✕
Roma, rivolta a Torre Maura: rabbia contro l'arrivo dei rom 

“A noi gli sfratti e a loro date una casa”: il quartiere caduto nell’abisso dell’odio

Ascolta l'audio

Il caso Torre Maura e le periferie abbandonate. Il presidente M5S ammette: “Me la prendevo con il Pd, ma qui è come svuotare l’acqua col secchiello”
3 minuti di lettura
ROMA - Il paziente terminale di Roma Capitale del Paese, quello che ha calpestato il pane della solidarietà, è un grido gutturale levato a favore di radio e tv da Denis, Noemi, Deborah e dall'umanità tatuata, in tuta e sneakers, che intorno gli si stringe: "Annatevene affanculo tutti, zingari, negri e pure la Raggi. Razzismo 'sto cazzo. Vie' a vive qua co' noi, va". È un Municipio, il VI, grande quanto Verona o Venezia. Duecentocinquantamila naufraghi alla deriva, tredici chilometri a est del Campidoglio. Quattordici da Montecitorio e dal Viminale. Dove il Grande Raccordo Anulare affetta, separandolo, chi è dentro da chi è fuori e il cartello stradale "Roma" indica una città che qui non finisce ma al contrario comincia. Il Municipio delle Torri. Torre Maura, appunto. E Tor Bella Monaca, Torre Angela, Torre Spaccata. Dove un tempo c'era l'Agro, e ora solo cemento. E dove persino la toponomastic…
ROMA - Il paziente terminale di Roma Capitale del Paese, quello che ha calpestato il pane della solidarietà, è un grido gutturale levato a favore di radio e tv da Denis, Noemi, Deborah e dall'umanità tatuata, in tuta e sneakers, che intorno gli si stringe: "Annatevene affanculo tutti, zingari, negri e pure la Raggi. Razzismo 'sto cazzo. Vie' a vive qua co' noi, va". È un Municipio, il VI, grande quanto Verona o Venezia. Duecentocinquantamila naufraghi alla deriva, tredici chilometri a est del Campidoglio. Quattordici da Montecitorio e dal Viminale. Dove il Grande Raccordo Anulare affetta, separandolo, chi è dentro da chi è fuori e il cartello stradale "Roma" indica una città che qui non finisce ma al contrario comincia. Il Municipio delle Torri. Torre Maura, appunto. E Tor Bella Monaca, Torre Angela, Torre Spaccata. Dove un tempo c'era l'Agro, e ora solo cemento. E dove persino la toponomastica è una beffa, con strade ridotte a crateri lunari intestate alla leggiadria degli uccelli o alla resilienza di un giornalista come Walter Tobagi, ultimo rettifilo di asfalto prima del gomito che immette in via Codirossoni, plurale di Codirossone, "uccello passeriforme della specie Muscicapidae". Ultima fermata dell'odio di prossimità e di un contagio che si è mangiato gli uomini e le cose. Un pezzo alla volta. Dalla rivolta di Tor Sapienza in avanti (era il dicembre 2014 e il Municipio, quella volta, era il limitrofo V). Inesorabilmente.

"Lo schifo"
Giuseppe, un tipo sulla trentina che lavora sui carri attrezzi, è l'uomo che martedì ha "fomentato il quartiere contro l'ultimo schifo". "Io nun so' de sinistra né de destra - dice - Me so solo rotto er cazzo de sto' schifo. Ci avemo avuto i negri pe' cinque anni. E se semo tassati cinque euro al mese ciascuno pe' compraje er manzo perché nun mangnaveno maiale. Mo' so' arivati questi e manco c'hanno avvertito. Io i zingari li conosco. C'ho pure amici zingari pesanti, co' i sordi. E nun c'è gnente da fa'. So' zingari. È la natura loro, rubano".
Spiegare che il progetto per i Rom di via Codirossoni è finanziato con fondi europei vincolati all'integrazione ha dunque la stessa forza persuasiva di un rutto. Perché qui "lo schifo" è tutto. Nulla e nessuno escluso. È la baraccopoli di via di Salone, il più grande campo Rom di Roma e tra i più grandi d'Italia. I quattordici tra progetti Sprar (Servizio di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati) e Cas (Centri di accoglienza straordinaria). È la tubatura di via Aspertini, tre chilometri in linea d'aria, che, per quindici anni - quindici - ha sversato liquami di fogna nei condomini di Tor Bella Monaca prima di essere riparata. Sono le 14 mila case popolari "Erp" e "Ater" che cadono a pezzi, dove i soffitti pisciano acqua e le caldaie non funzionano. Sono mille bambini tra 0 e 6 anni in lista d'attesa per un posto nelle scuole dell'infanzia e dell'obbligo che non hanno un posto dove andare che non sia la strada o una casa popolare dove, in un caso su due, il capo famiglia è in galera o ai domiciliari. È l'indice di "disagio multimensionale" con cui il Comune ha classificato i 15 Municipi di Roma secondo un criterio di composizione della sofferenza sociale - abbandono scolastico, disoccupazione giovanile, degrado edilizio, rarefazione dei Servizi - e di cui questo, il VI, vanta il primato assoluto. In una scala da 1 a 100, 85 punti. Contro i 15 punti del Municipio I, il centro storico.

I naufraghi
Erano "rosse" le Torri del Municipio VI. Poi, nel giugno del 2016, arrivò la spallata a 5 Stelle. Il 34,1 per cento dei consensi. E ora, a incontrarli nella sede del Municipio in via Duilio Cambellotti, al primo piano di un fatiscente parallelepipedo di cemento armato sede di una ex Asl, proprio di fronte alla scuola dell'infanzia ed elementare di via di Tor Bella Monaca ospitata al primo piano di un ipermercato e annunciata da scritte di cartone, il Presidente Roberto Romanella, l'assessore al bilancio Aristodemo D'Orrico, quello alle politiche sociali Francesca Filipponi hanno l'onestà di raccontare, da naufraghi, cosa è stato scoprire l'abisso. Immaginare una rivoluzione e ritrovarsi a lottare coraggiosamente, come pure fanno, per sopravvivere. "Quando ero ancora un attivista - dice il Presidente, Roberto Romanella, di mestiere capo squadra dei vigili del Fuoco - ce la prendevamo con il Pd accusandoli di tutto. Devo riconoscere oggi che qui è come svuotare il mare con un secchiello. Faccio prima a dire quali problemi non ho. Perché è uno solo. Il traffico della Movida. Per il resto, abbiamo tutto. Spaccio? Ce l'ho. Prostituzione? Eccoci. Rifiuti? Non ne parliamo. Disoccupazione e abbandono scolastico? Primi a Roma". Nel bilancio assegnato dal Comune sono arrivati 31 milioni di euro, l'80 per cento dei quali sono stati destinati al sociale. "Ma per poter stare a galla dignitosamente - dice l'assessore al bilancio - ne servirebbero 100 di milioni". Francesca Filipponi annuisce: "Non molliamo ed è stato umanamente molto difficile vedere esplodere una comunità come quella di Torre Maura che ha fragilità che gli consentono di vedere e comprendere le fragilità altrui. Non sapevano e noi non siamo stati messi in grado di spiegare per tempo cosa sarebbe accaduto". Forse sarebbe servito. O forse no. Perché è vero che gli ultimi sanno annusare e riconoscere gli ultimi degli ultimi. Ma esiste sempre una soglia superata la quale la disperazione non è più una casa comune ma diventa odio. Come dice ora Noemi in via Codirossoni. "Ho due figli e il mio compagno è "momentaneamente assente". M'hanno sfrattata. Perché io non posso campa' e loro, gli zingari, si?". A Noemi nessuno sa cosa rispondere o come risolvere il problema. E non da oggi. Ma c'è la fila, anche oggi, per farla impazzire. Hanno il cinismo e le parole d'ordine di Forza Nuova e Casa Pound. Sono quelli dell'Italia agli Italiani. Soffiano sulla furia. E aspettano il prossimo rogo.