La 'ndrangheta al Nord ha un nemico, Alessandra Dolci
Gloria Riva , di GLORIA RIVA. Foto di Giovanni Hänninen per DLa responsabile dell’Antimafia a Milano, ci spiega come agisce e come cambia. E perché bisogna combattere anche una battaglia sociale e culturale. A partire dai più giovani
"Quando lei dice che una delle regole della 'ndrangheta è non esprimere giudizi sulle donne, intende in generale o nei confronti di madri, spose, sorelle appartenenti all'organizzazione?". "Se sono parenti di affiliati è una gravissima mostruosità, lì si muore per un apprezzamento. Perché l'onore te lo porta la mamma, la sorella, la moglie. Nella 'ndrangheta la donna è una cosa morbosa. Per le proprie donne si spara. Le donne devono avere una condotta integerrima. E se un affiliato commette un errore che riguarda una donna, allora deve essere giudicato".
È la trascrizione di un interrogatorio tra un magistrato milanese e un membro della 'ndrangheta, la mafia calabrese. La più radicata al nord. Risale a circa otto anni fa, ma per come è cristallizzato il sistema sociale e gerarchico di questa organizzazione criminale potrebbe essersi svolto cent'anni fa o ieri.
Paradossalmente l…
È la trascrizione di un interrogatorio tra un magistrato milanese e un membro della 'ndrangheta, la mafia calabrese. La più radicata al nord. Risale a circa otto anni fa, ma per come è cristallizzato il sistema sociale e gerarchico di questa organizzazione criminale potrebbe essersi svolto cent'anni fa o ieri.
Paradossalmente l…
"Quando lei dice che una delle regole della 'ndrangheta è non esprimere giudizi sulle donne, intende in generale o nei confronti di madri, spose, sorelle appartenenti all'organizzazione?". "Se sono parenti di affiliati è una gravissima mostruosità, lì si muore per un apprezzamento. Perché l'onore te lo porta la mamma, la sorella, la moglie. Nella 'ndrangheta la donna è una cosa morbosa. Per le proprie donne si spara. Le donne devono avere una condotta integerrima. E se un affiliato commette un errore che riguarda una donna, allora deve essere giudicato".
È la trascrizione di un interrogatorio tra un magistrato milanese e un membro della 'ndrangheta, la mafia calabrese. La più radicata al nord. Risale a circa otto anni fa, ma per come è cristallizzato il sistema sociale e gerarchico di questa organizzazione criminale potrebbe essersi svolto cent'anni fa o ieri.
Paradossalmente la 'ndrangheta, che è contro le leggi dello Stato, "è un insieme di precetti e di immutabili e rigidissime regole". Non fosse per la toga nera e la scorta che l'accompagna sempre, Alessandra Dolci potrebbe essere scambiata per un'antropologa culturale, tanto approfondita è la sua conoscenza della mafia calabrese: "Le donne sono una figura cardine. Godono di altissima considerazione per tre ragioni: istigano alla vendetta, insegnano le regole della 'ndrangheta ai figli e sigillano i legami di sangue con matrimoni combinati. Sì, i matrimoni combinati nel 2019 sono ancora una realtà diffusa". Da un anno e mezzo Alessandra Dolci è capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, coordina tutte le grandi inchieste, ruolo che nei precedenti otto anni era di un'altra donna, Ilda Boccassini. Donne che studiano altre donne: "Nonostante siano tenute in grande considerazione, quasi venerate, nella 'ndrangheta le donne non possono essere affiliate, perché considerate esseri irrazionali, pettegole".
Dolci si divide fra le aule del Tribunale di Milano e gli auditorium di provincia, le scuole, i teatri parrocchiali. Sceglie i territori fortemente toccati dalla malavita organizzata e riempie le sale: "Partecipo a molti incontri. Ci vado perché dobbiamo mostrare la nostra faccia, dimostrare che la direzione distrettuale antimafia esiste, che è un'entità tangibile, concreta, disponibile. La gente deve conoscerci: questo è il primo passo per conquistare la fiducia. Abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti per vincere questa guerra".
E racconta che qualche settimana fa, nelle aule del Tribunale di Como, si sono svolte le udienze di un processo per associazione mafiosa, estorsione, lesioni aggravate a carico di nove persone. I testimoni chiave, però, sono rimasti in silenzio, o hanno ritrattato tutto. Erano spaventati: "L'aula era gremita dei parenti degli inquisiti, mentre a sostenere i cittadini che hanno sporto denuncia non c'era nessuno. Dov'è la comunità? Perché non si precipita in quell'aula per prendere posizione contro la mafia, per sostenere chi è vittima di atti intimidatori? Non deve passare il messaggio che se denunci, o prendi posizione contro la mafia, rimani solo". Ma è quello che sta succedendo. Così Dolci sale sul palco dei palazzetti del nord Italia e racconta. Nonostante si definisca milanese nel cuore, conserva l'accento cremonese, che le dà un tocco di concretezza, un'aria di radicata e solida gente di provincia. "Sono nata a Cremona, ho studiato giurisprudenza a Pavia. Ho scelto di entrare in Magistratura perché non c'è cosa più bella che rendere giustizia a chi ha subito un torto. È motivo di grande soddisfazione poter guardare negli occhi una vittima e dirle: ecco, giustizia è stata fatta".
Ha un piglio giovanile e scherza sull'età: "Dopo l'asilo sono passata subito in Magistratura, nel 1986". Il primo incarico è a Monza, dove agli inizi degli anni 90 lavora con il magistrato che dopo un lungo periodo di malattia ci ha lasciato, Walter Mapelli, amato e apprezzato. Insieme lavorano alla Tangentopoli della Brianza, conducendo alcune delle inchieste più delicate di quegli anni e svelando tangenti, frodi intracomunitarie, usura, estorsioni, omicidi, alcuni di criminalità organizzata, traffico di armi. Poi approda alla Direzione distrettuale antimafia di Milano: "La 'ndrangheta ha subito una mutazione genetica dagli anni 70 a oggi. Le inchieste di quegli anni, tipo Wall Street e Nord-Sud, avevano messo in luce i grandi crimini, come i sequestri di persona, le estorsioni, il traffico di stupefacenti. Adesso i reati sono di tipo economico e finanziario, come la bancarotta, la falsa fatturazione, l'appropriazione indebita, l'evasione fiscale. Hanno cambiato ramo d'attività. È tipico della 'ndrangheta sapersi adattare al sistema che trova e, grazie a questa capacità, è riuscita ad attecchire nel Nord Europa, in Canada e Australia, pur mantenendo in Calabria un controllo fortissimo dell'intera struttura".
Lo si è scoperto di recente che la 'ndrangheta è una e opera come se fosse un'azienda multinazionale, con un solo vertice, un unico organo decisionale e una base flessibile. È stata una scoperta importante, frutto della doppia operazione Crimine-Infinito, condotta da Dolci nel 2010 a Milano e a Reggio Calabria, che ha portato all'arresto di circa 180 indagati in Lombardia e 156 in Calabria. È considerata un punto di svolta nella conoscenza della struttura e delle articolazioni fuori dalla Calabria: "Per la prima volta abbiamo accertato in maniera inequivocabile l'unitarietà della 'ndrangheta, pur nella sostanziale autonomia delle singole articolazioni territoriali, in un modernissimo e difficile equilibrio tra centralismo delle regole e dei rituali e decentramento delle ordinarie attività illecite. Il termine 'ndrangheta è stato introdotto nell'articolo 416 bis solo nel 2010 e fino ad allora compariva solo in due massime della Cassazione. Con Crimine-Infinito siamo riusciti a provare che la 'ndrangheta non è un insieme di 'ndrine tra loro scollegate, ma che è unitaria e che molte decisioni che riguardavano la Lombardia venivano prese in Calabria".
Restano però molte differenze, perché se a Catanzaro e Reggio Calabria il controllo delle famiglie mafiose è palpabile, al nord si mimetizza, perché "qui sono alla ricerca del consenso sociale", racconta la pm. Nell'operazione Cerberus, che a partire dal 2008 ha riportato in primo piano l'infiltrazione della 'ndrangheta nella zona sud-ovest di Milano, Dolci ha interrogato gli imprenditori edili locali, ha chiesto perché avessero scelto di subappaltare lavori nei cantieri ad aziende calabresi, che sapevano essere inserite nel contesto malavitoso: "Erano infastiditi dalla mia domanda. E la risposta tipica era: "Perché non avrei dovuto farlo? Lavorano a metà costo rispetto alla concorrenza, i cantieri sono sicuri e consegnano nei tempi prestabiliti".
Trascurando che queste aziende pagavano in nero i dipendenti, eludevano il fisco, non pagavano i contributi previdenziali e smaltivano illecitamente i rifiuti utilizzandoli per gli interramenti e inquinando così un'area residenziale di Buccinasco. Credo che i costi della bonifica se li sia accollati il Comune". Come diceva il sociologo Diego Gambetta in una pubblicazione per la Harvard University del 1993, The Sicilian Mafia: "Le mafie sono un'impresa che offre e commercializza la protezione privata".
E nell'edilizia la protezione non è solo la sicurezza del cantiere, ma anche la certezza di operare in regime di monopolio. Dunque, la mafia è utile "e non è più quella del 1994, dei Fiori della Notte di San Vito, di Nord-Sud, o Wall Street che faceva paura. Dove gli arrestati erano accusati di sparatorie e omicidi, spaccio, estorsione, rapine e molti di loro hanno preso l'ergastolo, il carcere a vita. Ora, invece, svolgono attività d'impresa: fanno rete con il mondo degli imprenditori, con i politici, con i rappresentanti delle istituzioni, creando quello che ormai è comunemente chiamato il capitale sociale delle mafie . L'obiettivo è acquisire consenso, offrire lavoro, far girare i soldi. Un conto è essere processato per fatture fittizie che comporta una pena lieve, un altro è finire in galera per estorsione o rapina a mano armata. Un conto è affrontare un processo per traffico di rifiuti rischiando una pena da 1 a 6 anni di reclusione, un altro è rischiare 20 anni per traffico di stupefacenti".
Così succede che la 'ndrangheta, tutto sommato, non fa più paura. A Brescello, il paese romagnolo di Don Camillo e Peppone, il Comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose e l'associazione Cortocircuito, fondata da studenti, ha condotto una videoinchiesta per sapere cosa ne pensasse la gente del posto della mafia e dei mafiosi: "Dicono che quella è una mafia buona e gentile. Che sono brave persone", che nel 2001 il boss Grande Aracri aveva regalato sacchi di sabbia al Comune per la ricostruzione senza chiedere nulla in cambio. "Ma la mafia è la mafia, non esiste una mafia buona".
E allora serve l'Antimafia, che conduce da decenni una guerra, fatta di battaglie, alcune vinte, altre perse, che ancora non vede una fine: "In Lombardia ci sono 20 locali della 'ndrangheta e 500 uomini. I locali li abbiamo individuati tutti, ma mancano all'appello metà di quelle persone. E più si avanza, più le investigazioni diventano difficili per l'accortezza degli indagati che fanno le bonifiche delle auto, dei luoghi di ritrovo, comunicano con messaggistica criptata. E poi le comunicazioni, le cosiddette ambasciate, sono trasmesse a voce da e per la Calabria, con corrieri che vanno su e giù". Ovviamente, da soli i 9 sostituti procuratori della Dda meneghina possono fare poco. "Quando siamo chiamati a fare delle scelte, bisogna sempre ispirarsi a un senso etico. A Rescaldina c'era un locale gestito da calabresi condannati per 416 bis, che è stato poi confiscato e affidato a una cooperativa sociale. Il senso etico direbbe che la gente dovrebbe privilegiare quel luogo, invece il ristorante La Tela ha chiuso perché non si riuscivano a coprire i costi".
E allora Dolci parte dagli incontri con gli studenti delle scuole: "È una mia scelta trascorrere del tempo con i bambini: sono convinta che è da lì che dobbiamo ripartire. Bisogna offrire ai più giovani stimoli giusti e buoni esempi, ideali e passioni". Racconta Dolci che una volta, a un incontro nella scuola elementare di Gessate, alcuni bambini le hanno chiesto se avesse mai dovuto mettere le manette a uno dei suoi. "Ho risposto che una delle peggiori giornate della mia vita era stata quando ho dovuto arrestare un collega. Ma la loro curiosità è andata oltre e mi hanno chiesto cosa avesse fatto quella persona. La domanda mi ha preso in contropiede e, non so come, ma ho risposto: "Era passato al lato oscuro della forza", insomma, mi sono rifatta a Guerre stellari. Finito l'incontro, stavo raccogliendo le mie cose, quando sento qualcuno che mi tira la giacca. Un gruppo di bambini mi dice: "Dottoressa, sappia che noi non passeremo mai al lato oscuro della forza". Mi sono emozionata. Certo, crescendo le cose cambiano, ma credo sia un nostro dovere fare il possibile perché le nuove generazioni crescano con senso di responsabilità e spirito di solidarietà, che abbiano a cuore il bene comune. È nostro dovere provarci, almeno".
Questo articolo è la coverstory di D in edicola con Repubblica sabato 27 aprile
È la trascrizione di un interrogatorio tra un magistrato milanese e un membro della 'ndrangheta, la mafia calabrese. La più radicata al nord. Risale a circa otto anni fa, ma per come è cristallizzato il sistema sociale e gerarchico di questa organizzazione criminale potrebbe essersi svolto cent'anni fa o ieri.
Paradossalmente la 'ndrangheta, che è contro le leggi dello Stato, "è un insieme di precetti e di immutabili e rigidissime regole". Non fosse per la toga nera e la scorta che l'accompagna sempre, Alessandra Dolci potrebbe essere scambiata per un'antropologa culturale, tanto approfondita è la sua conoscenza della mafia calabrese: "Le donne sono una figura cardine. Godono di altissima considerazione per tre ragioni: istigano alla vendetta, insegnano le regole della 'ndrangheta ai figli e sigillano i legami di sangue con matrimoni combinati. Sì, i matrimoni combinati nel 2019 sono ancora una realtà diffusa". Da un anno e mezzo Alessandra Dolci è capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, coordina tutte le grandi inchieste, ruolo che nei precedenti otto anni era di un'altra donna, Ilda Boccassini. Donne che studiano altre donne: "Nonostante siano tenute in grande considerazione, quasi venerate, nella 'ndrangheta le donne non possono essere affiliate, perché considerate esseri irrazionali, pettegole".
Dolci si divide fra le aule del Tribunale di Milano e gli auditorium di provincia, le scuole, i teatri parrocchiali. Sceglie i territori fortemente toccati dalla malavita organizzata e riempie le sale: "Partecipo a molti incontri. Ci vado perché dobbiamo mostrare la nostra faccia, dimostrare che la direzione distrettuale antimafia esiste, che è un'entità tangibile, concreta, disponibile. La gente deve conoscerci: questo è il primo passo per conquistare la fiducia. Abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti per vincere questa guerra".
E racconta che qualche settimana fa, nelle aule del Tribunale di Como, si sono svolte le udienze di un processo per associazione mafiosa, estorsione, lesioni aggravate a carico di nove persone. I testimoni chiave, però, sono rimasti in silenzio, o hanno ritrattato tutto. Erano spaventati: "L'aula era gremita dei parenti degli inquisiti, mentre a sostenere i cittadini che hanno sporto denuncia non c'era nessuno. Dov'è la comunità? Perché non si precipita in quell'aula per prendere posizione contro la mafia, per sostenere chi è vittima di atti intimidatori? Non deve passare il messaggio che se denunci, o prendi posizione contro la mafia, rimani solo". Ma è quello che sta succedendo. Così Dolci sale sul palco dei palazzetti del nord Italia e racconta. Nonostante si definisca milanese nel cuore, conserva l'accento cremonese, che le dà un tocco di concretezza, un'aria di radicata e solida gente di provincia. "Sono nata a Cremona, ho studiato giurisprudenza a Pavia. Ho scelto di entrare in Magistratura perché non c'è cosa più bella che rendere giustizia a chi ha subito un torto. È motivo di grande soddisfazione poter guardare negli occhi una vittima e dirle: ecco, giustizia è stata fatta".
È tipico della 'ndrangheta sapersi adattare al sistema che trova e, grazie a questa capacità, è riuscita ad attecchire nel Nord Europa, in Canada e Australia, pur mantenendo in Calabria un controllo fortissimo dell'intera struttura
Ha un piglio giovanile e scherza sull'età: "Dopo l'asilo sono passata subito in Magistratura, nel 1986". Il primo incarico è a Monza, dove agli inizi degli anni 90 lavora con il magistrato che dopo un lungo periodo di malattia ci ha lasciato, Walter Mapelli, amato e apprezzato. Insieme lavorano alla Tangentopoli della Brianza, conducendo alcune delle inchieste più delicate di quegli anni e svelando tangenti, frodi intracomunitarie, usura, estorsioni, omicidi, alcuni di criminalità organizzata, traffico di armi. Poi approda alla Direzione distrettuale antimafia di Milano: "La 'ndrangheta ha subito una mutazione genetica dagli anni 70 a oggi. Le inchieste di quegli anni, tipo Wall Street e Nord-Sud, avevano messo in luce i grandi crimini, come i sequestri di persona, le estorsioni, il traffico di stupefacenti. Adesso i reati sono di tipo economico e finanziario, come la bancarotta, la falsa fatturazione, l'appropriazione indebita, l'evasione fiscale. Hanno cambiato ramo d'attività. È tipico della 'ndrangheta sapersi adattare al sistema che trova e, grazie a questa capacità, è riuscita ad attecchire nel Nord Europa, in Canada e Australia, pur mantenendo in Calabria un controllo fortissimo dell'intera struttura".
Lo si è scoperto di recente che la 'ndrangheta è una e opera come se fosse un'azienda multinazionale, con un solo vertice, un unico organo decisionale e una base flessibile. È stata una scoperta importante, frutto della doppia operazione Crimine-Infinito, condotta da Dolci nel 2010 a Milano e a Reggio Calabria, che ha portato all'arresto di circa 180 indagati in Lombardia e 156 in Calabria. È considerata un punto di svolta nella conoscenza della struttura e delle articolazioni fuori dalla Calabria: "Per la prima volta abbiamo accertato in maniera inequivocabile l'unitarietà della 'ndrangheta, pur nella sostanziale autonomia delle singole articolazioni territoriali, in un modernissimo e difficile equilibrio tra centralismo delle regole e dei rituali e decentramento delle ordinarie attività illecite. Il termine 'ndrangheta è stato introdotto nell'articolo 416 bis solo nel 2010 e fino ad allora compariva solo in due massime della Cassazione. Con Crimine-Infinito siamo riusciti a provare che la 'ndrangheta non è un insieme di 'ndrine tra loro scollegate, ma che è unitaria e che molte decisioni che riguardavano la Lombardia venivano prese in Calabria".
Restano però molte differenze, perché se a Catanzaro e Reggio Calabria il controllo delle famiglie mafiose è palpabile, al nord si mimetizza, perché "qui sono alla ricerca del consenso sociale", racconta la pm. Nell'operazione Cerberus, che a partire dal 2008 ha riportato in primo piano l'infiltrazione della 'ndrangheta nella zona sud-ovest di Milano, Dolci ha interrogato gli imprenditori edili locali, ha chiesto perché avessero scelto di subappaltare lavori nei cantieri ad aziende calabresi, che sapevano essere inserite nel contesto malavitoso: "Erano infastiditi dalla mia domanda. E la risposta tipica era: "Perché non avrei dovuto farlo? Lavorano a metà costo rispetto alla concorrenza, i cantieri sono sicuri e consegnano nei tempi prestabiliti".
Trascurando che queste aziende pagavano in nero i dipendenti, eludevano il fisco, non pagavano i contributi previdenziali e smaltivano illecitamente i rifiuti utilizzandoli per gli interramenti e inquinando così un'area residenziale di Buccinasco. Credo che i costi della bonifica se li sia accollati il Comune". Come diceva il sociologo Diego Gambetta in una pubblicazione per la Harvard University del 1993, The Sicilian Mafia: "Le mafie sono un'impresa che offre e commercializza la protezione privata".
E nell'edilizia la protezione non è solo la sicurezza del cantiere, ma anche la certezza di operare in regime di monopolio. Dunque, la mafia è utile "e non è più quella del 1994, dei Fiori della Notte di San Vito, di Nord-Sud, o Wall Street che faceva paura. Dove gli arrestati erano accusati di sparatorie e omicidi, spaccio, estorsione, rapine e molti di loro hanno preso l'ergastolo, il carcere a vita. Ora, invece, svolgono attività d'impresa: fanno rete con il mondo degli imprenditori, con i politici, con i rappresentanti delle istituzioni, creando quello che ormai è comunemente chiamato il capitale sociale delle mafie . L'obiettivo è acquisire consenso, offrire lavoro, far girare i soldi. Un conto è essere processato per fatture fittizie che comporta una pena lieve, un altro è finire in galera per estorsione o rapina a mano armata. Un conto è affrontare un processo per traffico di rifiuti rischiando una pena da 1 a 6 anni di reclusione, un altro è rischiare 20 anni per traffico di stupefacenti".
Così succede che la 'ndrangheta, tutto sommato, non fa più paura. A Brescello, il paese romagnolo di Don Camillo e Peppone, il Comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose e l'associazione Cortocircuito, fondata da studenti, ha condotto una videoinchiesta per sapere cosa ne pensasse la gente del posto della mafia e dei mafiosi: "Dicono che quella è una mafia buona e gentile. Che sono brave persone", che nel 2001 il boss Grande Aracri aveva regalato sacchi di sabbia al Comune per la ricostruzione senza chiedere nulla in cambio. "Ma la mafia è la mafia, non esiste una mafia buona".
E allora serve l'Antimafia, che conduce da decenni una guerra, fatta di battaglie, alcune vinte, altre perse, che ancora non vede una fine: "In Lombardia ci sono 20 locali della 'ndrangheta e 500 uomini. I locali li abbiamo individuati tutti, ma mancano all'appello metà di quelle persone. E più si avanza, più le investigazioni diventano difficili per l'accortezza degli indagati che fanno le bonifiche delle auto, dei luoghi di ritrovo, comunicano con messaggistica criptata. E poi le comunicazioni, le cosiddette ambasciate, sono trasmesse a voce da e per la Calabria, con corrieri che vanno su e giù". Ovviamente, da soli i 9 sostituti procuratori della Dda meneghina possono fare poco. "Quando siamo chiamati a fare delle scelte, bisogna sempre ispirarsi a un senso etico. A Rescaldina c'era un locale gestito da calabresi condannati per 416 bis, che è stato poi confiscato e affidato a una cooperativa sociale. Il senso etico direbbe che la gente dovrebbe privilegiare quel luogo, invece il ristorante La Tela ha chiuso perché non si riuscivano a coprire i costi".
Dicono che quella è una mafia buona e gentile. Che sono brave persone. Ma la mafia è la mafia, non esiste una mafia buona
E allora Dolci parte dagli incontri con gli studenti delle scuole: "È una mia scelta trascorrere del tempo con i bambini: sono convinta che è da lì che dobbiamo ripartire. Bisogna offrire ai più giovani stimoli giusti e buoni esempi, ideali e passioni". Racconta Dolci che una volta, a un incontro nella scuola elementare di Gessate, alcuni bambini le hanno chiesto se avesse mai dovuto mettere le manette a uno dei suoi. "Ho risposto che una delle peggiori giornate della mia vita era stata quando ho dovuto arrestare un collega. Ma la loro curiosità è andata oltre e mi hanno chiesto cosa avesse fatto quella persona. La domanda mi ha preso in contropiede e, non so come, ma ho risposto: "Era passato al lato oscuro della forza", insomma, mi sono rifatta a Guerre stellari. Finito l'incontro, stavo raccogliendo le mie cose, quando sento qualcuno che mi tira la giacca. Un gruppo di bambini mi dice: "Dottoressa, sappia che noi non passeremo mai al lato oscuro della forza". Mi sono emozionata. Certo, crescendo le cose cambiano, ma credo sia un nostro dovere fare il possibile perché le nuove generazioni crescano con senso di responsabilità e spirito di solidarietà, che abbiano a cuore il bene comune. È nostro dovere provarci, almeno".
Questo articolo è la coverstory di D in edicola con Repubblica sabato 27 aprile