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(ap)

Quanto ci vorrà? Macron ha promesso una ricostruzione rapida, ma conta dei danni e struttura sono un'incognita

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IL TECNICO: “CON LE MAPPATURE LASER STIME E LAVORI PIU' VELOCI”
«Cinque anni per ricostruire Notre-Dame? Difficile dare un giudizio. Queste operazioni sono come la prognosi di un dottore. Sai quando guarirai solo dopo che hai fatto tutti gli esami. Le nuove tecnologie per i restauri consentiranno però di tagliare di molto i lavori». Livio De Luca è direttore del laboratorio del Cnr francese che ha messo a punto per il ministero della Cultura “3d monument”, la mappa digitale dei monumenti nazionali. «Fatta con i rilevamenti tridimensionali laser che faciliteranno l’intervento sulla cattedrale»
Come?
«Le mappature hanno memorizzato ogni millimetro della struttura. E facendo gli stessi rilievi oggi si sa in poco tempo se ci sono danni strutturali: se le pietre sono deformate, se le volte reggono».
Quanto tempo si risparmia?
«Molto. E altrettanto se ne guadagna per il cantiere. Volendo rifare il tett…
IL TECNICO: “CON LE MAPPATURE LASER STIME E LAVORI PIU' VELOCI”
«Cinque anni per ricostruire Notre-Dame? Difficile dare un giudizio. Queste operazioni sono come la prognosi di un dottore. Sai quando guarirai solo dopo che hai fatto tutti gli esami. Le nuove tecnologie per i restauri consentiranno però di tagliare di molto i lavori». Livio De Luca è direttore del laboratorio del Cnr francese che ha messo a punto per il ministero della Cultura “3d monument”, la mappa digitale dei monumenti nazionali. «Fatta con i rilevamenti tridimensionali laser che faciliteranno l’intervento sulla cattedrale»
Come?
«Le mappature hanno memorizzato ogni millimetro della struttura. E facendo gli stessi rilievi oggi si sa in poco tempo se ci sono danni strutturali: se le pietre sono deformate, se le volte reggono».
Quanto tempo si risparmia?
«Molto. E altrettanto se ne guadagna per il cantiere. Volendo rifare il tetto come era prima, questi dati sono in grado di disegnare il progetto senza bisogno di documentazioni storiche».
Quindi è ottimista sui tempi?
«Sì. Anche perché la Francia ha creato un’area di scienze del patrimonio che fa parlare tra loro architetti, ingegneri e storici dell’arte».

LA DIRETTRICE: “CINQUE ANNI SONO POCHI MA DIPENDE DALLE RISORSE”
Enrica Pagella dirige i Musei Reali di Torino, in cui rientra la Cappella della Sindone, colpita da un grave incendio nell’aprile 1997.
Quanto tempo ci vorrà per restaurare Notre Dame?
«L’ipotesi di 5 anni fatta dal presidente Macron mi pare ottimistica: ma dipenderà dalle risorse e dalle competenze in campo».
E quanto si è lavorato per la cappella di Guarini?
«Più di 20 anni: l’abbiamo inaugurata dopo il recupero nel settembre 2018».
Perché c’è voluto così tanto tempo?
«Una parte è stata dedicata allo studio e al progetto di restauro, un’altra, che si sarebbe potuta comprimere, alle procedure di gara, che in Italia sono complesse».
C’è una similitudine tra le due situazioni?
«Entrambe le vicende si sono generate durante un cantiere, una situazione straordinaria e di grande fragilità, in cui si intrecciano i lavori di tante persone e che richiede un puntuale coordinamento della sicurezza».
E quali le differenze?
«Intanto Notre-Dame è due o tre volte più estesa della Cappella. Da noi poi la parte in legno era meno preponderante: le fiamme a Parigi si sono diffuse nelle coperture lignee, noi abbiamo una cupola fatta di pietre, che in compenso sono state cotte dal fuoco».

L'ARCHITETTA: “LA FENICE SALTO' 8 STAGIONI ANCHE PARIGI PUO' FARCELA”
Ha presieduto uno dei restauri più difficili: il Teatro La Fenice di Venezia, bruciato con dolo il 29 gennaio 1996. Restituito alla città e al mondo neppure otto anni dopo con il concerto inaugurale del maestro Riccardo Muti, 14 dicembre 2003.
Architetta Elisabetta Fabbri, alla luce della sua esperienza può dire se il restauro di Notre-Dame si farà in 5 o 15 anni?
«Parigi può farcela in un tempo simile al nostro, otto stagioni. Notre-Dame è più grande della Fenice, ma ha diversi vantaggi. Intorno, per dire, c’è lo spazio per posare il futuro cantiere. Noi ci inventammo gli uffici della ricostruzione nel quartiere vicino, le betoniere sulle chiatte in Laguna e organizzammo gli spostamenti in traghetto di duecento operai. Un’impresa».
Avete cambiato tre costruttori.
«L’intervento del Consiglio di Stato fermò un gigante come Impregilo. Ci ha tagliato le gambe, ma siamo ripartiti grazie a una struttura del commissario di prim’ordine».
Cosa serve per ricostruire un grande teatro, una grande chiesa?
«Decidere subito che cosa si conserva e che cosa è necessario buttare, avere idee chiare sul progetto finale, seguire passo passo i finanziamenti. Noi ipotizzammo un costo di 150 miliardi di lire e quello abbiamo speso».