La condanna di Montante, un colpo al cuore del potere criminale mascherato da legalità
Attilio Bolzoni , di ATTILIO BOLZONIAnatomia dell'inchiesta sul potente ex capo di Confindustria Sicilia che si proclamava paladino antimafia. Un cerchio magico di spioni, imprenditori e uomini dei servizi. E l'obiettivo di mettere le mani sul tesoro dei beni confiscati
È il primo "bollo" ufficiale, un verdetto che centra pesantemente un bersaglio dentro una misteriosissima vicenda che ha avvelenato gli apparati dello Stato. È una sentenza che affonda Antonello Montante e alcuni suoi complici ma che fa già intravedere un'Italia più nascosta, un'Italia con il sangue marcio popolata da organismi criminali che si sono presentati sulla scena pubblica con la faccia pulita, con il volto della legge.
La storia di questo processo - e soprattutto dell'impeccabile indagine che quattro anni fa l'ha generato - è stata molto tormentata e comunque oggi arriva a una svolta che racconta molto ma non tutto. Resta da capire come un siciliano che era nel cuore di un boss di Cosa Nostra (Paolino Arnone, consigliori del numero due della Cupola Giuseppe Madonia), possa essere diventato subito dopo le stragi mafiose del '92 il faro dell'Antimafia nel nostro Paese.
Chi l'ha portato tanto in alto nel ca…
La storia di questo processo - e soprattutto dell'impeccabile indagine che quattro anni fa l'ha generato - è stata molto tormentata e comunque oggi arriva a una svolta che racconta molto ma non tutto. Resta da capire come un siciliano che era nel cuore di un boss di Cosa Nostra (Paolino Arnone, consigliori del numero due della Cupola Giuseppe Madonia), possa essere diventato subito dopo le stragi mafiose del '92 il faro dell'Antimafia nel nostro Paese.
Chi l'ha portato tanto in alto nel ca…
È il primo "bollo" ufficiale, un verdetto che centra pesantemente un bersaglio dentro una misteriosissima vicenda che ha avvelenato gli apparati dello Stato. È una sentenza che affonda Antonello Montante e alcuni suoi complici ma che fa già intravedere un'Italia più nascosta, un'Italia con il sangue marcio popolata da organismi criminali che si sono presentati sulla scena pubblica con la faccia pulita, con il volto della legge.
La storia di questo processo - e soprattutto dell'impeccabile indagine che quattro anni fa l'ha generato - è stata molto tormentata e comunque oggi arriva a una svolta che racconta molto ma non tutto. Resta da capire come un siciliano che era nel cuore di un boss di Cosa Nostra (Paolino Arnone, consigliori del numero due della Cupola Giuseppe Madonia), possa essere diventato subito dopo le stragi mafiose del '92 il faro dell'Antimafia nel nostro Paese.
Chi l'ha portato tanto in alto nel campo avversario? E perché?
La condanna contro quello che è stato uno degli uomini più rappresentativi di un potere ostentato e insieme invisibile, apre un varco in un mondo che - avvolto in un cupo silenzio - è ancora tutto da scoprire.
Perché Calogero Antonio Montante detto Antonello, ex vicepresidente di Confindustria con delega alle Legalità, sostenuto da ministri dell'Interno come la Cancellieri e Angelino Alfano, legatissimo alla presidente dell'Eni Emma Marcegaglia, protetto dai vertici degli industriali come Squinzi e Boccia, è stato solo un ingranaggio, il "pupo" di una rete che dalla Sicilia si è diffusa in tutt'Italia. Una centrale di spionaggio clandestina e un ufficio di informazioni riservate da usare alla bisogna contro i nemici, laboratorio di ricatti e di indicibili patti.
Dietro a Montante, e anche loro a giudizio in un processo parallelo che si sta celebrando con rito ordinario, ci sono sempre l'ex direttore dei servizi segreti civili Arturo Esposito, imprenditori di pessima reputazione, spioni traditori, l'ex presidente del Senato Renato Schifani. Una compagnia di giro che ha "intercettato" in diretta le investigazioni dei poliziotti e dei magistrati sul loro conto, alcuni sono sospettati addirittura di essere entrati in possesso delle registrazioni di quelle telefonate del processo trattativa Stato-mafia fra l'ex ministro Mancino e il presidente Napolitano che la Corte costituzionale aveva ordinato di distruggere.
Un'infezione che è stata definita con eccessiva fretta e da molti "sistema Montante", in realtà è qualcosa di più incistato nei gangli nevralgici dello Stato. Ed è lo stesso Montante che lo spiega, in una conversazione con il re delle discariche Giuseppe Catanzaro, cos'è stato o cos'è ancora: "Non conoscono il nostro sistema di architettura perfetto, ricordati, è l'architettura di come si agisce dentro certe istituzioni".
Lo scenario dove affiora questo enigmatico personaggio intorno al 2005/2006 è apparentemente la Sicilia interna, la provincia sonnolenta di Caltanissetta dove si impone subito dopo come "paladino della Legalità" prima sul territorio dell'isola e poi a Roma. La data della sua scalata coincide con la cattura dell'ultimo boss corleonese Bernardo Provenzano e segna l'inizio di una nuova stagione di trasformazione del crimine in Sicilia, una nuova era che si caratterizza con quella che a noi piace chiamare delle "mafie incensurate".
Con la compiacenza di alti papaveri del Viminale, generali dell'Arma e della Finanza, di procuratori della repubblica e presidenti di Corte di appello, il siciliano "nel cuore" del boss Paolino Arnone è riuscito a cancellare il suo passato e a catapultarsi (o a farsi catapultare) nell'olimpo della Regione Siciliana e poi nella stanze che contano a Roma. Sull'isola era diventato il padrone assoluto in nome di un'Antimafia farlocca e molto sospetta, un'occupazione di tipo "militare", addirittura più invadente di quella ai tempi dei Lima e dei Ciancimino.
Ma il suo obiettivo era un altro: mettere le mani su un tesoro sterminato, quello dei beni confiscati alle mafie. Un patrimonio stimato all'incirca 70 miliardi di euro. E c'era quasi riuscito. Nel gennaio del 2015, quando era all'apice del suo incredibile successo, il ministro dell'Interno Angelino Alfano su 60 milioni di italiani ha scelto proprio lui come delegato dell'Agenzia dei beni confiscati. Un'incoronazione. Ma anche il principio della sua discesa all'inferno. Dal giugno del 2014, Antonello Montante era iscritto nel registro degli indagati della procura di Caltanissetta per concorso esterno. Un'accusa che non gli è stata contestata il giorno del suo arresto nel maggio scorso, ma le indagini sulle sue relazioni con Cosa Nostra - risalenti almeno al 1990 - non sono state mai chiuse.
Questa condanna assai dura sembra solo una tappa. C'è molto altro da conoscere su Calogero Montante detto Antonello.
La storia di questo processo - e soprattutto dell'impeccabile indagine che quattro anni fa l'ha generato - è stata molto tormentata e comunque oggi arriva a una svolta che racconta molto ma non tutto. Resta da capire come un siciliano che era nel cuore di un boss di Cosa Nostra (Paolino Arnone, consigliori del numero due della Cupola Giuseppe Madonia), possa essere diventato subito dopo le stragi mafiose del '92 il faro dell'Antimafia nel nostro Paese.
Chi l'ha portato tanto in alto nel campo avversario? E perché?
La condanna contro quello che è stato uno degli uomini più rappresentativi di un potere ostentato e insieme invisibile, apre un varco in un mondo che - avvolto in un cupo silenzio - è ancora tutto da scoprire.
Perché Calogero Antonio Montante detto Antonello, ex vicepresidente di Confindustria con delega alle Legalità, sostenuto da ministri dell'Interno come la Cancellieri e Angelino Alfano, legatissimo alla presidente dell'Eni Emma Marcegaglia, protetto dai vertici degli industriali come Squinzi e Boccia, è stato solo un ingranaggio, il "pupo" di una rete che dalla Sicilia si è diffusa in tutt'Italia. Una centrale di spionaggio clandestina e un ufficio di informazioni riservate da usare alla bisogna contro i nemici, laboratorio di ricatti e di indicibili patti.
Dietro a Montante, e anche loro a giudizio in un processo parallelo che si sta celebrando con rito ordinario, ci sono sempre l'ex direttore dei servizi segreti civili Arturo Esposito, imprenditori di pessima reputazione, spioni traditori, l'ex presidente del Senato Renato Schifani. Una compagnia di giro che ha "intercettato" in diretta le investigazioni dei poliziotti e dei magistrati sul loro conto, alcuni sono sospettati addirittura di essere entrati in possesso delle registrazioni di quelle telefonate del processo trattativa Stato-mafia fra l'ex ministro Mancino e il presidente Napolitano che la Corte costituzionale aveva ordinato di distruggere.
Un'infezione che è stata definita con eccessiva fretta e da molti "sistema Montante", in realtà è qualcosa di più incistato nei gangli nevralgici dello Stato. Ed è lo stesso Montante che lo spiega, in una conversazione con il re delle discariche Giuseppe Catanzaro, cos'è stato o cos'è ancora: "Non conoscono il nostro sistema di architettura perfetto, ricordati, è l'architettura di come si agisce dentro certe istituzioni".
Lo scenario dove affiora questo enigmatico personaggio intorno al 2005/2006 è apparentemente la Sicilia interna, la provincia sonnolenta di Caltanissetta dove si impone subito dopo come "paladino della Legalità" prima sul territorio dell'isola e poi a Roma. La data della sua scalata coincide con la cattura dell'ultimo boss corleonese Bernardo Provenzano e segna l'inizio di una nuova stagione di trasformazione del crimine in Sicilia, una nuova era che si caratterizza con quella che a noi piace chiamare delle "mafie incensurate".
Con la compiacenza di alti papaveri del Viminale, generali dell'Arma e della Finanza, di procuratori della repubblica e presidenti di Corte di appello, il siciliano "nel cuore" del boss Paolino Arnone è riuscito a cancellare il suo passato e a catapultarsi (o a farsi catapultare) nell'olimpo della Regione Siciliana e poi nella stanze che contano a Roma. Sull'isola era diventato il padrone assoluto in nome di un'Antimafia farlocca e molto sospetta, un'occupazione di tipo "militare", addirittura più invadente di quella ai tempi dei Lima e dei Ciancimino.
Ma il suo obiettivo era un altro: mettere le mani su un tesoro sterminato, quello dei beni confiscati alle mafie. Un patrimonio stimato all'incirca 70 miliardi di euro. E c'era quasi riuscito. Nel gennaio del 2015, quando era all'apice del suo incredibile successo, il ministro dell'Interno Angelino Alfano su 60 milioni di italiani ha scelto proprio lui come delegato dell'Agenzia dei beni confiscati. Un'incoronazione. Ma anche il principio della sua discesa all'inferno. Dal giugno del 2014, Antonello Montante era iscritto nel registro degli indagati della procura di Caltanissetta per concorso esterno. Un'accusa che non gli è stata contestata il giorno del suo arresto nel maggio scorso, ma le indagini sulle sue relazioni con Cosa Nostra - risalenti almeno al 1990 - non sono state mai chiuse.
Questa condanna assai dura sembra solo una tappa. C'è molto altro da conoscere su Calogero Montante detto Antonello.