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(ansa)

Regeni, il gelo della famiglia che dal Cairo non ha riavuto neanche i vestiti di Giulio

Il fallimento finale della strategia degli incontri bilaterali. Amnesty International: "Serva una azione internazionale". Luigi Manconi: "L'Italia ha scelto gli affari"
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Se la geografia dei luoghi può essere una metafora, mai come in queste ore il Governo e la famiglia Regeni appaiono così lontani. Le parole e gli argomenti che da Pechino il Presidente del Consiglio sceglie di spendere per dare un seguito politico e istituzionale alla lettera aperta di Paola Deffendi e Claudio Regeni hanno come risposta il loro silenzio. Che, come ci hanno insegnato questi tre anni, è stato sempre neutro nella forma, ma mai nella sostanza. E che, in qualche modo, ammesso ce ne fosse bisogno, indica come la vicenda sia arrivata a un passaggio cruciale in cui il tempo dei salamelecchi sia davvero finito. E, soprattutto, quello delle furbizie, dei tartufismi diplomatici.

A maggior ragione quando, a conferenza stampa conclusa a Pechino, dopo che Conte aveva sottolineato come l'omicidio di Giulio fosse stato "uno degli argomenti più importanti di cui si è parlato nell'incontro con il Presidente Al Sisi", arriva il ragge…
Se la geografia dei luoghi può essere una metafora, mai come in queste ore il Governo e la famiglia Regeni appaiono così lontani. Le parole e gli argomenti che da Pechino il Presidente del Consiglio sceglie di spendere per dare un seguito politico e istituzionale alla lettera aperta di Paola Deffendi e Claudio Regeni hanno come risposta il loro silenzio. Che, come ci hanno insegnato questi tre anni, è stato sempre neutro nella forma, ma mai nella sostanza. E che, in qualche modo, ammesso ce ne fosse bisogno, indica come la vicenda sia arrivata a un passaggio cruciale in cui il tempo dei salamelecchi sia davvero finito. E, soprattutto, quello delle furbizie, dei tartufismi diplomatici.

A maggior ragione quando, a conferenza stampa conclusa a Pechino, dopo che Conte aveva sottolineato come l'omicidio di Giulio fosse stato "uno degli argomenti più importanti di cui si è parlato nell'incontro con il Presidente Al Sisi", arriva il raggelante e rivelatore comunicato ufficiale della Presidenza egiziana che di quel bilaterale racconta tutt'altro canovaccio. È soltanto infatti al terzo capoverso del testo con cui l'ambasciatore Bassam Radi, portavoce di Al Sisi, dà conto dell'incontro con Conte, che si legge come la riunione abbia riguardato "un certo numero di dossier relativi ai rapporti bilaterali fra i due Paesi e gli ultimi sviluppi dell'inchiesta sul caso dello studente italiano Regeni". Vicenda, rispetto alla quale, sfidando la decenza, Al Sisi fa sapere di "aver sottolineato il proprio totale sostegno alla cooperazione fra le istituzioni competenti egiziane e italiane per svelare le circostanze del caso, identificare gli autori e assicurarli alla Giustizia".

Non è dato sapere se Conte abbia ricordato ad Al Sisi che sono esattamente cinque mesi, centocinquantacinque giorni, che la Procura Generale del Cairo ha interrotto qualsiasi comunicazione ufficiale o anche solo ufficiosa con la Procura di Roma. E che l'eutanasia della cooperazione è stata la risposta del Regime all'iscrizione al registro degli indagati della Procura di cinque funzionari dell'Intelligence egiziana: il generale Sabir Tareq, i colonnelli Usham Helmy e Ather Kamal, il maggiore Magdi Sharif e l'agente Mhamoud Najem. Che, dunque, esistono già almeno cinque uomini degli apparati egiziani indiziati del sequestro di Giulio nei cui confronti il Regime ha semplicemente scelto, sin qui, di non procedere in alcun modo. E il Regime, in Egitto, è una persona sola, il suo Presidente Al Sisi.

Non sorprende dunque il silenzio dei Regeni. Non fosse altro perché, a corollario di un ennesimo bilaterale che si chiude con la pantomima di un Paese che chiede la verità ad un altro che la conosce e la nasconde, ma giura di volerla trovare, cade anche - perché esclusa dallo stesso Conte - la possibilità che, di qui in avanti, lo strumento di pressione su Al Sisi possa essere quello di una stretta nei rapporti economici tra i due Paesi. Conte promette infatti di affidarsi a una generica moral suasion politica, personale, di cui resta ignota la sostanza e che racconta uno stato dell'arte fotografato con grande lucidità dalle parole di Luigi Manconi, che da senatore del Pd è stato in questi tre anni l'uomo che con più costanza e intelligenza ha seguito politicamente il caso. "Mi rammarica dirlo - osserva Manconi - ma se mettiamo in fila il numero di incontri che, dalla scorsa estate a oggi, il Governo e la diplomazia italiana, attraverso suoi autorevoli esponenti, ha avuto con Al Sisi superiamo di gran lunga quelli che il nostro Paese ha avuto con Trump, Putin, piuttosto che con importanti cancellerie europee. Almeno una decina di interlocuzioni, che non hanno avuto alcun esito. Il che porta a un'unica conclusione. Dopo l'inerzia nei confronti di Al Sisi negli anni in cui al Governo è stato il centro-sinistra, siamo entrati nella fase della promiscuità di quello giallo-verde".

Si, "promiscuità", insiste Manconi. Che aggiunge: "Questa promiscuità racconta di una nuova amicizia di Palazzo Chigi con il Regime. Che al tempo del centrosinistra era giustificata dal ruolo universalmente riconosciuto all'Egitto di presidio contro l'Isis. Mentre oggi appare legata solo in parte alla soluzione della crisi libica e, molto sinceramente, agli affari".

Chiede "una risposta concreta, vera e definitiva" al Governo Beppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale della Stampa. E anche Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, sottolinea l'urgenza di un cambio di passo non più rinviabile e di come "la strada che porta alla verità su Giulio non possa essere quella indicata dalle parole di Conte a Pechino". "Perché - dice - mi sembra evidente che lo strumento dei rapporti bilaterali non possa portare più alcun frutto. E dunque la questione vada portata sul piano internazionale". Un fatto è certo. Due mesi fa, Claudio Regeni, il padre di Giulio, chiese al Procuratore generale egiziano la restituzione degli abiti che suo figlio indossava quando venne sequestrato e assassinato. Anche quella richiesta è stata lasciata cadere, insieme alla verità.