Monsignor Paglia: attenti a chi semina odio
di LIANA MILELLADai migranti al decreto sicurezza, intervista a tutto campo all'arcivescovo, che ha appena pubblicato un libro scritto a quattro mani con Raffaele Cantone. E che avverte: c'è bisogno di grandi visioni, non di pensieri corti
Le migrazioni? "Antistorico" bloccarle. I migranti ributtati in Libia? "Una brutta pagina per l'Italia". La giustizia? "Non ha una tensione universale, ma è segnata da un ritorno sovranista". La legittima difesa? " Norma pericolosissima". Monsignor Vincenzo Paglia, con Repubblica, parla del libro La coscienza e la legge (Laterza), scritto con il presidente dell'Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone.
I migranti. Dobbiamo partire da loro, dalla cronaca cruda di questi mesi, dalla voglia di cacciarli e, se possibile, di cancellarli.
"Da che mondo è mondo le migrazioni sono parte della storia, di tutti i paesi, nessuno escluso. E lo sviluppo civile dei paesi è avvenuto sempre in corrispondenza della capacità di accogliere, di integrare, e quindi di intraprendere una nuova tappa di crescita del paese. In questo senso è del tutto antistorico, oltre che anti evangelico, pensare di bloccare i fl…
I migranti. Dobbiamo partire da loro, dalla cronaca cruda di questi mesi, dalla voglia di cacciarli e, se possibile, di cancellarli.
"Da che mondo è mondo le migrazioni sono parte della storia, di tutti i paesi, nessuno escluso. E lo sviluppo civile dei paesi è avvenuto sempre in corrispondenza della capacità di accogliere, di integrare, e quindi di intraprendere una nuova tappa di crescita del paese. In questo senso è del tutto antistorico, oltre che anti evangelico, pensare di bloccare i fl…
Le migrazioni? "Antistorico" bloccarle. I migranti ributtati in Libia? "Una brutta pagina per l'Italia". La giustizia? "Non ha una tensione universale, ma è segnata da un ritorno sovranista". La legittima difesa? " Norma pericolosissima". Monsignor Vincenzo Paglia, con Repubblica, parla del libro La coscienza e la legge (Laterza), scritto con il presidente dell'Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone.
I migranti. Dobbiamo partire da loro, dalla cronaca cruda di questi mesi, dalla voglia di cacciarli e, se possibile, di cancellarli.
"Da che mondo è mondo le migrazioni sono parte della storia, di tutti i paesi, nessuno escluso. E lo sviluppo civile dei paesi è avvenuto sempre in corrispondenza della capacità di accogliere, di integrare, e quindi di intraprendere una nuova tappa di crescita del paese. In questo senso è del tutto antistorico, oltre che anti evangelico, pensare di bloccare i flussi migratori. E soprattutto vuol dire farsi male, magari inconsapevolmente. È chiaro che il fenomeno non va né subito, né sottovalutato. Va governato, quindi c'è bisogno di grandi visioni e non di pensieri corti".
Oggi la nave Mare Jonio, ieri Diciotti e Acquarius. Non le pare che ci sia una politica impastata di odio che vuole cancellare i migranti?
"Il rischio è molto concreto. E dobbiamo stare attenti a seminare odio. Già il profeta avvertiva 'chi semina vento raccoglierà tempesta'. Alle visioni e a una lungimirante politica va aggiunta la cultura. Senza di essa non si comprende quel che accade. I dati degli esperti ci dicono, ad esempio, che in Italia c'è un grosso divario tra la percezione del fenomeno migratorio e la sua realtà, almeno di quattro volte tanto. Senza la conoscenza non può esserci un giudizio adeguato".
I respingimenti in Libia come li giudica?
"Non è una pagina bella del nostro Paese. Contentarsi perché non approdano in Italia è davvero miserevole sapendo che i respinti sono riportati in veri e propri campi di concentramento. Non possiamo voltare la faccia da un'altra parte. La storia ha già visto queste tragedie. E ne ha giustamente denunciato la crudeltà. Guai a perdere la memoria".
Nel libro lei racconta la storia di Alì, migrante con due figli italiani, integrato, che però vuole trasferirsi a Londra. E come lui altri stranieri di diverse nazionalità. Che succede? Vince il "prima di voi gli italiani"? Quel "è finita la pacchia" detto tante volte da Salvini contro gli immigrati?
"I numerosi Alì che fuggono dall'Italia si uniscono alle migliaia di italiani che vanno all'estero. In questi mesi nella nostra ambasciata a Londra ci sono più 700.000 richieste. Non sarebbe importante avere un po' più di amore patrio e adoperarsi per frenare questo esodo? Il fenomeno migratorio va compreso a tutto tondo. E certamente dovrebbe preoccupare ben di più questo numero enorme di italiani che va via rispetto alle poche decine di stranieri che cercano di entrare in Italia, di cui peraltro abbiamo anche bisogno".
La legge e la giustizia. Non siamo di fronte a un'idea di giustizia di una sola parte della comunità, una giustizia che divide, che scatena la guerra tra i cittadini?
"Esattamente. È uno dei casi in cui appare chiaramente la verità dell'antico adagio romano 'summum ius, summa iniuria'. Una giustizia priva di tensione universale e segnata dal virus sovranista, dimentica quella fraternità universale che sta alla base della convivenza tra i popoli. Soprattutto in un mondo globalizzato e connesso come quello di oggi. È indispensabile globalizzare giustizia e solidarietà, diritti locali e diritti universali. È la grande sfida del XXI secolo. È in questo orizzonte che va compreso anche il fenomeno migratorio che è passato dai circa 77 di cinquanta anni fa a 260 milioni di oggi. Del resto, com'è possibile globalizzare il commercio e le connessioni da una parte e bloccare gli uomini e le donne che vivono di questi legami e contatti? Credo sia necessaria la promozione di una sapienza giuridica, politica, economica, morale e religiosa per affrontare un problema globale".
Facciamo un esempio, la legittima difesa, la legge che sarà approvata la prossima settimana al Senato. Un invito alla giustizia fai da te. Non sarebbe meglio farne a meno?
"Ma non c'è dubbio. Garantire la sicurezza dei cittadini è un dovere primario dello Stato, e lo Stato non può derogarlo a nessun altro, neppure ai cittadini singoli. La giustizia fai da te è pericolosissima. Proprio per le ragioni stesse per cui si invoca. Ossia dare spazio alle emozioni e non alla comprensione effettiva dell'insicurezza, non solo non difende, aggrava il pericolo".
La pena e il perdono. Non stiamo pericolosamente forzando sulla prima a scapito del secondo? Quasi che il perdono sia impossibile?
"Credo che di fronte alla globalizzazione e al conseguente spaesamento delle persone il rischio è ripiegarsi su se stessi, sia individualmente sia come società, ovviamente sempre 'in difesa'. L'altro è istintivamente pensato come nemico piuttosto che come fratello. Di qui l'attitudine a lasciare spazio alla pena, a castigare. C'è purtroppo una mentalità punitiva e vendicativa. Mentre si sta attutendo quella prospettiva redentiva che è stata una grande conquista della modernità. Il perdono, va detto con chiarezza, non è cedimento al male. Tutt'altro. Richiede infatti il riconoscimento della colpa, il pentimento e la decisone di cambiare vita. Per questo sradica il male alla radice".
Il populismo, anziché essere il governo del popolo, diventa e si fa stato autoritario? Tant'è che negli stati sovranisti dominano violenza e repressione.
"Nel mio libro Il crollo del noi (Laterza, ndr) esamino l'indebolirsi del senso della società e dell'affermarsi dell'individualismo. In questo cambio culturale cresce il populismo, ossia il prevalere del bene individuale sul bene comune, degli interessi di parte su quelli di tutti. Insomma, più che un impegno comune si afferma un mondo fatto di tribù le une contro le altre. O, peggio, tutti contro tutti. Non dimentichiamo: l'io, quando prevale, si sente l'Unico".
La corruzione però prosegue il suo cammino, come dimostra la cronaca.
"Quell'istinto radicale a pensare innanzitutto a se stessi, la Bibbia dice che sta all'uscio della nostra porta. Basta poco per farlo entrare. Se non viene contrastato diventa sistema, come una rete che coinvolge persino le istituzioni. C'è bisogno di un sussulto non solo di ordine legislativo, ma ancor più di ordine culturale e spirituale. La corruzione va sconfitta in radice. Papa Francesco distingue saggiamente il peccato dalla corruzione, non perché il peccato sia leggero, ma la corruzione rischia di annullare ogni tipo di umanità".
L'espressione "marcire in galera", sempre di Salvini, fa a pugni con la concezione che lei ha del carcere. Cosa pensa quando la sente pronunciare?
"Mi verrebbe solo da dire torniamo a Beccaria! Un grande italiano. Le anomalie del carcere purtroppo sono sotto gli occhi di tutti. Per il cristiano la visita ai carcerati è una condizione di salvezza".
Lei chiude il libro con l'affermazione pronunciata sul letto di morte di un cardinale romano che le disse: "Per fortuna che Dio è più misericordioso che giusto".
"Giustizia e misericordia vanno tenute insieme. Non può esserci una giustizia anaffettiva e un amore tollerante con il male. Tenerle insieme è una grande sfida. La giustizia ha bisogno dell'amore e viceversa. Spero però che l'amore comunque prevalga. Sapere che l'amore è più grande della giustizia è una grande consolazione ora e un'assicurazione per il dopo".
I migranti. Dobbiamo partire da loro, dalla cronaca cruda di questi mesi, dalla voglia di cacciarli e, se possibile, di cancellarli.
"Da che mondo è mondo le migrazioni sono parte della storia, di tutti i paesi, nessuno escluso. E lo sviluppo civile dei paesi è avvenuto sempre in corrispondenza della capacità di accogliere, di integrare, e quindi di intraprendere una nuova tappa di crescita del paese. In questo senso è del tutto antistorico, oltre che anti evangelico, pensare di bloccare i flussi migratori. E soprattutto vuol dire farsi male, magari inconsapevolmente. È chiaro che il fenomeno non va né subito, né sottovalutato. Va governato, quindi c'è bisogno di grandi visioni e non di pensieri corti".
Oggi la nave Mare Jonio, ieri Diciotti e Acquarius. Non le pare che ci sia una politica impastata di odio che vuole cancellare i migranti?
"Il rischio è molto concreto. E dobbiamo stare attenti a seminare odio. Già il profeta avvertiva 'chi semina vento raccoglierà tempesta'. Alle visioni e a una lungimirante politica va aggiunta la cultura. Senza di essa non si comprende quel che accade. I dati degli esperti ci dicono, ad esempio, che in Italia c'è un grosso divario tra la percezione del fenomeno migratorio e la sua realtà, almeno di quattro volte tanto. Senza la conoscenza non può esserci un giudizio adeguato".
I respingimenti in Libia come li giudica?
"Non è una pagina bella del nostro Paese. Contentarsi perché non approdano in Italia è davvero miserevole sapendo che i respinti sono riportati in veri e propri campi di concentramento. Non possiamo voltare la faccia da un'altra parte. La storia ha già visto queste tragedie. E ne ha giustamente denunciato la crudeltà. Guai a perdere la memoria".
Nel libro lei racconta la storia di Alì, migrante con due figli italiani, integrato, che però vuole trasferirsi a Londra. E come lui altri stranieri di diverse nazionalità. Che succede? Vince il "prima di voi gli italiani"? Quel "è finita la pacchia" detto tante volte da Salvini contro gli immigrati?
"I numerosi Alì che fuggono dall'Italia si uniscono alle migliaia di italiani che vanno all'estero. In questi mesi nella nostra ambasciata a Londra ci sono più 700.000 richieste. Non sarebbe importante avere un po' più di amore patrio e adoperarsi per frenare questo esodo? Il fenomeno migratorio va compreso a tutto tondo. E certamente dovrebbe preoccupare ben di più questo numero enorme di italiani che va via rispetto alle poche decine di stranieri che cercano di entrare in Italia, di cui peraltro abbiamo anche bisogno".
La legge e la giustizia. Non siamo di fronte a un'idea di giustizia di una sola parte della comunità, una giustizia che divide, che scatena la guerra tra i cittadini?
"Esattamente. È uno dei casi in cui appare chiaramente la verità dell'antico adagio romano 'summum ius, summa iniuria'. Una giustizia priva di tensione universale e segnata dal virus sovranista, dimentica quella fraternità universale che sta alla base della convivenza tra i popoli. Soprattutto in un mondo globalizzato e connesso come quello di oggi. È indispensabile globalizzare giustizia e solidarietà, diritti locali e diritti universali. È la grande sfida del XXI secolo. È in questo orizzonte che va compreso anche il fenomeno migratorio che è passato dai circa 77 di cinquanta anni fa a 260 milioni di oggi. Del resto, com'è possibile globalizzare il commercio e le connessioni da una parte e bloccare gli uomini e le donne che vivono di questi legami e contatti? Credo sia necessaria la promozione di una sapienza giuridica, politica, economica, morale e religiosa per affrontare un problema globale".
Facciamo un esempio, la legittima difesa, la legge che sarà approvata la prossima settimana al Senato. Un invito alla giustizia fai da te. Non sarebbe meglio farne a meno?
"Ma non c'è dubbio. Garantire la sicurezza dei cittadini è un dovere primario dello Stato, e lo Stato non può derogarlo a nessun altro, neppure ai cittadini singoli. La giustizia fai da te è pericolosissima. Proprio per le ragioni stesse per cui si invoca. Ossia dare spazio alle emozioni e non alla comprensione effettiva dell'insicurezza, non solo non difende, aggrava il pericolo".
La pena e il perdono. Non stiamo pericolosamente forzando sulla prima a scapito del secondo? Quasi che il perdono sia impossibile?
"Credo che di fronte alla globalizzazione e al conseguente spaesamento delle persone il rischio è ripiegarsi su se stessi, sia individualmente sia come società, ovviamente sempre 'in difesa'. L'altro è istintivamente pensato come nemico piuttosto che come fratello. Di qui l'attitudine a lasciare spazio alla pena, a castigare. C'è purtroppo una mentalità punitiva e vendicativa. Mentre si sta attutendo quella prospettiva redentiva che è stata una grande conquista della modernità. Il perdono, va detto con chiarezza, non è cedimento al male. Tutt'altro. Richiede infatti il riconoscimento della colpa, il pentimento e la decisone di cambiare vita. Per questo sradica il male alla radice".
Il populismo, anziché essere il governo del popolo, diventa e si fa stato autoritario? Tant'è che negli stati sovranisti dominano violenza e repressione.
"Nel mio libro Il crollo del noi (Laterza, ndr) esamino l'indebolirsi del senso della società e dell'affermarsi dell'individualismo. In questo cambio culturale cresce il populismo, ossia il prevalere del bene individuale sul bene comune, degli interessi di parte su quelli di tutti. Insomma, più che un impegno comune si afferma un mondo fatto di tribù le une contro le altre. O, peggio, tutti contro tutti. Non dimentichiamo: l'io, quando prevale, si sente l'Unico".
La corruzione però prosegue il suo cammino, come dimostra la cronaca.
"Quell'istinto radicale a pensare innanzitutto a se stessi, la Bibbia dice che sta all'uscio della nostra porta. Basta poco per farlo entrare. Se non viene contrastato diventa sistema, come una rete che coinvolge persino le istituzioni. C'è bisogno di un sussulto non solo di ordine legislativo, ma ancor più di ordine culturale e spirituale. La corruzione va sconfitta in radice. Papa Francesco distingue saggiamente il peccato dalla corruzione, non perché il peccato sia leggero, ma la corruzione rischia di annullare ogni tipo di umanità".
L'espressione "marcire in galera", sempre di Salvini, fa a pugni con la concezione che lei ha del carcere. Cosa pensa quando la sente pronunciare?
"Mi verrebbe solo da dire torniamo a Beccaria! Un grande italiano. Le anomalie del carcere purtroppo sono sotto gli occhi di tutti. Per il cristiano la visita ai carcerati è una condizione di salvezza".
Lei chiude il libro con l'affermazione pronunciata sul letto di morte di un cardinale romano che le disse: "Per fortuna che Dio è più misericordioso che giusto".
"Giustizia e misericordia vanno tenute insieme. Non può esserci una giustizia anaffettiva e un amore tollerante con il male. Tenerle insieme è una grande sfida. La giustizia ha bisogno dell'amore e viceversa. Spero però che l'amore comunque prevalga. Sapere che l'amore è più grande della giustizia è una grande consolazione ora e un'assicurazione per il dopo".