Soprattutto se quei 12 militari disegnano un'intera catena di comando. Dodici militari sono troppi per consentire al generale Tomasone la via di fuga più comoda. "Non aver saputo" , "non aver capito" .