“Ragazzi d’Europa, fermiamo odio e paure. Era il sogno di Antonio”
Giampaolo Visetti , dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTIL’appello a meno di un mese dal voto. La sorella e la fidanzata di Megalizzi, ucciso a Strasburgo in un attentato: “Ha dato la vita per l’informazione libera e per la pace”
TRENTO. "L'Europa comune, come la natura, è a un passo dall'essere distrutta. I giovani che sognano di continuare a vivere e a muoversi liberamente in una casa aperta, accogliente, democratica e in pace, devono mobilitarsi per fermare l'odio, le paure, le tentazioni autoritarie e il risorgente nazionalismo del filo spinato. Per assicurare un futuro al sogno di una Unione europea sempre più solidale e ricca di opportunità, così come è risorta dalle macerie delle guerre del Novecento, sono oggi necessarie conoscenza e informazione corrette: per queste Antonio ha perso la vita e se il destino lo avesse risparmiato per questi valori ora, sempre con il suo sorriso, lotterebbe". Luana Moresco, 30 anni, e Federica Megalizzi, 24 anni, scandiscono le parole del loro "appello ai giovani dell'Europa" e più di una volta i loro occhi vibrano per respingere le lacrime. La fidanzata e la sorella di Antonio Megalizzi, il gi…
TRENTO. "L'Europa comune, come la natura, è a un passo dall'essere distrutta. I giovani che sognano di continuare a vivere e a muoversi liberamente in una casa aperta, accogliente, democratica e in pace, devono mobilitarsi per fermare l'odio, le paure, le tentazioni autoritarie e il risorgente nazionalismo del filo spinato. Per assicurare un futuro al sogno di una Unione europea sempre più solidale e ricca di opportunità, così come è risorta dalle macerie delle guerre del Novecento, sono oggi necessarie conoscenza e informazione corrette: per queste Antonio ha perso la vita e se il destino lo avesse risparmiato per questi valori ora, sempre con il suo sorriso, lotterebbe". Luana Moresco, 30 anni, e Federica Megalizzi, 24 anni, scandiscono le parole del loro "appello ai giovani dell'Europa" e più di una volta i loro occhi vibrano per respingere le lacrime. La fidanzata e la sorella di Antonio Megalizzi, il giornalista-studente italiano di 29 anni colpito a morte l'11 dicembre scorso a Strasburgo dall'attentatore islamista Cheriff Chekatt, suo coetaneo nato in Francia e di origina magrebina, parlano per la prima volta a quasi cinque mesi dall'attacco al mercatino di Natale fuori dal Parlamento europeo, a poche settimane da un voto cruciale per la Ue, il 26 maggio.
Condizione dell'incontro, poco lontano dalla nuova biblioteca dell'Università di Trento, dove Antonio e loro stesse hanno studiato diritto e sicurezza internazionali, è che "nulla di quanto detto si presti ad essere politicamente strumentalizzato in chiave elettorale, o per interesse di partito". Per questo fino ad oggi la famiglia del "Mega", travolta dal dolore, ha scelto il silenzio. Non una parola di "inutile odio", o di vendetta: nessun cedimento nemmeno all'auto-commiserazione.
Mamma Maria Rosa e papà Domenico, catechista e ferroviere di origini calabresi, hanno preferito onorare il figlio ucciso proteggendolo perfino dall'ondata delle lodi retoriche. Tocca così a Luana e a Federica, motori della nascente Fondazione Antonio Megalizzi, riprendere anche a nome loro il cammino interrotto di un ragazzo della generazione Erasmus che aveva scelto di studiare e di impegnarsi per "migliorare una Ue a rischio logoramento e per costruire davvero gli Stati uniti d'Europa". Il primo passo è stato suggerito da una delle interminabili notti trascorse con Antonio a parlare del futuro "dei nativi europei", ossia dei milioni di ragazzi del continente venuti al mondo dopo che le barriere sono state abbattute grazie alla fiducia e alla generosità di padri e nonni. "Abbiamo cominciato - dice Luana - dai bambini e dalle scuole. Andiamo nelle classi e spieghiamo con semplicità le ragioni fondative dell'Europa e quelle nuove che le assicurano un significato per il futuro. In questi mesi abbiamo notato che portando esempi concreti e reali, interesse e passione tra i giovani sono enormi. Nessuno ha paura di un'umanità in movimento sulla terra, tutti temono invece di rivedere violenze e razzismi, di perdere le opportunità che la pace europea offre a tutti".
A ispirare questo impegno per diritti e valori universali, dietro le quinte, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. "Ci ha colpito profondamente - dice Federica - l'affetto che ha riservato alla nostra tragedia. Ha accolto la bara di Antonio a Roma, ha partecipato al suo funerale a Trento, lo ha ricordato nel discorso di fine anno, ci stimola a non stancarci di combattere per un'Europa aperta e per un'informazione libera e di qualità. Accogliendo il suo invito e incontrando coetanei e studenti, ci accorgiamo di quanta passione democratica si nasconde nel cuore dei ragazzi dell'Europa, sorpresi invece dalla finta realtà spesso rappresentata da leader e media". Il tempo che definiscono "dopo Antonio", per Luana e Federica non è segnato solo dall'impegno civile e dalla testimonianza. Sono state costrette a mettere da parte progetti di vita e di famiglia, proposte di lavoro all'estero in linea con studi, interessi e ambizioni. Hanno scelto, assieme alla sfida della Fondazione e al volontariato nelle scuole, di stare per un po' vicino ai "genitori rimasti orfani in stanze vuote". "Quando siamo sole - dicono - ancora ci sembra impossibile che non arrivi un sms di Antonio: non potergli telefonare, o non accendere la radio e sentire la sua voce. Al mattino dovevi aver già letto i giornali, essere informato su tutto e avere già una documentata opinione personale sugli eventi. Era faticoso, lui dormiva pochissimo e continuava a studiare, a leggere e a scrivere. Diceva che solo così si capisce e ci si innamora dell'idea dell'Europa, decisiva per assicurare la stabilità sociale, per equilibrare politica ed economia del mondo polarizzato. Non voleva lasciarsi vivere, dare il bene per scontato, e aveva sempre fretta: quando lo abbiamo visto morire, dopo tre giorni di agonia con un proiettile nel cervello, abbiamo capito".
Con questo senso di urgenza, frutto di un'educazione famigliare straordinaria, Antonio in dicembre era andato a Strasburgo per raccontare l'ultima seduta plenaria del Parlamento europeo. Come tutti gli studenti-volontari di Europhonica, format Ue di RadUni, network delle radio universitarie italiane, si muoveva senza quasi un euro in tasca. Zainetto in spalla e Flixbus autofinanziato, era ospite dell'amico e collega Barto Pedro Orent-Niedzielski, 35 anni, franco-polacco affettuosamente chiamato Bartek, assassinato per strada assieme a lui. Al momento dell'attacco, appena terminata la diretta, stavano discutendo proprio di come consolidare l'opportunità degli studenti europei di raccontare la vita delle istituzioni comunitarie per gli altri ragazzi. "Antonio e Bartek - dice Luana - vedevano i limiti di una macchina non sempre aggiornata. Erano però positivi, non ignoravano i suoi enormi benefici collettivi. Attraverso una radio e un'informazione forte affidata ai giovani orgogliosi di studiare, erano certi che chiusure, egoismi e anti-politica avrebbero svelato la loro pericolosa inconsistenza culturale, proiettando nel futuro una Ue sempre più compresa". Federica e Luana, come Antonio, temono solo che il vento del neo-nazionalismo alimentato dalla propaganda della paura, dopo il voto di fine maggio possa inghiottire, assieme alla speranza europeista, anche il progetto di una grande radio studentesca degli atenei Ue, rilanciato dal rettore di Trento Paolo Collini con Europhonica, oltre che la loro stessa Fondazione, forte già di dieci soci istituzionali, tra cui Ordine nazionale dei giornalisti e Federazione nazionale della stampa. "Siamo a un passaggio cruciale per tutti - dice Federica - ed è importante che i comuni cittadini, con la loro fiducia responsabile, diano coraggio ad una classe dirigente che confonde il consenso, precondizione del potere, con il suo fine. Per questo la Fondazione Megalizzi si impegnerà assieme alle altre realtà italiane e straniere che già operano in memoria di giornalisti assassinati, e delle vittime di mafie e terrorismo".
Solo quando ci salutiamo, per la prima volta, appare sui loro volti il sorriso commovente e contagioso di Antonio. "Sì - dicono Luana e Federica - continuiamo a credere alla straordinaria inevitabilità del bene. Il resto, prima o poi, passa". Ricordano le parole dell'arcivescovo trentino Lauro Tisi, nel giorno del congedo dal loro "Anto": "Ciao Antonio, sognavi un'Europa senza confini, ora sogna anche per noi". Questo sogno adesso appartiene prima di tutto alla loro vita: cinque mesi dopo però, appena il fiato è ritornato in bocca, lo regalano ai giovani dell'Europa che a migliaia ogni giorno le cercano perché non vogliono rinunciare a crescere e a sorridere insieme
Condizione dell'incontro, poco lontano dalla nuova biblioteca dell'Università di Trento, dove Antonio e loro stesse hanno studiato diritto e sicurezza internazionali, è che "nulla di quanto detto si presti ad essere politicamente strumentalizzato in chiave elettorale, o per interesse di partito". Per questo fino ad oggi la famiglia del "Mega", travolta dal dolore, ha scelto il silenzio. Non una parola di "inutile odio", o di vendetta: nessun cedimento nemmeno all'auto-commiserazione.
Mamma Maria Rosa e papà Domenico, catechista e ferroviere di origini calabresi, hanno preferito onorare il figlio ucciso proteggendolo perfino dall'ondata delle lodi retoriche. Tocca così a Luana e a Federica, motori della nascente Fondazione Antonio Megalizzi, riprendere anche a nome loro il cammino interrotto di un ragazzo della generazione Erasmus che aveva scelto di studiare e di impegnarsi per "migliorare una Ue a rischio logoramento e per costruire davvero gli Stati uniti d'Europa". Il primo passo è stato suggerito da una delle interminabili notti trascorse con Antonio a parlare del futuro "dei nativi europei", ossia dei milioni di ragazzi del continente venuti al mondo dopo che le barriere sono state abbattute grazie alla fiducia e alla generosità di padri e nonni. "Abbiamo cominciato - dice Luana - dai bambini e dalle scuole. Andiamo nelle classi e spieghiamo con semplicità le ragioni fondative dell'Europa e quelle nuove che le assicurano un significato per il futuro. In questi mesi abbiamo notato che portando esempi concreti e reali, interesse e passione tra i giovani sono enormi. Nessuno ha paura di un'umanità in movimento sulla terra, tutti temono invece di rivedere violenze e razzismi, di perdere le opportunità che la pace europea offre a tutti".
A ispirare questo impegno per diritti e valori universali, dietro le quinte, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. "Ci ha colpito profondamente - dice Federica - l'affetto che ha riservato alla nostra tragedia. Ha accolto la bara di Antonio a Roma, ha partecipato al suo funerale a Trento, lo ha ricordato nel discorso di fine anno, ci stimola a non stancarci di combattere per un'Europa aperta e per un'informazione libera e di qualità. Accogliendo il suo invito e incontrando coetanei e studenti, ci accorgiamo di quanta passione democratica si nasconde nel cuore dei ragazzi dell'Europa, sorpresi invece dalla finta realtà spesso rappresentata da leader e media". Il tempo che definiscono "dopo Antonio", per Luana e Federica non è segnato solo dall'impegno civile e dalla testimonianza. Sono state costrette a mettere da parte progetti di vita e di famiglia, proposte di lavoro all'estero in linea con studi, interessi e ambizioni. Hanno scelto, assieme alla sfida della Fondazione e al volontariato nelle scuole, di stare per un po' vicino ai "genitori rimasti orfani in stanze vuote". "Quando siamo sole - dicono - ancora ci sembra impossibile che non arrivi un sms di Antonio: non potergli telefonare, o non accendere la radio e sentire la sua voce. Al mattino dovevi aver già letto i giornali, essere informato su tutto e avere già una documentata opinione personale sugli eventi. Era faticoso, lui dormiva pochissimo e continuava a studiare, a leggere e a scrivere. Diceva che solo così si capisce e ci si innamora dell'idea dell'Europa, decisiva per assicurare la stabilità sociale, per equilibrare politica ed economia del mondo polarizzato. Non voleva lasciarsi vivere, dare il bene per scontato, e aveva sempre fretta: quando lo abbiamo visto morire, dopo tre giorni di agonia con un proiettile nel cervello, abbiamo capito".
Con questo senso di urgenza, frutto di un'educazione famigliare straordinaria, Antonio in dicembre era andato a Strasburgo per raccontare l'ultima seduta plenaria del Parlamento europeo. Come tutti gli studenti-volontari di Europhonica, format Ue di RadUni, network delle radio universitarie italiane, si muoveva senza quasi un euro in tasca. Zainetto in spalla e Flixbus autofinanziato, era ospite dell'amico e collega Barto Pedro Orent-Niedzielski, 35 anni, franco-polacco affettuosamente chiamato Bartek, assassinato per strada assieme a lui. Al momento dell'attacco, appena terminata la diretta, stavano discutendo proprio di come consolidare l'opportunità degli studenti europei di raccontare la vita delle istituzioni comunitarie per gli altri ragazzi. "Antonio e Bartek - dice Luana - vedevano i limiti di una macchina non sempre aggiornata. Erano però positivi, non ignoravano i suoi enormi benefici collettivi. Attraverso una radio e un'informazione forte affidata ai giovani orgogliosi di studiare, erano certi che chiusure, egoismi e anti-politica avrebbero svelato la loro pericolosa inconsistenza culturale, proiettando nel futuro una Ue sempre più compresa". Federica e Luana, come Antonio, temono solo che il vento del neo-nazionalismo alimentato dalla propaganda della paura, dopo il voto di fine maggio possa inghiottire, assieme alla speranza europeista, anche il progetto di una grande radio studentesca degli atenei Ue, rilanciato dal rettore di Trento Paolo Collini con Europhonica, oltre che la loro stessa Fondazione, forte già di dieci soci istituzionali, tra cui Ordine nazionale dei giornalisti e Federazione nazionale della stampa. "Siamo a un passaggio cruciale per tutti - dice Federica - ed è importante che i comuni cittadini, con la loro fiducia responsabile, diano coraggio ad una classe dirigente che confonde il consenso, precondizione del potere, con il suo fine. Per questo la Fondazione Megalizzi si impegnerà assieme alle altre realtà italiane e straniere che già operano in memoria di giornalisti assassinati, e delle vittime di mafie e terrorismo".
Solo quando ci salutiamo, per la prima volta, appare sui loro volti il sorriso commovente e contagioso di Antonio. "Sì - dicono Luana e Federica - continuiamo a credere alla straordinaria inevitabilità del bene. Il resto, prima o poi, passa". Ricordano le parole dell'arcivescovo trentino Lauro Tisi, nel giorno del congedo dal loro "Anto": "Ciao Antonio, sognavi un'Europa senza confini, ora sogna anche per noi". Questo sogno adesso appartiene prima di tutto alla loro vita: cinque mesi dopo però, appena il fiato è ritornato in bocca, lo regalano ai giovani dell'Europa che a migliaia ogni giorno le cercano perché non vogliono rinunciare a crescere e a sorridere insieme