Il maestro Beatrice Venezi ci racconta com'è pop Puccini
Elisabetta Muritti
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di ELISABETTA MURITTI
Adora il repertorio sinfonico italiano e Bernstein. Racconta su Instagram la trama delle opere. Beatrice Venezi, tra i più giovani (e sexy) direttori d'orchestra d'Europa, sogna soprattutto una cosa, anzi due: arrivare alla Scala di Milano e convincere i ventenni che la musica classica ha molto a che fare con la loro vita
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Magnolie in fiore. Cielo indaco che ritaglia i contorni della chiesetta di San Cristoforo e del Naviglio Grande. È una mattina milanese gloriosamente primaverile. Come lei, basta guardarla, mentre arriva sul set con lo zainetto e le sneakers bianche. Bella, è bella. Donna e giovane, pure. Dritta e aggraziata, anche. Per giunta, è bionda. Di quel biondo botticelliano che vira sui toni del miele e va d’accordo con gli occhioni verdi, il naso e la bocca importanti, la mimica decisa. Pronta al disappunto e al sorriso. Da direttrice d’orchestra qual è. Pardon: da direttore, come vuole farsi chiamare. E poi si sente, sprizza da ogni poro non solo salute, ma anche determinazione, serena leadership e autocontrollo.
Insomma, Beatrice Venezi, 29 anni appena compiuti, lucchese, casa a Milano (quand’è a casa, cioè quasi mai), è una che buca lo schermo. Della cosa è perfettamente consapevole. E la usa senza infingimenti. Ce…
Magnolie in fiore. Cielo indaco che ritaglia i contorni della chiesetta di San Cristoforo e del Naviglio Grande. È una mattina milanese gloriosamente primaverile. Come lei, basta guardarla, mentre arriva sul set con lo zainetto e le sneakers bianche. Bella, è bella. Donna e giovane, pure. Dritta e aggraziata, anche. Per giunta, è bionda. Di quel biondo botticelliano che vira sui toni del miele e va d’accordo con gli occhioni verdi, il naso e la bocca importanti, la mimica decisa. Pronta al disappunto e al sorriso. Da direttrice d’orchestra qual è. Pardon: da direttore, come vuole farsi chiamare. E poi si sente, sprizza da ogni poro non solo salute, ma anche determinazione, serena leadership e autocontrollo.
Insomma, Beatrice Venezi, 29 anni appena compiuti, lucchese, casa a Milano (quand’è a casa, cioè quasi mai), è una che buca lo schermo. Della cosa è perfettamente consapevole. E la usa senza infingimenti. Certo, al maestro Venezi non sfugge che la sua bacchetta, così sexy, possa risultare maledettamente fastidiosa, visto che si agita in un mondo gerontocratico e “maschio” qual è quello della musica classica. Ma lei ride. Glissa. Tanto più che molto spesso la bacchetta nemmeno la usa. Preferisce adoperare le mani, «ho tutte e dieci le dita per esprimermi, per sentire più facilmente la musica, per manipolarla meglio, e darle più potenza... ».
Insomma, con lei è meglio sottolineare altre cose: che sia il direttore principale della Nuova Orchestra Scarlatti di Napoli e l’assistente direttore dell’Orchestra di Stato giovanile armena, che all’estero se la contendano, deliziati che al frac preferisca gli abiti da sera lunghi e i tacchi alti, che nel 2018 la rivista statunitense Forbes l’abbia inserita tra i 100 under 30 della sezione L’Italia dei giovani leader del futuro, che sia stata a lungo la direttrice d’orchestra più giovane d’Europa (ha esordito a 22 anni, in Germania), che tutt’ora sia la più giovane in Italia («Ma chissà? Grazie a Dio la situazione è in evoluzione») e che, sempre grazie a Dio, il cardinale Gianfranco Ravasi l’abbia voluta nella Consulta femminile del Pontificio consiglio della Cultura... Il che vuol dire che, oltre che giovane e bionda e talentuosa, è anche credente? «Lo so, non è cool. Ma per me, nel mio lavoro, conta molto il rapporto con la dimensione trascendente. Forse è solo una forma personale di dialogo, per invogliare me e gli altri a non nascondersi». E da che cosa? «Dalla regolarità. Dalla fedeltà a valori non tanto di moda: la famiglia, i figli, l’amore per il mio Paese... Ogni cosa ha esattamente il suo posto, accanto alla carriera. Quantomeno lo avrà». Ma allora c’è un fidanzato... Ride: «C’è che la mia vita privata è cambiata, adesso va sorvegliata, perché è aumentata la mia visibilità. Ma deve restare per l’appunto privata. Non è semplice, lo so, ma per ora il “divismo” non mi pesa! È un modus vivendi che si impara. Magari accanto a una persona che asseconda i tuoi ritmi».
Beatrice Venezi, direttrice d'orchestra (foto di Max Cardelli per D) Sia ben chiaro, però. Il maestro Venezi non è una conservatrice. Anzi. Solo che ha idee molto indipendenti su quello che è cool, o che dev’essere più cool. Tremendamente cool. Per esempio, l’adorata musica colta composta nei 100 anni che vanno dal 1750 al 1850 («Ma ogni musica è stata contemporanea, e ogni buona musica diventerà classica e colta», avverte saggiamente). Tant’è che sulla questione ha scritto un bel saggio da pochi giorni in libreria, Allegro con fuoco. Innamorarsi della musica classica (Utet). Leggendolo apprendiamo, tra l’altro, alcune cose che in realtà non dovrebbero stupirci più di tanto, vedi il debito contratto dai Black Sabbath con Tartini e Liszt, o dai Radiohead, da Creep in poi, con Schubert, da Lana del Rey con Erik Satie, e da Björk con Messiaen, o vedi l’icona dietro le colonne sonore dei film Melancholia di Lars von Trier (Wagner) e V per Vendetta (?ajkovskij).
Per non dire di quanto Beatrice Venezi “debba” lei stessa al primo movimento (appunto l’allegro con fuoco ma non troppo) della bellissima Wanderer-Fantasie di Franz Schubert... Minimizza: «Ho scelto un titolo ampio. Ma molto specifico. Perché senza la passione, con il suo fuoco, la musica non c’è, o non c’è abbastanza. Se ricordo il momento in cui io sono rimasta folgorata? No. Ho cominciato da bambina a studiare pianoforte, quasi casualmente. Ma mi è bastato metter le mani nella materia musicale perché l’incendio divampasse. E lì ho capito che, no, non sarei riuscita a esprimere una passione così totalizzante soltanto con quei tasti».
Soprattutto a comunicarla, no? «Sì, occorre una divulgazione più ampia. La password è: incuriosire. Ma ci vuole pure un pensiero critico che aiuti i più giovani in questi anni di stimoli rapidi e volubili. Altrimenti ognuno di loro può farsi il suo sussidiario, ma senza una guida, senza una difesa rispetto alle scelte culturali pilotate». Poco allegra ma con fuoco, stigmatizza: «Odio il contrasto tra le generazioni. È voluto, è nell’interesse di chi è consapevole che con la cultura puoi controllare la società. E si sa, un pensiero unico è più facile da gestire».
Ma prima di tutto, spiega, è la musica classica stessa che deve recitare il suo mea culpa. «Alle soglie del Novecento Schönberg distrugge il sistema tonale e con esso anche il rapporto con il pubblico. Nascono le avanguardie. Ma anche il “non me ne frega niente che tu capisca”». Vero. Ma allora? «Allora largo a quei nuovi compositori e a quelle nuove compositrici che ci aiutano a recuperare il gusto estetico dell’ascolto, il suo godimento epidermico. Perché non si comunica con un pubblico di non addetti ai lavori se non lo si colpisce nei sensi».
Qualche nome? «Ho diretto le prime esecuzioni di brani di due compositrici bulgare, Dobrinka Tabakova (il suo Praise è stato cantato dal coro della Cattedrale di St. Paul, a Londra, per celebrare i 50 anni di trono della regina Elisabetta, ndr) e Penka Kouneva, che progetta musiche da film da 30 anni a questa parte. Ecco, loro vanno nella direzione giusta». Come ci andava Leonard Bernstein, il suo mito. Seduta su un divano rosso, passa dal caffè bollente al collirio («Stamattina era troppo presto, quando ho messo le lenti a contatto!») e continua: «L’opera lirica è pop, è un serbatoio di sentimenti e comportamenti continuamente attuali. L’ho raccontato nel libro: La bohème parla del precariato sentimentale, un po’ come Friends; Carmen del femminicidio; Il trovatore delle fake news, ed è pure meglio di Black Mirror; Madama Butterfly della mancanza di pari opportunità. L’anno scorso ho fatto un esperimento. Per un po’ di mesi ho raccontato ogni settimana su Instagram la trama di un’opera. Sorpresa: 2-3mila follower. Sì, i ragazzi mi scrivevano, “grazie, adesso so chi è ’sta Madama Butterfly o ’sto Barbiere di Siviglia... ”.
Da lucchese mi ha commosso il fatto che l’opera che ha avuto più successo durante questo mio test è stata la misconosciuta La Rondine di Puccini, forse perché mi ero messa a riprendere per Lucca tutti i luoghi pucciniani... ». E a proposito di Puccini: il maestro Venezi, che nella seconda parte del 2019 ha in uscita per Warner la sua prima incisione dedicata proprio al compositore lucchese, ha capito che, prima all’estero e poi anche in Italia, esiste una potenziale riscoperta da proporre con entusiasmo ai giovani: il repertorio sinfonico più legato a un’italianità potente, ricco di capolavori, da Puccini a Respighi, fino a Rota. «In Oriente, dove tra l’altro i dischi di musica classica hanno ancora un forte mercato, ne vanno pazzi».[[ge:rep-locali:rep:223375670]]E dall’Italia al mondo. «Il mio sogno B? Cominciamo da quello A! Vorrei arrivare ai teatri più grandi del mondo, il Metropolitan, il Mariinskij di San Pietroburgo, il Covent Garden, il Colón di Buenos Aires e, ovvio, la Scala. Ma se non fossi diventata direttore d’orchestra, avrei potuto essere un esploratrice, un’archeologa, un’etologa. Comunque una che viaggia moltissimo. Proprio come faccio. Mi pesa? Neanche un po’: anzi, cerco sempre di agganciare delle vacanze alle tournée, ora sto programmando una settimana nelle isole del Giappone meridionale».
E poi elenca sulle dita i punti salienti delle prossime pagine della sua agenda: in aprile il “debutto americano”, a Córdoba, in Argentina; poi La bohème a Baku, e cioè in terra musulmana («Mi sto interrogando sulle regole vestimentarie. Del resto mi è sempre piaciuto impegnarmi in aree geografiche interessanti»); poi il Giappone, con la New Japan Philharmonic; e si parla anche di Teheran, «dove sarei la prima donna occidentale e cattolica dichiarata a dirigere musicisti ambosessi, la loro unica donna direttore ha potuto lavorare solo con orchestrali femmine», alla Roudaki Foundation. Donne & uomini. Uomini & donne. Ancora e ancora. «Però non mi interessa sottolineare il genere di un lavoro, non mi interessa la declinazione, preferisco parlare del compito», premette prontissima, il maestro Venezi.
E in effetti maestra non suonerebbe altrettanto bene. Scusi, ma il fatto che lei lavori più all’estero che in Italia, vuol forse dire qualcosa? «Dipende. In Germania, per esempio, l’ambiente è solo apparentemente molto più aperto. Peccato che le professioniste tedesche si sentano in dovere di essere molto mascoline. Chissà perché, forse è un retaggio della guerra. Nei paesi anglosassoni no, è tutto più naturale». Dell’Italia le preme dire altre cose: «Il sistema non è più sostenibile, lo Stato non riesce più a prendersi cura della cultura. E così i giovani migliori se ne vanno, peccato, perché il sistema dei nostri conservatori è uno dei migliori al mondo. Bisognerebbe aprire alla partecipazione del privato. E migliorare la comunicazione, renderla più appealing.
Per non parlare del mecenatismo, di cui ci manca una qualsiasi formazione». Ma lei, maestro Venezi, la musica pop l’ascolta? «Ovvio, e mi piace pure. Mi piace anche la contaminazione dei generi, purché non sia a senso unico, per esempio limitata alla versione sinfonica di una canzone contemporanea, e ci sia competenza di quello che è già stato fatto, che è già diventato stilema letterario. E cioè tradizione». E la trap? Smorfia diplomatica: «Non ne sono una fautrice. Ma penso che interpreti la contemporaneità».
Questa è la coverstory del numero di D in edicola con Repubblica sabato 6 aprile