"Depistaggio su Cucchi: gli otto ufficiali a processo, l'Arma è parte offesa"
Carlo Bonini , di CARLO BONINILa richiesta della procura per i carabinieri accusati di avere ostacolato la ricerca della verità sul pestaggio. Ilaria: “Ora Nistri mantenga la promessa”
ROMA. Il "Caso Cucchi" ora corre. Come succede quando i muri - nove anni di omertà, menzogne, carte false - cedono di schianto. Il Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e il suo sostituto, Giovanni Musarò, chiedono il processo per otto ufficiali dell'Arma imputati del doppio depistaggio che, nel 2009 e nel 2015, ostacolò la ricerca della verità sulle responsabilità nell'omicidio di Stefano. E, nel farlo, indicano tra le parti offese "l'Arma dei Carabinieri nella persona del Comandante Generale Giovanni Nistri" (cui ieri la Procura ha trasmesso la richiesta), creando così il presupposto affinché il Governo e il vertice dell'Arma diano ora corso, nei fatti, all'impegno assunto con la famiglia Cucchi nella lettera inviata a Ilaria e svelata da Repubblica l'8 aprile scorso. Vale a dire costituirsi parte civile nel processo a chi ha disonorato l'uniforme che indossava e tutt'ora indossa, c…
ROMA. Il "Caso Cucchi" ora corre. Come succede quando i muri - nove anni di omertà, menzogne, carte false - cedono di schianto. Il Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone e il suo sostituto, Giovanni Musarò, chiedono il processo per otto ufficiali dell'Arma imputati del doppio depistaggio che, nel 2009 e nel 2015, ostacolò la ricerca della verità sulle responsabilità nell'omicidio di Stefano. E, nel farlo, indicano tra le parti offese "l'Arma dei Carabinieri nella persona del Comandante Generale Giovanni Nistri" (cui ieri la Procura ha trasmesso la richiesta), creando così il presupposto affinché il Governo e il vertice dell'Arma diano ora corso, nei fatti, all'impegno assunto con la famiglia Cucchi nella lettera inviata a Ilaria e svelata da Repubblica l'8 aprile scorso. Vale a dire costituirsi parte civile nel processo a chi ha disonorato l'uniforme che indossava e tutt'ora indossa, commettendo, se possibile, un reato ancora più odioso del pestaggio mortale di Stefano: assicurarne l'impunità. Il che, fa dire ora a Ilaria, sorella di Stefano, "sarò felice di avere stavolta l'Arma al mio fianco".
Con la richiesta di rinvio a giudizio, la congiura del silenzio di quella che era l'intera catena di comando dell'Arma di Roma nel 2009, viene ora nuovamente messa alla prova e potrebbe spezzarsi, con esiti imprevedibili. Pur potendo infatti scommettere sulla prescrizione dei reati che vengono contestati per i depistaggi del 2009 (i reati si estingueranno nel 2022) e dunque su un giudizio che non riuscirà mai a vedere il traguardo della Cassazione, gli ufficiali coinvolti potrebbero cominciare a pagare un prezzo altissimo, oltre che in termini disciplinari (per la sospensione dal servizio è sufficiente l'esercizio dell'azione penale, il che è avvenuto ieri con la richiesta) anche di robusti risarcimenti in sede civile (per l'azione civile è sufficiente una condanna di primo grado).
Non fosse altro perché, oltre all'Arma, le altre parti offese indicate nella richiesta di rinvio a giudizio sono la famiglia Cucchi (la mamma di Stefano, Ilaria e il suo primo genito) e i tre agenti di polizia penitenziaria assolti con sentenza definitiva nel primo processo. Questo significa che il generale Alessandro Casarsa e con lui i suoi 7 coimputati, dovranno decidere se pagare il conto per tutti o magari farsi tornare la memoria. Spiegando, ad esempio, se in quel 2009 le carte vennero truccate per ordine dell'allora Comandante provinciale (il generale di Corpo d'Armata Vittorio Tomasone) e se di quel depistaggio venne informato l'allora comandante generale Leonardo Gallitelli. L'uomo la cui ombra continua ad allungarsi su questa storia da oltre nove anni. Il solo Comandante Generale che, caso vuole, su Cucchi non ha mai ritenuto di dover proferire verbo. Né allora, né oggi.
Gli otto imputati
Di qui a giugno, dunque, imputati a diverso titolo di falso ideologico, omessa denuncia, favoreggiamento e calunnia, compariranno di fronte al giudice dell'udienza preliminare che dovrà decidere del futuro processo - sarà il quarto, dopo quello agli agenti della penitenziaria assolti perché calunniati, quello pendente in Corte di appello ai medici dell'ospedale Pertini, e quello in corso ai 5 carabinieri imputati a diverso titolo di omicidio e calunnia - il generale Alessandro Casarsa (nel 2009 Comandante del Gruppo Roma), il colonnello Francesco Cavallo (nel 2009, capo ufficio di Casarsa), il maggiore Luciano Soligo (nel 2009 comandante della compagnia Montesacro), il maresciallo Massimiliano Colombo Labriola (nel 2009, comandante della stazione di Tor Sapienza), l'appuntato Francesco Di Sano (nel 2009, in servizio nella celle di sicurezza di Tor Sapienza dove Stefano fu trasferito dopo il pestaggio), il colonnello Lorenzo Sabatino (nel 2015, comandante del Reparto Operativo), il capitano Tiziano Testarmata (nel 2015, in servizio alla quarta sezione del Nucleo investigativo di Roma), il carabiniere Luca De Cianni (autore, nel 2018, della calunnia ai danni del primo carabiniere che ruppe il silenzio, Riccardo Casamassima).I depistaggi
Si è detto di due diversi depistaggi, dunque. Ebbene, quelli del 2009 servirono a truccare le carte e indirizzare la responsabilità su uomini dello Stato che si sapevano innocenti (gli agenti della Penitenziaria). Fu "sbianchettato" il registro di fotosegnalamento della caserma Casilina, dove Stefano fu pestato, perché non vi fosse traccia del suo passaggio la notte tra il 15 e il 16 ottobre. Venne imposto per ordine dell'intera catena gerarchica ai due carabinieri in servizio di piantone alla caserma di Tor Sapienza di modificare le originali relazioni di servizio in cui si dava conto che Stefano già mostrava segni evidenti delle percosse che aveva subito. Nel 20015, invece, le carte vennero truccate quando, con l'apertura dell'inchiesta bis, la Procura chiese all'Arma un'indagine interna che acquisisse tutti i documenti sull'arresto e la morte di Stefano. E la ragione, questa volta, fu coprire il depistaggio di sei anni prima. Gli ufficiali dell'Arma incaricati di quella ricerca omisero infatti di acquisire in originale il registro della caserma Casilina (il solo dalla cui lettura in controluce era possibile evincere lo "sbianchettamento") e omisero altresì di segnalare alla magistratura l'esistenza di quelle due diverse relazioni redatte dai piantoni di Tor Sapienza.Il silenzio e l'ombra di Gallitelli
Con la richiesta di rinvio a giudizio, la congiura del silenzio di quella che era l'intera catena di comando dell'Arma di Roma nel 2009, viene ora nuovamente messa alla prova e potrebbe spezzarsi, con esiti imprevedibili. Pur potendo infatti scommettere sulla prescrizione dei reati che vengono contestati per i depistaggi del 2009 (i reati si estingueranno nel 2022) e dunque su un giudizio che non riuscirà mai a vedere il traguardo della Cassazione, gli ufficiali coinvolti potrebbero cominciare a pagare un prezzo altissimo, oltre che in termini disciplinari (per la sospensione dal servizio è sufficiente l'esercizio dell'azione penale, il che è avvenuto ieri con la richiesta) anche di robusti risarcimenti in sede civile (per l'azione civile è sufficiente una condanna di primo grado).
Non fosse altro perché, oltre all'Arma, le altre parti offese indicate nella richiesta di rinvio a giudizio sono la famiglia Cucchi (la mamma di Stefano, Ilaria e il suo primo genito) e i tre agenti di polizia penitenziaria assolti con sentenza definitiva nel primo processo. Questo significa che il generale Alessandro Casarsa e con lui i suoi 7 coimputati, dovranno decidere se pagare il conto per tutti o magari farsi tornare la memoria. Spiegando, ad esempio, se in quel 2009 le carte vennero truccate per ordine dell'allora Comandante provinciale (il generale di Corpo d'Armata Vittorio Tomasone) e se di quel depistaggio venne informato l'allora comandante generale Leonardo Gallitelli. L'uomo la cui ombra continua ad allungarsi su questa storia da oltre nove anni. Il solo Comandante Generale che, caso vuole, su Cucchi non ha mai ritenuto di dover proferire verbo. Né allora, né oggi.