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Il World Congress of families (fotogramma)

Verona: gli ultrà della famiglia presentano il feto-gadget

Negli stand anche i manuali anti-gender
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Si chiama Michele, ha dieci settimane, il ditino in bocca, la testa grande, braccia e gambe che avvolgono il suo corpo microscopico di feto di plastica morbida. Da ieri è diventato il simbolo del vero volto del Congresso mondiale delle famiglie, al di là delle rassicurazioni istituzionali, un gadget atroce, venduto in bustine sigillate, un mesto bambolotto che racconta quanto il summit di Verona sia, di fatto, il lancio di una violenta e planetaria campagna antiaborto. Erano un po’ nascoste nell’area off limits ai giornalisti le bustine con Michele dentro, provocazione che dovrebbe indurre le donne che vogliono interrompere una gravidanza a fermarsi in tempo, dicono le istruzioni, «prima di uccidere Michele».
Il feto-gadget (ansa)

E Michele è andato esaurito in poco tempo, così come la spilletta con due piedini dorati «riproduzi…
Si chiama Michele, ha dieci settimane, il ditino in bocca, la testa grande, braccia e gambe che avvolgono il suo corpo microscopico di feto di plastica morbida. Da ieri è diventato il simbolo del vero volto del Congresso mondiale delle famiglie, al di là delle rassicurazioni istituzionali, un gadget atroce, venduto in bustine sigillate, un mesto bambolotto che racconta quanto il summit di Verona sia, di fatto, il lancio di una violenta e planetaria campagna antiaborto. Erano un po’ nascoste nell’area off limits ai giornalisti le bustine con Michele dentro, provocazione che dovrebbe indurre le donne che vogliono interrompere una gravidanza a fermarsi in tempo, dicono le istruzioni, «prima di uccidere Michele».
Il feto-gadget (ansa)

E Michele è andato esaurito in poco tempo, così come la spilletta con due piedini dorati «riproduzione esatta di una gestazione di 12 settimane», ossia il termine ultimo previsto dalla legge 194 per poter abortire. Tutti gadget (horror) firmati Pro Vita, una delle associazioni che insieme a Citizen Go, Generazione Famiglia e Family Day, ha organizzato il summit di Verona, e il cui presidente, Antonio Brandi, è un vero ultrà dei movimenti per la vita. Oltre la patina di “matrimonio, amore e bellezza”, ieri il popolo della famiglia ha iniziato a sbandierare i simboli delle marce per la vita, madonne brandite come scudi e atroci dichiarazioni sull’omosessualità, vista come peccato mortale se non addirittura reato. Un’anteprima di quella simbologia fatta di croci e di feti che sfilerà domenica per le strade di Verona, come marcia delle famiglie. Sugli scaloni del palazzo della Gran Guardia in piazza Bra si raduna una piccola folla oltranzista. «I gay? Bisogna correggerli». «Il divorzio? Un delitto». «L’aborto? Incarcerare le donne che lo scelgono e i medici che lo fanno». Posizioni da cui gli organizzatori prendono le distanze, eppure, ieri mattina, l’arciprete Maxim Obukhov, ospite illustre della folta rappresentanza dell’Est, Russia-Ungheria-Moldavia, nell’asse cattolico oltranzista così vicino alla Lega, faceva capire quanto invece le posizioni (scomposte) della folla sono vicine a quelle dei relatori. «Penso che con la fede i gay possano redimersi e tornare normali. Per fortuna in Russia sono pochissimi. Io li accetto nella mia chiesa soltanto se decidono di curarsi. Per colpa dell’aborto non nascono più bambini, gli Stati dovrebbero vietarlo». Si chiamano terapie riparative, un film appena uscito, "Vite cancellate", racconta la devastazione per chi vi è sottoposto.
Del resto, al di là dell’aspetto compassato da convegno di studi, bastava ascoltare ieri, alcuni interventi per sentire il senso di “crociata” che parte dalla città di Giulietta. «Lascerò le bustine con questi feti nell’atrio del reparto di interruzione di gravidanza della mia città», afferma sicura un’attivista di Padova, «affinché le donne guardandoli capiscano che stanno uccidendo un bambino». Niente pietas, niente compassione. Eppure quando non era legale le donne morivano di aborto clandestino. Dal palco lo spagnolo Ignacio Arsuaga, nipote di un generale franchista e presidente della potente Citizen Go (sua la campagna dei bus anti-gender), invita a combattere duramente e a creare alleanze «per la famiglia naturale», facendo un’opera di deciso proselitismo culturale. Silvana De Mari, scrittrice nota per le sue posizioni violentemente omofobiche, attacca i libri che spiegano il sesso ai ragazzini e la pillola che blocca la pubertà per gli adolescenti transgender, bocciandola come «mostruosa».

Già, perché il terzo nemico dichiarato del “popolo della famiglia”, oltre alla legge 194 e all’omosessualità, è il gender. Accanto ai feti in bustina, alle magliette con i feti che si succhiano il dito, alle spillette con i piedi di 12 settimane, ai dvd che raccontano la mirabolante storia di Hannah, sopravvissuta a un aborto, una ricchissima produzione editoriale attacca frontalmente il tema dell’identità di genere. “Emergenza gender a scuola”. “Gender e femminismo: l’ideologia della nuova sinistra mondiale”. “Sarà ancora possibile dire mamma e papà?”. “Ecco il legame tra aborto e cancro al seno”. “Adozione e coppie gay: perché bisogna crescere con mamma e papà”. Una pubblicistica dove, in un modo o nell’altro, è sempre la donna (e il suo utero) al centro del problema. E alla fine della prima giornata del convegno mondiale delle famiglie, la scatola con i feti è vuota. Michele è scomparso. Simbolo grottesco di una crociata, appunto, tutta sulla pelle delle donne.