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La carica dei 101 vitigni da riscoprire

Un patrimonio di biodiversità che rappresenta un vero e proprio tesoro, i cui custodi sono vignaioli e produttori testardi che proteggono non solo l’uva, ma anche territorio e paesaggio
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Biodiversità, tesoro tutto italiano. Sono 545 i vitigni e i cloni iscritti nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite aggiornato a novembre 2018, e molti altri (si parla di migliaia) sono in attesa di entrare nella lista delle uve da vino autorizzate dal ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo. Patrimonio unico — ci pone sul podio della ricchezza varietale nel mondo — preservato da tenaci viticoltori che non hanno smesso di credere nei vitigni autoctoni; li hanno custoditi, protetti, tutelati. Non è lontano il tempo in cui venivano espiantati per varietà più prodighe e facili da coltivare o bistrattati come vini da taglio. Oggi la “diversità italiana” stimola invece la conoscenza del vitigno nel suo territorio d’elezione.

Erbaluce, Centesimino, Perricone, Cornalin, Biancatenera, Prunesta sono alcune delle uve antiche custodite da caparbi vignaioli, di cui in queste pagine vi propo…
Biodiversità, tesoro tutto italiano. Sono 545 i vitigni e i cloni iscritti nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite aggiornato a novembre 2018, e molti altri (si parla di migliaia) sono in attesa di entrare nella lista delle uve da vino autorizzate dal ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo. Patrimonio unico — ci pone sul podio della ricchezza varietale nel mondo — preservato da tenaci viticoltori che non hanno smesso di credere nei vitigni autoctoni; li hanno custoditi, protetti, tutelati. Non è lontano il tempo in cui venivano espiantati per varietà più prodighe e facili da coltivare o bistrattati come vini da taglio. Oggi la “diversità italiana” stimola invece la conoscenza del vitigno nel suo territorio d’elezione.

Erbaluce, Centesimino, Perricone, Cornalin, Biancatenera, Prunesta sono alcune delle uve antiche custodite da caparbi vignaioli, di cui in queste pagine vi proponiamo una selezione: 101 vitigni da proteggere. Vitigni considerati “minori” che diventano protagonisti del grande vigneto Italia. Dati di settore confermano, per esempio, che Passerina e Pecorino, due tipiche varietà a bacca bianca dell’Italia centrale, mantengono numeri importanti. «Una piccola rivoluzione — racconta il professore in chimica-enologica Leonardo Seghetti protagonista della riscoperta del Pecorino negli anni ’80 — cominciata quando Teodoro Bugari segnalò il vitigno alla storica azienda Tenuta Cocci Grifoni di Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno. Fummo chiamati insieme all’ampelografo Giancarlo Moretti per ricreare l’habitat a questa uva di montagna quasi sparita; seguiva i percorsi della transumanza dei pastori che muovevano il gregge di pecore sulla dorsale piceno — aprutina, tra Marche e Abruzzo. Le piante madri furono prese nel comune di Pescara Arquata del Tronto colpito dal terremoto nel 2016 e impiantate in un vigneto esposto a nord per dare più escursione termica». Una crescita veloce: da quasi zero vigne, oggi sono 1400 gli ettari vitati in Abruzzo e oltre 500 quelli nelle Marche. «Questi vitigni italici donano le migliori caratteristiche secondo il luogo di coltivazione: fondamentale è la vocazione» ribadisce Seghetti. Linea di pensiero condivisa dal produttore Walter Massa, pioniere della rinascita del Derthona Timorasso, storica uva bianca piemontese. Insieme al Consorzio Tutela Vini Colli Tortonesi è coinvolto nel disciplinare della nuova Doc Derthona, in attesa di approvazione.

«Qualificare un vitigno significa proteggere a oltranza il luogo di denominazione nella sua culla storica. Attendiamo l’autorizzazione per produrre in annate meno favorevoli il “Piccolo Derthona”, vino più semplice e prezzo contenuto; aiuterebbe la sostenibilità economica dei viticoltori». Percorsi non facili: si procede per gradi, in un lungo cammino identitario. «L’identità territoriale è importante — spiega Francesco De Franco della cantina calabrese ‘A Vita — il nostro gruppo Cirò Revolution formato da vignaioli cirotani, s’impegna da anni per un giusto riscontro del lavoro di qualità nel rispetto della terra. L’uva Gaglioppo, con cui produciamo il vino Cirò Rosso e Rosato, non è solo una realtà agricola ma risorsa economica e storia». Nel recupero di varietà antiche nessuna nostalgia ma ritrovata fiducia in queste cultivar dimenticate che dimostrano forza e carattere. La lavorazione richiama un approccio più rispettoso, artigianale, tramandato da sapienze contadine.

«L’associazione I Dolomitici — racconta la viticoltrice trentina Elisabetta Foradori, fine interprete del Teroldego e di altre biodiversità — è nata una decina di anni fa per rompere la solitudine tra noi produttori: volevamo scambiare informazioni e pratiche agricole, condividere progetti solidali. Come il salvataggio di un vigneto secolare con la rara cultivar Lambrusco a foglia frastagliata, varietà a bacca rossa del Trentino. Ci siamo fatti carico (siamo una decina di cantine) di salvare questa vigna storica con 727 ceppi di vite a piede franco di oltre cent’anni, che stava per essere abbattuta. La coltiviamo insieme, e ne produciamo un vino che dà continuità all’impegno di Narciso detto “Ciso”, il coraggioso contadino che l’aveva preservata e consegnata a noi”.