Falcone raccontato ai ragazzi
Attilio Bolzoni, di ATTILIO BOLZONI"Era un italiano fuori posto in Italia"
La prima volta che l'ho visto ero un ragazzo come voi e non sapevo niente di lui. Mi ricordo che in mano aveva una mela, una mela gialla. “E' il mio pranzo, deve passare più tardi”. Aveva richiuso la pesante porta blindata ed era sparito in quel piccolo ufficio - due rampe di scale, un ammmezzato buio dentro il gigantesco Tribunale - che qualche anno dopo sarebbe diventato un "monumento” di Palermo: il quartiere generale del pool antimafia.
Era il 1979, primavera, forse marzo o forse aprile. Giovanni Falcone era tornato dietro la sua scrivania a spulciare assegni bancari girati sempre agli stessi nomi..Rosario Spatola..Salvatore Inzerillo..Tommaso Gambino..Francesco Di Maggio..in quella Sicilia considerati al tempo tutti "benefattori”, erano tutti mafiosi.
Ancora non lo sapevo ma, già allora, quel giudice che era appena arrivato da Trapani, era un uomo che per la prima volta nella storia aveva messo paura all'organizza…
Era il 1979, primavera, forse marzo o forse aprile. Giovanni Falcone era tornato dietro la sua scrivania a spulciare assegni bancari girati sempre agli stessi nomi..Rosario Spatola..Salvatore Inzerillo..Tommaso Gambino..Francesco Di Maggio..in quella Sicilia considerati al tempo tutti "benefattori”, erano tutti mafiosi.
Ancora non lo sapevo ma, già allora, quel giudice che era appena arrivato da Trapani, era un uomo che per la prima volta nella storia aveva messo paura all'organizza…
La prima volta che l'ho visto ero un ragazzo come voi e non sapevo niente di lui. Mi ricordo che in mano aveva una mela, una mela gialla. “E' il mio pranzo, deve passare più tardi”. Aveva richiuso la pesante porta blindata ed era sparito in quel piccolo ufficio - due rampe di scale, un ammmezzato buio dentro il gigantesco Tribunale - che qualche anno dopo sarebbe diventato un "monumento” di Palermo: il quartiere generale del pool antimafia.
Era il 1979, primavera, forse marzo o forse aprile. Giovanni Falcone era tornato dietro la sua scrivania a spulciare assegni bancari girati sempre agli stessi nomi..Rosario Spatola..Salvatore Inzerillo..Tommaso Gambino..Francesco Di Maggio..in quella Sicilia considerati al tempo tutti "benefattori”, erano tutti mafiosi.
Ancora non lo sapevo ma, già allora, quel giudice che era appena arrivato da Trapani, era un uomo che per la prima volta nella storia aveva messo paura all'organizzazione criminale più potente del mondo occidentale: Cosa Nostra.
Chi era davvero l'ho capito dopo, qualche anno dopo. Era genio e metodo, raffinatezza di pensiero e lealtà istituzionale, era un funzionario dello Stato ossessionato dalle regole. Una volta si diceva: un servitore dello Stato. Ecco chi era Giovanni Falcone, giudice istruttore.
Ma era anche un magistrato mal tollerato dalla magistratura, aveva una sapienza giuridica che non piaceva ai tecnici del diritto, era slegato dai partiti e dalle fazioni della corporazione. Era un uomo fuori posto. Lì, in quel Palazzo di Giustizia dove l'avevo visto quella mattina con la mela gialla in mano. Era fuori posto nella sua Palermo. Era fuori posto a Roma. Era un italiano fuori posto in Italia.
Per raccontarlo ai ragazzi che nel 1992 non erano ancora nati bisogna parlare di mafia, della mafia che "non esisteva”in Sicilia, ma che non esisteva neanche per i ministri di Roma ("Letteratura, letturatura..invenzioni dei giornali”) bisogna ricordare che è stato lui dimostrare il contrario con una clamorosa inchiesta trasformata poi in quel capolavoro di ingegneria giudiziaria che è passato alla storia con il nome di maxi processo (celebrato tra l'inizio del 1986 e la fine del 1987: 19 ergastoli, 2665 anni di carcere, tutti i capi di Cosa Nostra condannati), bisogna spiegare ai ragazzi che grazie alle sue intuizioni (e anche quelle di altri siciliani come Pio La Torre) oggi abbiamo in Italia la legislazione più avanzata contro le organizzazone criminali. Giovanni Falcone era uomo dello Stato e insieme un "rivoluzionario”, impasto che lo ha reso diverso in un'Italia troppo abituata ai compromessi e ai patti. Era un italiano che tutto il mondo ci ha invidiato.
In Virginia, a Quantico, sede dell'Fbi (il Federal Bureau of Investigation) c'è un busto di Giovanni Falcone che è stato sistemato in un punto strategico dove, almeno una volta al giorno, sono costretti a passare tutte le reclute che aspirano a diventare agenti speciali "per rendere onore a un grande italiano”.
Da morto è un simbolo. Ma in vita è stato troppe volte attaccato, insultato, offeso, seviziato anche da appartenenti delle Istituzioni che non avevano capito chi in realtà fosse quel palermitano cresciuto fra i vicoli del quartiere arabo della Kalsa.
Poi anche per lui sono arrivati i corvi e gli sciacalli. Fino al suo ultimo giorno, fino all'espolsione sull'autostrada. Quel 23 maggio del 1992 i sismografi dell'Istituto di Vulcanologia di monte Erice registrarono "un piccolo terremoto fra i comuni di Capaci e di Isola delle Femmine”. Ma non era un terremoto. Erano 500 chili di tritolo che fecero saltare in aria Giovani Falcone. Esattamente 27 anni, quando molti voi ancora non c'erano.
L'ultima volta che l'ho visto era un giorno della primavera del 1991. Stava lasciando Palermo per trasferirsi a Roma, il nuovo incarico al ministero della Giustizia. Gli chiesi come si sentiva. Rispose: “Come qualcuno che nuota in un mare in tempesta”. Gli chiesi anche se avesse paura. Mosse le dita e rispose: “Io sono un siciliano, un siciliano vero e la vita per me vale come il bottone di questa giacca”.
Era il 1979, primavera, forse marzo o forse aprile. Giovanni Falcone era tornato dietro la sua scrivania a spulciare assegni bancari girati sempre agli stessi nomi..Rosario Spatola..Salvatore Inzerillo..Tommaso Gambino..Francesco Di Maggio..in quella Sicilia considerati al tempo tutti "benefattori”, erano tutti mafiosi.
Ancora non lo sapevo ma, già allora, quel giudice che era appena arrivato da Trapani, era un uomo che per la prima volta nella storia aveva messo paura all'organizzazione criminale più potente del mondo occidentale: Cosa Nostra.
Chi era davvero l'ho capito dopo, qualche anno dopo. Era genio e metodo, raffinatezza di pensiero e lealtà istituzionale, era un funzionario dello Stato ossessionato dalle regole. Una volta si diceva: un servitore dello Stato. Ecco chi era Giovanni Falcone, giudice istruttore.
Ma era anche un magistrato mal tollerato dalla magistratura, aveva una sapienza giuridica che non piaceva ai tecnici del diritto, era slegato dai partiti e dalle fazioni della corporazione. Era un uomo fuori posto. Lì, in quel Palazzo di Giustizia dove l'avevo visto quella mattina con la mela gialla in mano. Era fuori posto nella sua Palermo. Era fuori posto a Roma. Era un italiano fuori posto in Italia.
Per raccontarlo ai ragazzi che nel 1992 non erano ancora nati bisogna parlare di mafia, della mafia che "non esisteva”in Sicilia, ma che non esisteva neanche per i ministri di Roma ("Letteratura, letturatura..invenzioni dei giornali”) bisogna ricordare che è stato lui dimostrare il contrario con una clamorosa inchiesta trasformata poi in quel capolavoro di ingegneria giudiziaria che è passato alla storia con il nome di maxi processo (celebrato tra l'inizio del 1986 e la fine del 1987: 19 ergastoli, 2665 anni di carcere, tutti i capi di Cosa Nostra condannati), bisogna spiegare ai ragazzi che grazie alle sue intuizioni (e anche quelle di altri siciliani come Pio La Torre) oggi abbiamo in Italia la legislazione più avanzata contro le organizzazone criminali. Giovanni Falcone era uomo dello Stato e insieme un "rivoluzionario”, impasto che lo ha reso diverso in un'Italia troppo abituata ai compromessi e ai patti. Era un italiano che tutto il mondo ci ha invidiato.
In Virginia, a Quantico, sede dell'Fbi (il Federal Bureau of Investigation) c'è un busto di Giovanni Falcone che è stato sistemato in un punto strategico dove, almeno una volta al giorno, sono costretti a passare tutte le reclute che aspirano a diventare agenti speciali "per rendere onore a un grande italiano”.
Da morto è un simbolo. Ma in vita è stato troppe volte attaccato, insultato, offeso, seviziato anche da appartenenti delle Istituzioni che non avevano capito chi in realtà fosse quel palermitano cresciuto fra i vicoli del quartiere arabo della Kalsa.
Poi anche per lui sono arrivati i corvi e gli sciacalli. Fino al suo ultimo giorno, fino all'espolsione sull'autostrada. Quel 23 maggio del 1992 i sismografi dell'Istituto di Vulcanologia di monte Erice registrarono "un piccolo terremoto fra i comuni di Capaci e di Isola delle Femmine”. Ma non era un terremoto. Erano 500 chili di tritolo che fecero saltare in aria Giovani Falcone. Esattamente 27 anni, quando molti voi ancora non c'erano.
L'ultima volta che l'ho visto era un giorno della primavera del 1991. Stava lasciando Palermo per trasferirsi a Roma, il nuovo incarico al ministero della Giustizia. Gli chiesi come si sentiva. Rispose: “Come qualcuno che nuota in un mare in tempesta”. Gli chiesi anche se avesse paura. Mosse le dita e rispose: “Io sono un siciliano, un siciliano vero e la vita per me vale come il bottone di questa giacca”.