Padre Dupuis, il suo caso non è chiuso
Enzo Bianchi, di ENZO BIANCHIUn libro-intervista ripropone il dramma del teologo che riteneva ci
fosse la salvezza nel dialogo fra religioni. Fu messo al bando e il volume esce
quindici anni dopo la sua morte, grazie al clima instaurato da papa Francesco
È paradossale quanta sofferenza si possa incontrare leggendo un libro per la cui pubblicazione ci si rallegra profondamente. Ed è paradossale che si debba mettere come titolo Il mio caso non è chiuso a un libro-intervista il cui protagonista è morto da quasi quindici anni. È sulla falsariga di questi due paradossi che vorrei articolare la mia riflessione sulla figura e il pensiero di un gesuita che ha fatto e sta facendo la storia non solo del dialogo tra il cristianesimo e le altre religioni, ma della possibilità e dell’annuncio cristiano in un mondo plurale.
Questione antica per la chiesa. Già nel IV secolo troviamo nella disputa sull’ammissione della pluralità dei culti una risposta emblematica di Simmaco, prefetto di Roma, un pagano, al vescovo Ambrogio di Milano: «Non si può giungere per una sola via al mistero così grande di Dio!». Parole rivelatrici di un interrogativo costantemente p…
Questione antica per la chiesa. Già nel IV secolo troviamo nella disputa sull’ammissione della pluralità dei culti una risposta emblematica di Simmaco, prefetto di Roma, un pagano, al vescovo Ambrogio di Milano: «Non si può giungere per una sola via al mistero così grande di Dio!». Parole rivelatrici di un interrogativo costantemente p…
È paradossale quanta sofferenza si possa incontrare leggendo un libro per la cui pubblicazione ci si rallegra profondamente. Ed è paradossale che si debba mettere come titolo Il mio caso non è chiuso a un libro-intervista il cui protagonista è morto da quasi quindici anni. È sulla falsariga di questi due paradossi che vorrei articolare la mia riflessione sulla figura e il pensiero di un gesuita che ha fatto e sta facendo la storia non solo del dialogo tra il cristianesimo e le altre religioni, ma della possibilità e dell’annuncio cristiano in un mondo plurale.
Questione antica per la chiesa. Già nel IV secolo troviamo nella disputa sull’ammissione della pluralità dei culti una risposta emblematica di Simmaco, prefetto di Roma, un pagano, al vescovo Ambrogio di Milano: «Non si può giungere per una sola via al mistero così grande di Dio!». Parole rivelatrici di un interrogativo costantemente percepito dai credenti di fronte al pluralismo religioso da sempre evidente nelle diverse culture. I padri della chiesa antica, alla luce della salvezza portata da Cristo a tutta l’umanità, sono giunti ad affermare la presenza di «raggi di verità, semi del verbo (parola di Dio), germogli dello Spirito santo» anche fuori del cristianesimo. Ma è stato il Concilio Vaticano II a inaugurare una teologia delle religioni e a intravedere la possibilità della salvezza in Cristo, anche per chi non ha conosciuto la rivelazione cristiana. Tra i teologi che hanno intrapreso questa ricerca – vorrei ricordare almeno il domenicano Claude Geffré – Jacques Dupuis è stato il più coraggioso e visionario.
Non è qui possibile tracciare il conflitto tra la sua ricerca e il magistero cattolico, ma l’accusa individuava nelle opere di Dupuis il relativismo teologico, la non chiara confessione dell’unicità della salvezza in Cristo, il ritenere anche le altre religioni “vie di salvezza”. Gesuita belga, docente di cristologia all’Università Gregoriana dopo esserlo stato per trentasei anni in India, Jacques Dupuis nel 1997 pubblica Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso. Questa si rivelerà per lui un calvario, un cammino di passione, costellato di umiliazioni, e ingiustizie. Solo ora la pubblicazione delle Conversazioni con Jacques Dupuis di Gerard O’Connell ci consentono di allargare lo sguardo dalla penosa disputa alla vita e al pensiero di padre Dupuis attraverso le sue stesse parole, cogliendo i fondamenti della sua ricerca teologica: la sua passione per la figura di Cristo, l’amore per la chiesa e il desiderio di riconoscere i semi dell’annuncio cristiano presenti anche nelle altre culture e religioni. È un percorso accidentato, costellato di sofferenza, di amarezza ma anche di profonda speranza.
Questa pubblicazione è un tassello fondamentale per l’affermazione della verità storica su eventi tristi ma portatori di un messaggio che “non è chiuso”. Ho seguito da vicino la vicenda dolorosa di padre Dupuis, divenuta per alcuni ostracismo verso la sua persona. Sono stato il primo a recensire – su Avvenire – quel testo redatto «non solo con competenza, ma anche con estrema lucidità e con raro equilibrio». Opinione, la mia, non condivisa da molti, come è ovvio che sia. In particolare non condivisa – o meglio, non condivise le posizioni del teologo – da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede che avvia subito, in modo non trasparente né rispettoso dei diritti e della dignità dell’autore, un procedimento accusando l’opera di «gravi errori e ambiguità dottrinali», privando l’autore dell’insegnamento e isolandolo dal consesso accademico.
L’intervista raccolta con passione da Gerard O’Connell era stata rivista con l’autore poco prima della sua morte, ma hanno dovuto attendere per la pubblicazione che il clima ecclesiale mutasse grazie al pontificato di Francesco, non solo primo papa gesuita, ma anche pastore attento alle nuove frontiere dell’annuncio evangelico. È il percorso doloroso di un uomo, un cristiano, un teologo ferito mortalmente in quello che aveva di più caro: la passione per il Signore e per la chiesa e il desiderio di rendere la salvezza universale portata da Cristo comprensibile anche da chi non ha mai incontrato l’annuncio cristiano.
Ho potuto incontrare padre Dupuis, ascoltare nella sua voce lo smarrimento per quello che lui considerava un tradimento operato da alcuni confratelli, leggere nei suoi occhi la tristezza per un’ostilità e un’incomprensione che non riguardava tanto un’opzione teologica ma la sua persona.
Ritrovo questi sentimenti nel volume, così come il lettore trova documenti riservati, lettere di amici e veline di oppositori, verbali secretati e messaggi mai trasmessi, parole di fuoco e silenzi brucianti; troviamo nomi e cognomi di persone di spicco della teologia e della gerarchia cattolica, alcuni ormai scomparsi, altri emarginati anche per aver difeso padre Dupuis, altri ancora premiati forse proprio per averlo osteggiato. Ma non si trova astio né polemica in queste pagine: solo tanta amarezza, l’amarezza di un cristiano che si ritrova considerato nemico di quella fede per cui ha speso la vita.
Ma troviamo anche la luminosa apertura su un futuro infinitamente più grande delle meschinità di chi ha voluto mortificare una mente lucida e libera. A più riprese padre Jacques Dupuis cerca conforto nella vicenda di altri teologi che erano stati considerati pericolosi e perciò vessati – padre Yves Congar su tutti – ma deve constatare amaramente: «Io non ho avuto un Giovanni XXIII che mettesse fine al procedimento contro di me; penso che non avrà mai fine». Sì, il procedimento contro padre Dupuis si è a malapena fermato con la sua morte, eppure «il suo caso non è chiuso», perché non si può chiudere la corsa della parola di Dio nella storia, non si può imprigionare la buona notizia della salvezza nelle gabbie di una teologia dell’inimicizia, e di una cattiva comunicazione non si può soffocare lo Spirito che soffia dove vuole e che diffonde i suoi semi di vita e di verità anche là dove noi non vorremmo che arrivassero.
Questione antica per la chiesa. Già nel IV secolo troviamo nella disputa sull’ammissione della pluralità dei culti una risposta emblematica di Simmaco, prefetto di Roma, un pagano, al vescovo Ambrogio di Milano: «Non si può giungere per una sola via al mistero così grande di Dio!». Parole rivelatrici di un interrogativo costantemente percepito dai credenti di fronte al pluralismo religioso da sempre evidente nelle diverse culture. I padri della chiesa antica, alla luce della salvezza portata da Cristo a tutta l’umanità, sono giunti ad affermare la presenza di «raggi di verità, semi del verbo (parola di Dio), germogli dello Spirito santo» anche fuori del cristianesimo. Ma è stato il Concilio Vaticano II a inaugurare una teologia delle religioni e a intravedere la possibilità della salvezza in Cristo, anche per chi non ha conosciuto la rivelazione cristiana. Tra i teologi che hanno intrapreso questa ricerca – vorrei ricordare almeno il domenicano Claude Geffré – Jacques Dupuis è stato il più coraggioso e visionario.
Non è qui possibile tracciare il conflitto tra la sua ricerca e il magistero cattolico, ma l’accusa individuava nelle opere di Dupuis il relativismo teologico, la non chiara confessione dell’unicità della salvezza in Cristo, il ritenere anche le altre religioni “vie di salvezza”. Gesuita belga, docente di cristologia all’Università Gregoriana dopo esserlo stato per trentasei anni in India, Jacques Dupuis nel 1997 pubblica Verso una teologia cristiana del pluralismo religioso. Questa si rivelerà per lui un calvario, un cammino di passione, costellato di umiliazioni, e ingiustizie. Solo ora la pubblicazione delle Conversazioni con Jacques Dupuis di Gerard O’Connell ci consentono di allargare lo sguardo dalla penosa disputa alla vita e al pensiero di padre Dupuis attraverso le sue stesse parole, cogliendo i fondamenti della sua ricerca teologica: la sua passione per la figura di Cristo, l’amore per la chiesa e il desiderio di riconoscere i semi dell’annuncio cristiano presenti anche nelle altre culture e religioni. È un percorso accidentato, costellato di sofferenza, di amarezza ma anche di profonda speranza.
Questa pubblicazione è un tassello fondamentale per l’affermazione della verità storica su eventi tristi ma portatori di un messaggio che “non è chiuso”. Ho seguito da vicino la vicenda dolorosa di padre Dupuis, divenuta per alcuni ostracismo verso la sua persona. Sono stato il primo a recensire – su Avvenire – quel testo redatto «non solo con competenza, ma anche con estrema lucidità e con raro equilibrio». Opinione, la mia, non condivisa da molti, come è ovvio che sia. In particolare non condivisa – o meglio, non condivise le posizioni del teologo – da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede che avvia subito, in modo non trasparente né rispettoso dei diritti e della dignità dell’autore, un procedimento accusando l’opera di «gravi errori e ambiguità dottrinali», privando l’autore dell’insegnamento e isolandolo dal consesso accademico.
L’intervista raccolta con passione da Gerard O’Connell era stata rivista con l’autore poco prima della sua morte, ma hanno dovuto attendere per la pubblicazione che il clima ecclesiale mutasse grazie al pontificato di Francesco, non solo primo papa gesuita, ma anche pastore attento alle nuove frontiere dell’annuncio evangelico. È il percorso doloroso di un uomo, un cristiano, un teologo ferito mortalmente in quello che aveva di più caro: la passione per il Signore e per la chiesa e il desiderio di rendere la salvezza universale portata da Cristo comprensibile anche da chi non ha mai incontrato l’annuncio cristiano.
Ho potuto incontrare padre Dupuis, ascoltare nella sua voce lo smarrimento per quello che lui considerava un tradimento operato da alcuni confratelli, leggere nei suoi occhi la tristezza per un’ostilità e un’incomprensione che non riguardava tanto un’opzione teologica ma la sua persona.
Ritrovo questi sentimenti nel volume, così come il lettore trova documenti riservati, lettere di amici e veline di oppositori, verbali secretati e messaggi mai trasmessi, parole di fuoco e silenzi brucianti; troviamo nomi e cognomi di persone di spicco della teologia e della gerarchia cattolica, alcuni ormai scomparsi, altri emarginati anche per aver difeso padre Dupuis, altri ancora premiati forse proprio per averlo osteggiato. Ma non si trova astio né polemica in queste pagine: solo tanta amarezza, l’amarezza di un cristiano che si ritrova considerato nemico di quella fede per cui ha speso la vita.
Ma troviamo anche la luminosa apertura su un futuro infinitamente più grande delle meschinità di chi ha voluto mortificare una mente lucida e libera. A più riprese padre Jacques Dupuis cerca conforto nella vicenda di altri teologi che erano stati considerati pericolosi e perciò vessati – padre Yves Congar su tutti – ma deve constatare amaramente: «Io non ho avuto un Giovanni XXIII che mettesse fine al procedimento contro di me; penso che non avrà mai fine». Sì, il procedimento contro padre Dupuis si è a malapena fermato con la sua morte, eppure «il suo caso non è chiuso», perché non si può chiudere la corsa della parola di Dio nella storia, non si può imprigionare la buona notizia della salvezza nelle gabbie di una teologia dell’inimicizia, e di una cattiva comunicazione non si può soffocare lo Spirito che soffia dove vuole e che diffonde i suoi semi di vita e di verità anche là dove noi non vorremmo che arrivassero.