Caso Cucchi, il pm spiazza il generale: “Lei sta dicendo il falso, ecco le carte che lo provano”
Carlo Bonini , di CARLO BONINIRoma, la deposizione dell’ex comandante provinciale Vittorio Tomasone. Il mistero della perizia medico-legale anticipata nelle note dei carabinieri
ROMA - Per raccontare la catastrofe del generale Vittorio Tomasone e, con lui, dell'Arma dei carabinieri, sarebbero sufficienti le due chiose con cui il pm Giovanni Musarò apre e chiude le tre ore della sua deposizione sul caso Cucchi. Nell'incipit, è la posta in gioco. "Arrivati qui - dice il magistrato - non è più una questione di ricerca doverosa delle responsabilità per la morte di un ragazzo. A questo punto è in ballo la credibilità dell'intero sistema", dunque dei fondamenti dello Stato di diritto. Nella coda, è la constatazione dello spettacolo che si è appena consumato di fronte all'imbarazzo persino dei marescialli dell'Arma nell'aula di udienza che più volte, ascoltando il generale, hanno abbassato lo sguardo scuotendo la testa. "Il testimone - scandisce Musarò - sta dichiarando il falso".
E ha ragione il pm. Perché a schiantare la bonaria prosopop…
E ha ragione il pm. Perché a schiantare la bonaria prosopop…
ROMA - Per raccontare la catastrofe del generale Vittorio Tomasone e, con lui, dell'Arma dei carabinieri, sarebbero sufficienti le due chiose con cui il pm Giovanni Musarò apre e chiude le tre ore della sua deposizione sul caso Cucchi. Nell'incipit, è la posta in gioco. "Arrivati qui - dice il magistrato - non è più una questione di ricerca doverosa delle responsabilità per la morte di un ragazzo. A questo punto è in ballo la credibilità dell'intero sistema", dunque dei fondamenti dello Stato di diritto. Nella coda, è la constatazione dello spettacolo che si è appena consumato di fronte all'imbarazzo persino dei marescialli dell'Arma nell'aula di udienza che più volte, ascoltando il generale, hanno abbassato lo sguardo scuotendo la testa. "Il testimone - scandisce Musarò - sta dichiarando il falso".
E ha ragione il pm. Perché a schiantare la bonaria prosopopea intrisa di cinismo con cui l'ufficiale si siede nell'aula è quello che l'ufficiale non si aspetta. Il carteggio interno, a sua firma quale comandante provinciale di Roma, che, nel 2009, immediatamente, solidifica i falsi cucinati per convincere un ministro a mentire al Parlamento, far deragliare l'accertamento della verità, calunniare degli innocenti e predisporre di lì in avanti gli argomenti medico-legali che dovranno eliminare qualsiasi suggestione di un nesso di causalità tra la morte di Stefano e un pestaggio. Un carteggio che solo l'isolata lealtà di un tenente colonnello dell'Arma, Lorenzo D'Aloia, comandante del Nucleo Investigativo di Roma, ha consentito alla Procura di recuperare lì dove l'Arma lo custodiva (gli archivi del Comando Provinciale di Roma) e che, ancora nel 2016, l'allora Comandante, il generale Salvatore Luongo (oggi capo ufficio legislativo del ministro della Difesa), si era guardato bene dal trasmettere.
Già, si era presentato con una storiella buona solo per chi voleva bersela, il generale Tomasone. Di Cucchi - minimizza sollecitato dalle domande dell'avvocato dei Cucchi Fabio Anselmo - aveva saputo "una settimana dopo la morte, da notizie di stampa". Pardon, del "geometra Cucchi", ripete, tradendo con quel "geometra" tutta l'ipocrisia e la disumanità di chi, per nove anni, lui compreso, aveva definito falsamente quel ragazzo "un tossicodipendente sieropositivo". Già, del "geometra" aveva saputo da "attivazioni di stampa", dice lui con termine da burocrate degli apparati. Senza capire in che pasticcio si stia infilando. Perché Tomasone "non riesce a ricordare", "non può ricordare" (si contano alla fine almeno una ventina di vuoti di memoria) il dettaglio di quei giorni. A maggior ragione - spiega - "a distanza di così tanto tempo" e "in una città in cui di fermi come quelli di Cucchi se ne facevano 7 mila l'anno". Ricorda tuttavia che "non si occupò mai degli aspetti medico-legali della vicenda". E ricorda anche che si, effettivamente, "la sera del 29 ottobre o forse la mattina del 30 ottobre" convocò tutti i carabinieri coinvolti nel fermo e nella detenzione di Cucchi "per guardarli negli occhi e fugare ogni ipotetico dubbio, che pure non avevo, su condotte non legittime". Di più, il generale, avventurandosi nel grottesco, riconosce a se stesso la solerzia di aver già quel 30 ottobre chiesto e ottenuto la registrazione delle comunicazioni tra il piantone della caserma di Tor Sapienza (dove Cucchi era stato portato dopo il pestaggio) e la centrale. "Per capire se in quel dato asettico, ci fossero elementi che potessero accreditare una versione alternativa dei fatti".
E' una storia che sta in piedi come un sacco vuoto. E che Musarò incenerisce con la forza dei documenti. Che provano che "l'attivazione di stampa", fu in realtà la frenesia del Comando Generale investito da un coraggioso comunicato di "Antigone" che punta il dito verso l'Arma. Che Tomasone, già l'1 novembre 2009, affrontava e precostituiva le tesi medico legali che dovevano inficiare anche solo l'ipotesi di un pestaggio. Tomasone, soprattutto, non è in grado di spiegare perché un finissimo investigatore del suo spessore, in quella riunione del 30 ottobre nel suo ufficio, non chieda ai carabinieri che ha riunito la cosa più semplice. La foto segnaletica di Cucchi scattata dopo l'arresto in cui si dimostri che nessuno ha alzato un dito su di lui. Il generale farfuglia. Sostiene che "altro era stato il focus di quella riunione". Musarò lo incalza: "Può farmi la cortesia di riempire le sue risposte di un qualche senso, visto che fatico a trovarne uno?". "Non so che altro dirle", bofonchia lui. Già non sa che dire. Perché quel fotosegnalmento di Cucchi non ci fu mai. E se solo lo avesse chiesto avrebbe magari avrebbe scoperto nove anni prima che al volto di Cucchi non era stata scattata una foto, ma sferrato un calcio. E dunque, mentre il generale lascia l'aula, ha forse ragione un avvocato ad accompagnarlo con una chiosa sottovoce: "Non so chi diceva che c'è una vecchia regola, "Non cercare ciò che non devi perché potresti scoprire ciò che non vuoi"". Nell'Arma, dovevano averla mandata a memoria.
E ha ragione il pm. Perché a schiantare la bonaria prosopopea intrisa di cinismo con cui l'ufficiale si siede nell'aula è quello che l'ufficiale non si aspetta. Il carteggio interno, a sua firma quale comandante provinciale di Roma, che, nel 2009, immediatamente, solidifica i falsi cucinati per convincere un ministro a mentire al Parlamento, far deragliare l'accertamento della verità, calunniare degli innocenti e predisporre di lì in avanti gli argomenti medico-legali che dovranno eliminare qualsiasi suggestione di un nesso di causalità tra la morte di Stefano e un pestaggio. Un carteggio che solo l'isolata lealtà di un tenente colonnello dell'Arma, Lorenzo D'Aloia, comandante del Nucleo Investigativo di Roma, ha consentito alla Procura di recuperare lì dove l'Arma lo custodiva (gli archivi del Comando Provinciale di Roma) e che, ancora nel 2016, l'allora Comandante, il generale Salvatore Luongo (oggi capo ufficio legislativo del ministro della Difesa), si era guardato bene dal trasmettere.
Già, si era presentato con una storiella buona solo per chi voleva bersela, il generale Tomasone. Di Cucchi - minimizza sollecitato dalle domande dell'avvocato dei Cucchi Fabio Anselmo - aveva saputo "una settimana dopo la morte, da notizie di stampa". Pardon, del "geometra Cucchi", ripete, tradendo con quel "geometra" tutta l'ipocrisia e la disumanità di chi, per nove anni, lui compreso, aveva definito falsamente quel ragazzo "un tossicodipendente sieropositivo". Già, del "geometra" aveva saputo da "attivazioni di stampa", dice lui con termine da burocrate degli apparati. Senza capire in che pasticcio si stia infilando. Perché Tomasone "non riesce a ricordare", "non può ricordare" (si contano alla fine almeno una ventina di vuoti di memoria) il dettaglio di quei giorni. A maggior ragione - spiega - "a distanza di così tanto tempo" e "in una città in cui di fermi come quelli di Cucchi se ne facevano 7 mila l'anno". Ricorda tuttavia che "non si occupò mai degli aspetti medico-legali della vicenda". E ricorda anche che si, effettivamente, "la sera del 29 ottobre o forse la mattina del 30 ottobre" convocò tutti i carabinieri coinvolti nel fermo e nella detenzione di Cucchi "per guardarli negli occhi e fugare ogni ipotetico dubbio, che pure non avevo, su condotte non legittime". Di più, il generale, avventurandosi nel grottesco, riconosce a se stesso la solerzia di aver già quel 30 ottobre chiesto e ottenuto la registrazione delle comunicazioni tra il piantone della caserma di Tor Sapienza (dove Cucchi era stato portato dopo il pestaggio) e la centrale. "Per capire se in quel dato asettico, ci fossero elementi che potessero accreditare una versione alternativa dei fatti".
E' una storia che sta in piedi come un sacco vuoto. E che Musarò incenerisce con la forza dei documenti. Che provano che "l'attivazione di stampa", fu in realtà la frenesia del Comando Generale investito da un coraggioso comunicato di "Antigone" che punta il dito verso l'Arma. Che Tomasone, già l'1 novembre 2009, affrontava e precostituiva le tesi medico legali che dovevano inficiare anche solo l'ipotesi di un pestaggio. Tomasone, soprattutto, non è in grado di spiegare perché un finissimo investigatore del suo spessore, in quella riunione del 30 ottobre nel suo ufficio, non chieda ai carabinieri che ha riunito la cosa più semplice. La foto segnaletica di Cucchi scattata dopo l'arresto in cui si dimostri che nessuno ha alzato un dito su di lui. Il generale farfuglia. Sostiene che "altro era stato il focus di quella riunione". Musarò lo incalza: "Può farmi la cortesia di riempire le sue risposte di un qualche senso, visto che fatico a trovarne uno?". "Non so che altro dirle", bofonchia lui. Già non sa che dire. Perché quel fotosegnalmento di Cucchi non ci fu mai. E se solo lo avesse chiesto avrebbe magari avrebbe scoperto nove anni prima che al volto di Cucchi non era stata scattata una foto, ma sferrato un calcio. E dunque, mentre il generale lascia l'aula, ha forse ragione un avvocato ad accompagnarlo con una chiosa sottovoce: "Non so chi diceva che c'è una vecchia regola, "Non cercare ciò che non devi perché potresti scoprire ciò che non vuoi"". Nell'Arma, dovevano averla mandata a memoria.