Il Chapo, il processo e i soldi. Parla l'avvocata del diavolo
Anabel Hernandez , di ANABEL HERNANDEZMariel Colón è l'unica donna nel team legale del boss Joaquín Guzmán. In questa intervista esclusiva le abbiamo chiesto dov'è finito il tesoro del grande narcos ora in galera. "Segreto professionale..."
Infagottato nella tuta arancione che contraddistingue i prigionieri più pericolosi all'interno del Metropolitan Correctional Center di New York, in una cella minuscola dove non ci sono finestre e l'unica luce è una lampada al neon accesa 24 ore al giorno, il narcotrafficante messicano Joaquín Guzmán Loera, alias El Chapo, un tempo capo del Cartello del Sinaloa, aspetta con animo "molto positivo" che il prossimo 25 giugno il giudice Brian Cogan emetta la sua sentenza, anche se potrebbe essere l'ergastolo.
El Chapo, considerato dal governo degli Stati Uniti come uno dei narcotrafficanti più importanti e pericolosi del mondo, non ha mostrato pentimento o preoccupazione neanche il 12 febbraio, quando la giuria lo ha dichiarato colpevole di 10 dei 17 capi d'accusa imputatigli dai magistrati. Pochi minuti dopo aver ascoltato il lapidario verdetto, in tono amabile e tranquillo ha ringraziato i suoi quattro avvocati per il lavoro c…
El Chapo, considerato dal governo degli Stati Uniti come uno dei narcotrafficanti più importanti e pericolosi del mondo, non ha mostrato pentimento o preoccupazione neanche il 12 febbraio, quando la giuria lo ha dichiarato colpevole di 10 dei 17 capi d'accusa imputatigli dai magistrati. Pochi minuti dopo aver ascoltato il lapidario verdetto, in tono amabile e tranquillo ha ringraziato i suoi quattro avvocati per il lavoro c…
Infagottato nella tuta arancione che contraddistingue i prigionieri più pericolosi all'interno del Metropolitan Correctional Center di New York, in una cella minuscola dove non ci sono finestre e l'unica luce è una lampada al neon accesa 24 ore al giorno, il narcotrafficante messicano Joaquín Guzmán Loera, alias El Chapo, un tempo capo del Cartello del Sinaloa, aspetta con animo "molto positivo" che il prossimo 25 giugno il giudice Brian Cogan emetta la sua sentenza, anche se potrebbe essere l'ergastolo.
El Chapo, considerato dal governo degli Stati Uniti come uno dei narcotrafficanti più importanti e pericolosi del mondo, non ha mostrato pentimento o preoccupazione neanche il 12 febbraio, quando la giuria lo ha dichiarato colpevole di 10 dei 17 capi d'accusa imputatigli dai magistrati. Pochi minuti dopo aver ascoltato il lapidario verdetto, in tono amabile e tranquillo ha ringraziato i suoi quattro avvocati per il lavoro che avevano svolto e li ha pregati di continuare a rappresentarlo nel processo di appello. "Si è mostrato molto ottimista e agli amici ha riservato parole di incoraggiamento pronunciate con tono sicuro" ci dice in questa intervista esclusiva l'avvocata Mariel Colón, l'unica donna nel team legale che ha affiancato il boss nei tre mesi del processo newyorchese.
Ora, le questioni sono due: o il boss ha una malattia mentale o sa qualcosa che gli altri non sanno. Quel che è certo è che durante i tre mesi del cosiddetto "processo del secolo" i 56 testimoni dell'accusa hanno raccontato di brutali omicidi e torture a sangue freddo e delle mazzette milionarie versate ad alti funzionari del governo messicano (inclusi gli ultimi due presidenti della Repubblica, Felipe Calderón ed Enrique Peña Nieto), ma nessuno ha detto dove sono i 14 miliardi di dollari che Guzmán Loera avrebbe accumulato, secondo il governo americano, in vent'anni di attività come narcotrafficante. Zero, neanche un dollaro è stato confiscato finora a lui o a persone a lui collegate, afferma la sua avvocata.
E quindi, dov'è il denaro? "Non è stato chiarito e anche noi vorremmo tanto sapere la stessa cosa. Il governo dice che ci sono un mucchio di soldi. Ma dove? Non risultano proprietà a nome del signor Guzmán, e non sono state trovate neppure le famose caletas (le fosse in cui i narcos seppelliscono il denaro, ndr) a lui ricollegabili. E quindi? Le rigiro la domanda: dov'è questa benedetta fortuna?".
In realtà secondo Phillip Jordan, ex direttore dell'Epic, il centro di intelligence della Dea (l'agenzia antidroga statunitense) a El Paso, in Texas, veterano della lotta contro il narcotraffico negli Stati Uniti con più di trent'anni di servizio, trovare il denaro del Chapo è difficile, ma non impossibile. "Io so che quel denaro esiste, solo che non sta in Messico ma è nascosto in altri Paesi. Negli Usa si può occultare benissimo, ma anche in Svizzera, ai Caraibi, nei vari paradisi fiscali... El Chapo faceva affari in tutto il mondo, anche in Italia, ed è per questo che è diventato miliardario" spiega Jordan, che è stato anche vicedirettore regionale con responsabilità per le operazioni della Dea in Europa. "Il verdetto contro di lui è un messaggio per tutti i padrini del narcotraffico, ma quelli che fanno il mio mestiere conoscono la verità, sanno che questo non fermerà il traffico: serve semplicemente a far sapere ai banditi che un giorno o l'altro dovranno affrontare la giustizia".
Un uomo impassibile
A cosa attribuisce questa sicurezza, questa tranquillità ostentata dal signor Guzmán alla lettura del verdetto?, domando di nuovo all'avvocata del team guidato da Jeffrey Lichtman (che tra i suoi clienti più famosi ha avuto John Gotti Jr., capo della famiglia newyorchese dei Gambino). "Quello che posso dirle, quello che ho visto nei mesi in cui ho lavorato con il signor Guzmán, è che l'ho sempre visto molto sicuro di sé. È un lottatore...".
Per la Colón, anche nei momenti più tesi, quando i testimoni raccontavano di carneficine, o quando, di fronte alla moglie Emma Coronel, una delle sue amanti, l'ex deputata del Sinaloa Lucero Guadalupe Sánchez, dal banco dei testimoni ha raccontato dettagli sulla loro relazione intima, Guzmán Loera si è mantenuto impassibile. L'unica emozione mostrata dal capo del Cartello del Sinaloa è stata di divertimento: "Mai, durante il processo né dietro le quinte, l'ho visto infastidito o agitato; l'ho sempre visto tranquillo. Alcune volte, poi, scoppiava a ridere. Nei controinterrogatori, per esempio, quando c'era qualche passaggio divertente l'ho visto ridere abbastanza spesso".
Contrariamente al grottesco profilo disegnato dai testimoni, secondo la sua avvocata "il signor Guzmán è un'ottima persona, un gentiluomo, molto rispettoso; i nostri rapporti sono sempre stati estremamente professionali, come devono essere tra un avvocato e il suo cliente. Inoltre è un uomo che sa essere molto riconoscente".
Anche Emma Coronel, la giovane sposa del boss, è rimasta imperturbabile. È stata la "ciliegina sulla torta" del processo, che a tratti è sembrato più uno show che un procedimento giudiziario contro uno dei responsabili della sanguinosa guerra tra cartelli della droga messicani, costata la vita a oltre 250 mila persone negli ultimi 12 anni. I media, attirati dalla morbosa storia d'"amore" tra il boss e l'ex reginetta di bellezza, la seguivano come paparazzi. E la signora Emma Coronel, come si è mostrata dopo la sentenza? "Non l'ho vista uscire piangendo. Qualcuno le ha offerto un fazzoletto, ma lei ha detto: "Non ne ho bisogno, qui non è morto nessuno"".
Non se ne parla
Nonostante la mole di informazioni rivelate nel corso del processo, oltre ai soldi rimangono alcuni altri segreti. Secondo la sua avvocata, El Chapo non ha avuto l'opportunità di avere un processo equo perché il giudice non ha permesso che i testimoni rivelassero le informazioni in loro possesso sui livelli di corruzione nel governo messicano, e questo sarà uno degli argomenti che la difesa userà nell'appello che i suoi legali presenteranno dopo il 25 giugno, quando verrà pubblicata la sentenza. (L'avvocato Lichtman diventò famoso riuscendo a far annullare in appello quattro processi in cui il suo assistito Gotti Jr. era stato dichiarato colpevole).
Mi scusi avvocata, ma perché pensa che l'accusa non abbia voluto che i testimoni si dilungassero di più sulla corruzione del governo messicano e sulle tangenti pagate?
"Perché a nessun Paese conviene avere questo tipo di questioni con un altro Paese e perché i rapporti fra Stati Uniti e Messico ovviamente potrebbero uscirne danneggiati. Credo che questo sia uno dei motivi per cui il governo americano è stato, in qualche modo, molto prudente su quello che si poteva o non poteva dire attraverso i suoi stessi testimoni. A noi sarebbe piaciuto moltissimo arrivare alla verità, ma il governo degli Stati Uniti ci ha posto molte limitazioni perché non si continuasse a parlare di questo tema. Ci sono state parecchie cose che per ragioni politiche sono state tenute nascoste: noi avremmo voluto che uscissero fuori, e ci sarà modo che ciò avvenga nel processo d'appello. Sono cose che avrebbero dato al signor Guzmán maggiori possibilità di avere un processo giusto. La giuria avrebbe potuto avere un quadro della realtà più ampio".
Anche per la difesa, però, ci sono temi intoccabili, cose di cui non si può parlare. Per esempio: è stato offerto a El Chapo un accordo per dichiararsi colpevole e ottenere alcuni benefici giudiziari in cambio della sua collaborazione?
"Questa effettivamente è una cosa di cui non posso parlare, violerei il segreto professionale. Non posso dirle né se c'è stata una proposta né, nel caso in cui ci fosse stata, quali fossero gli eventuali contenuti".
Un altro mistero è che la difesa ha presentato solo un testimone, un funzionario dell'Fbi, e che nemmeno El Chapo ha testimoniato a proprio favore, su consiglio dei suoi avvocati. Perché?
"Ne abbiamo parlato con lui, gli abbiamo spiegato i pro e i contro; poi è stato lui a dire al giudice Cogan che preferiva astenersi dal deporre".
Ma inizialmente avrebbe voluto testimoniare?
"A questo non posso rispondere...".
Esiste ancora la possibilità che il signor Guzmán arrivi a qualche accordo con i magistrati, che cominci a fornire informazioni sul Cartello e ottenga così uno sconto di pena?
"Non so se il governo lo contempli, ora non è una possibilità".
E il suo cliente? Sarebbe interessato a un accordo?
"Non posso parlarne, di nuovo: violerei il segreto professionale...".
Tentacoli globali
"Il mio nonno italiano, nato in Calabria, mi diceva sempre: 'Se dici la verità, non devi raccontare bugie'. La mia opinione è che mentre la corruzione in Messico è visibile, quella che abbiamo negli Stati Uniti è invisibile. E che se nel corso del processo si fosse aperto il capitolo corruzione, documentato dall'intelligence statunitense, probabilmente sarebbe uscito fuori che anche da questo lato della frontiera c'è corruzione" mi dice Phillip Jordan.
Dopo aver dato la caccia a Guzmán Loera per la Dea, ora è in pensione: "Una delle ragioni per cui El Chapo ha fatto così tanti soldi è che aveva intelligenza finanziaria e persone che glieli nascondevano, tutti quei soldi; non sarà facile trovarli, ma qui c'è qualcuno che sta custodendo questo denaro per conto del Chapo, della famiglia, della moglie, delle sorelle che hanno attività imprenditoriali, e dei figli". Il denaro del Cartello si trova insomma all'interno del sistema legale? "Sì, dev'essere per forza legale, altrimenti non potrebbe stare negli Stati Uniti, ma sarà coperto da imprese e prestanome. Per esempio si sa che c'è un boss messicano del Cartello che sta investendo molto denaro per comprare ristoranti a Dallas, e quel denaro viene dal narcotraffico. È il suo modo di proteggerlo e riciclarlo".
Quando a giugno il giudice emetterà la sentenza, la cosa più probabile è che El Chapo finisca nel carcere di massima sicurezza di Florence, in Colorado, dove sarà sottoposto a misure speciali. La Colón spiega che non gli permetteranno di vedere sua moglie, che sarà autorizzata solo qualche telefonata con sua madre, Consuelo Loera, e con alcune delle sorelle. Verrà confinato in una cella simile a quella del Metropolitan Correctional Center, la sua corrispondenza sarà ristretta al massimo e potrà vedere le figlie che ha avuto con Emma Coronel, oggi hanno 7 anni, solo dietro un vetro di sicurezza.
"Le condizioni di isolamento in cui si trova hanno già avuto un impatto negativo sulla sua memoria" dice l'avvocata. "È provato dal punto di vista emotivo, fisico e mentale. Ha un forte dolore alle orecchie, per questo non si è mai messo le cuffie per ascoltare l'interprete e ha invece chiesto che l'interprete sedesse accanto a lui. Si lamenta molto di dolori alla testa e al naso".
Per Jordan, però, la fine di El Chapo, anche se in carcere, non è ancora arrivata. "Finché i soldi continueranno a essere nelle sue mani e in quelle della sua famiglia, il suo potere resterà intatto".
(traduzione di Fabio Galimberti)
El Chapo, considerato dal governo degli Stati Uniti come uno dei narcotrafficanti più importanti e pericolosi del mondo, non ha mostrato pentimento o preoccupazione neanche il 12 febbraio, quando la giuria lo ha dichiarato colpevole di 10 dei 17 capi d'accusa imputatigli dai magistrati. Pochi minuti dopo aver ascoltato il lapidario verdetto, in tono amabile e tranquillo ha ringraziato i suoi quattro avvocati per il lavoro che avevano svolto e li ha pregati di continuare a rappresentarlo nel processo di appello. "Si è mostrato molto ottimista e agli amici ha riservato parole di incoraggiamento pronunciate con tono sicuro" ci dice in questa intervista esclusiva l'avvocata Mariel Colón, l'unica donna nel team legale che ha affiancato il boss nei tre mesi del processo newyorchese.
Ora, le questioni sono due: o il boss ha una malattia mentale o sa qualcosa che gli altri non sanno. Quel che è certo è che durante i tre mesi del cosiddetto "processo del secolo" i 56 testimoni dell'accusa hanno raccontato di brutali omicidi e torture a sangue freddo e delle mazzette milionarie versate ad alti funzionari del governo messicano (inclusi gli ultimi due presidenti della Repubblica, Felipe Calderón ed Enrique Peña Nieto), ma nessuno ha detto dove sono i 14 miliardi di dollari che Guzmán Loera avrebbe accumulato, secondo il governo americano, in vent'anni di attività come narcotrafficante. Zero, neanche un dollaro è stato confiscato finora a lui o a persone a lui collegate, afferma la sua avvocata.
E quindi, dov'è il denaro? "Non è stato chiarito e anche noi vorremmo tanto sapere la stessa cosa. Il governo dice che ci sono un mucchio di soldi. Ma dove? Non risultano proprietà a nome del signor Guzmán, e non sono state trovate neppure le famose caletas (le fosse in cui i narcos seppelliscono il denaro, ndr) a lui ricollegabili. E quindi? Le rigiro la domanda: dov'è questa benedetta fortuna?".
In realtà secondo Phillip Jordan, ex direttore dell'Epic, il centro di intelligence della Dea (l'agenzia antidroga statunitense) a El Paso, in Texas, veterano della lotta contro il narcotraffico negli Stati Uniti con più di trent'anni di servizio, trovare il denaro del Chapo è difficile, ma non impossibile. "Io so che quel denaro esiste, solo che non sta in Messico ma è nascosto in altri Paesi. Negli Usa si può occultare benissimo, ma anche in Svizzera, ai Caraibi, nei vari paradisi fiscali... El Chapo faceva affari in tutto il mondo, anche in Italia, ed è per questo che è diventato miliardario" spiega Jordan, che è stato anche vicedirettore regionale con responsabilità per le operazioni della Dea in Europa. "Il verdetto contro di lui è un messaggio per tutti i padrini del narcotraffico, ma quelli che fanno il mio mestiere conoscono la verità, sanno che questo non fermerà il traffico: serve semplicemente a far sapere ai banditi che un giorno o l'altro dovranno affrontare la giustizia".
Un uomo impassibile
A cosa attribuisce questa sicurezza, questa tranquillità ostentata dal signor Guzmán alla lettura del verdetto?, domando di nuovo all'avvocata del team guidato da Jeffrey Lichtman (che tra i suoi clienti più famosi ha avuto John Gotti Jr., capo della famiglia newyorchese dei Gambino). "Quello che posso dirle, quello che ho visto nei mesi in cui ho lavorato con il signor Guzmán, è che l'ho sempre visto molto sicuro di sé. È un lottatore...".
Per la Colón, anche nei momenti più tesi, quando i testimoni raccontavano di carneficine, o quando, di fronte alla moglie Emma Coronel, una delle sue amanti, l'ex deputata del Sinaloa Lucero Guadalupe Sánchez, dal banco dei testimoni ha raccontato dettagli sulla loro relazione intima, Guzmán Loera si è mantenuto impassibile. L'unica emozione mostrata dal capo del Cartello del Sinaloa è stata di divertimento: "Mai, durante il processo né dietro le quinte, l'ho visto infastidito o agitato; l'ho sempre visto tranquillo. Alcune volte, poi, scoppiava a ridere. Nei controinterrogatori, per esempio, quando c'era qualche passaggio divertente l'ho visto ridere abbastanza spesso".
Contrariamente al grottesco profilo disegnato dai testimoni, secondo la sua avvocata "il signor Guzmán è un'ottima persona, un gentiluomo, molto rispettoso; i nostri rapporti sono sempre stati estremamente professionali, come devono essere tra un avvocato e il suo cliente. Inoltre è un uomo che sa essere molto riconoscente".
Anche Emma Coronel, la giovane sposa del boss, è rimasta imperturbabile. È stata la "ciliegina sulla torta" del processo, che a tratti è sembrato più uno show che un procedimento giudiziario contro uno dei responsabili della sanguinosa guerra tra cartelli della droga messicani, costata la vita a oltre 250 mila persone negli ultimi 12 anni. I media, attirati dalla morbosa storia d'"amore" tra il boss e l'ex reginetta di bellezza, la seguivano come paparazzi. E la signora Emma Coronel, come si è mostrata dopo la sentenza? "Non l'ho vista uscire piangendo. Qualcuno le ha offerto un fazzoletto, ma lei ha detto: "Non ne ho bisogno, qui non è morto nessuno"".
Non se ne parla
Nonostante la mole di informazioni rivelate nel corso del processo, oltre ai soldi rimangono alcuni altri segreti. Secondo la sua avvocata, El Chapo non ha avuto l'opportunità di avere un processo equo perché il giudice non ha permesso che i testimoni rivelassero le informazioni in loro possesso sui livelli di corruzione nel governo messicano, e questo sarà uno degli argomenti che la difesa userà nell'appello che i suoi legali presenteranno dopo il 25 giugno, quando verrà pubblicata la sentenza. (L'avvocato Lichtman diventò famoso riuscendo a far annullare in appello quattro processi in cui il suo assistito Gotti Jr. era stato dichiarato colpevole).
Mi scusi avvocata, ma perché pensa che l'accusa non abbia voluto che i testimoni si dilungassero di più sulla corruzione del governo messicano e sulle tangenti pagate?
"Perché a nessun Paese conviene avere questo tipo di questioni con un altro Paese e perché i rapporti fra Stati Uniti e Messico ovviamente potrebbero uscirne danneggiati. Credo che questo sia uno dei motivi per cui il governo americano è stato, in qualche modo, molto prudente su quello che si poteva o non poteva dire attraverso i suoi stessi testimoni. A noi sarebbe piaciuto moltissimo arrivare alla verità, ma il governo degli Stati Uniti ci ha posto molte limitazioni perché non si continuasse a parlare di questo tema. Ci sono state parecchie cose che per ragioni politiche sono state tenute nascoste: noi avremmo voluto che uscissero fuori, e ci sarà modo che ciò avvenga nel processo d'appello. Sono cose che avrebbero dato al signor Guzmán maggiori possibilità di avere un processo giusto. La giuria avrebbe potuto avere un quadro della realtà più ampio".
Anche per la difesa, però, ci sono temi intoccabili, cose di cui non si può parlare. Per esempio: è stato offerto a El Chapo un accordo per dichiararsi colpevole e ottenere alcuni benefici giudiziari in cambio della sua collaborazione?
"Questa effettivamente è una cosa di cui non posso parlare, violerei il segreto professionale. Non posso dirle né se c'è stata una proposta né, nel caso in cui ci fosse stata, quali fossero gli eventuali contenuti".
Un altro mistero è che la difesa ha presentato solo un testimone, un funzionario dell'Fbi, e che nemmeno El Chapo ha testimoniato a proprio favore, su consiglio dei suoi avvocati. Perché?
"Ne abbiamo parlato con lui, gli abbiamo spiegato i pro e i contro; poi è stato lui a dire al giudice Cogan che preferiva astenersi dal deporre".
Ma inizialmente avrebbe voluto testimoniare?
"A questo non posso rispondere...".
Esiste ancora la possibilità che il signor Guzmán arrivi a qualche accordo con i magistrati, che cominci a fornire informazioni sul Cartello e ottenga così uno sconto di pena?
"Non so se il governo lo contempli, ora non è una possibilità".
E il suo cliente? Sarebbe interessato a un accordo?
"Non posso parlarne, di nuovo: violerei il segreto professionale...".
Tentacoli globali
"Il mio nonno italiano, nato in Calabria, mi diceva sempre: 'Se dici la verità, non devi raccontare bugie'. La mia opinione è che mentre la corruzione in Messico è visibile, quella che abbiamo negli Stati Uniti è invisibile. E che se nel corso del processo si fosse aperto il capitolo corruzione, documentato dall'intelligence statunitense, probabilmente sarebbe uscito fuori che anche da questo lato della frontiera c'è corruzione" mi dice Phillip Jordan.
Dopo aver dato la caccia a Guzmán Loera per la Dea, ora è in pensione: "Una delle ragioni per cui El Chapo ha fatto così tanti soldi è che aveva intelligenza finanziaria e persone che glieli nascondevano, tutti quei soldi; non sarà facile trovarli, ma qui c'è qualcuno che sta custodendo questo denaro per conto del Chapo, della famiglia, della moglie, delle sorelle che hanno attività imprenditoriali, e dei figli". Il denaro del Cartello si trova insomma all'interno del sistema legale? "Sì, dev'essere per forza legale, altrimenti non potrebbe stare negli Stati Uniti, ma sarà coperto da imprese e prestanome. Per esempio si sa che c'è un boss messicano del Cartello che sta investendo molto denaro per comprare ristoranti a Dallas, e quel denaro viene dal narcotraffico. È il suo modo di proteggerlo e riciclarlo".
Quando a giugno il giudice emetterà la sentenza, la cosa più probabile è che El Chapo finisca nel carcere di massima sicurezza di Florence, in Colorado, dove sarà sottoposto a misure speciali. La Colón spiega che non gli permetteranno di vedere sua moglie, che sarà autorizzata solo qualche telefonata con sua madre, Consuelo Loera, e con alcune delle sorelle. Verrà confinato in una cella simile a quella del Metropolitan Correctional Center, la sua corrispondenza sarà ristretta al massimo e potrà vedere le figlie che ha avuto con Emma Coronel, oggi hanno 7 anni, solo dietro un vetro di sicurezza.
"Le condizioni di isolamento in cui si trova hanno già avuto un impatto negativo sulla sua memoria" dice l'avvocata. "È provato dal punto di vista emotivo, fisico e mentale. Ha un forte dolore alle orecchie, per questo non si è mai messo le cuffie per ascoltare l'interprete e ha invece chiesto che l'interprete sedesse accanto a lui. Si lamenta molto di dolori alla testa e al naso".
Per Jordan, però, la fine di El Chapo, anche se in carcere, non è ancora arrivata. "Finché i soldi continueranno a essere nelle sue mani e in quelle della sua famiglia, il suo potere resterà intatto".
(traduzione di Fabio Galimberti)