I figli dei caduti: “Noi carabinieri nel nome dei padri”
Brunella Giovara
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di BRUNELLA GIOVARA
I genitori sono stati uccisi in servizio, durante rapine o attentati. Gli orfani hanno deciso di seguirne le orme: “Questo non è un mestiere ma un modo di vivere”
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Evidentemente, è una questione di carattere. "Avevo 8 anni quando hanno ammazzato mio padre. Ho messo da parte quel fatto per anni, poi ho deciso: faccio il carabiniere anch'io". Il sottotenente Ivana Fava ha 34 anni, effettiva alla Scuola allievi di Reggio Calabria, è una donna molto fiera. La fierezza è un abito difficile da portare, lei lo porta in modo semplice, vien da dire naturale. Lei come altri, orfani dell'Arma, anni di cerimonie di ricordo, intitolazioni, corone di alloro, come oggi, 5 giugno, festa dei carabinieri, "avevo l'età di mia figlia oggi, ma solo quando sei grande ti rendi conto di come sei stata privata di un padre", e magari fai la stessa scelta, servitore dello Stato, si dice così, "si leggono le motivazioni, mio padre è Medaglia d'oro al valor militare, si chiamava Antonino Fava, oggi io lavoro in una caserma che porta il suo nome e quello di Vincenzo Garofalo", caduti insi…
Evidentemente, è una questione di carattere. "Avevo 8 anni quando hanno ammazzato mio padre. Ho messo da parte quel fatto per anni, poi ho deciso: faccio il carabiniere anch'io". Il sottotenente Ivana Fava ha 34 anni, effettiva alla Scuola allievi di Reggio Calabria, è una donna molto fiera. La fierezza è un abito difficile da portare, lei lo porta in modo semplice, vien da dire naturale. Lei come altri, orfani dell'Arma, anni di cerimonie di ricordo, intitolazioni, corone di alloro, come oggi, 5 giugno, festa dei carabinieri, "avevo l'età di mia figlia oggi, ma solo quando sei grande ti rendi conto di come sei stata privata di un padre", e magari fai la stessa scelta, servitore dello Stato, si dice così, "si leggono le motivazioni, mio padre è Medaglia d'oro al valor militare, si chiamava Antonino Fava, oggi io lavoro in una caserma che porta il suo nome e quello di Vincenzo Garofalo", caduti insieme il 18 gennaio 1994 a Scilla, un agguato di 'ndrangheta. Una scelta così ha un costo, ma "metti in conto tutto, perché ti è già successo", dice Fava. "Questo non è un mestiere, è un modo di vivere. Con una responsabilità doppia: il cognome che porti, cioè la tua storia. E quello dell'istituzione a cui appartieni. Se sbagli, paghi non solo tu, ma l'intera Arma", il caso Cucchi lo insegna. Ivana Fava ha due lauree, aveva anche l'impiego sotto casa. Si potrebbe quindi fare una vita normale, invece ci si arruola. Perché? "Mamma non voleva che facessi questo lavoro, ma per me era importante, al di là dell'evento", parola con cui il maresciallo maggiore Angelo Chionna definisce pudicamente l'uccisione del padre Antonio, morto il 3 giugno 1980 a Martina Franca, erano gli anni del terrorismo, un gruppetto di Prima Linea fece una rapina di autofinanziamento in una banca, finì con lui a terra, aveva 49 anni, Medaglia d'oro al valor militare, "io me lo ricordo quando era di ordine pubblico allo stadio di Casarano, portava me e mio fratello, poi a partita finita ci faceva scendere in campo". Angelo Chionna e il padre Antonio, ucciso nel 1980
Chionna ha scelto l'Arma "perché era contento di quello che faceva, volevo essere felice come lui. Sono entrato nella scuola sottufficiali, ho sempre fatto la territoriale", oggi è alla sezione operativa di Fasano, "la laurea in Giurisprudenza l'ho presa per fare contenta mia madre...", le vedove non vorrebbero mai che i figli facessero lo stesso mestiere di padri finiti così, "ma qualsiasi lavoro ha dei rischi, i miei rischi sono controbilanciati dal bene che posso fare", è molto semplice, in fondo, la scelta di queste persone. Le madri non vogliono, hanno già dato molto, tirato su i figli da sole o quasi.
"Noi facciamo studiare gli orfani dell'Arma, da quest'anno fino al master, prima solo fino alla laurea. Ce li teniamo vicini, è un dovere". Cesare Vitale è generale di corpo d'armata in congedo. Ha 90 anni ed è presidente dell'Onaomac, Opera nazionale assistenza orfani militari Arma carabinieri. Alla fine della seconda guerra mondiale "c'erano 5.500 orfani, molti carabinieri avevano partecipato alla Resistenza ed erano morti, alcuni bambini avevano perso anche la madre sotto le bombe, si costruirono in fretta degli istituti per farli crescere e studiare, in 70 anni ne abbiamo seguiti oltre 35 mila". Ivana Fava con il padre Antonino, ucciso nel 1994
Molti hanno fatto carriera, sono primari, avvocati, magistrati, molti si sono arruolati. Emanuela Stefanizzi, appuntato alla Sezione operativa di Albenga: "Per me è stata una rivincita personale. Mio padre Fernando era carabiniere scelto, morì a San Damiano d'Asti l'8 febbraio 1988", durante un servizio antirapina. Durante le cerimonie "mi chiedevano cosa vuoi fare da grande? Il carabiniere. L'ho detto a generali e colonnelli, e loro mi rispondevano: non prendiamo le donne, potresti fare la poliziotta. E io: no. Volevo dare continuità a un lavoro che papà ha dovuto interrompere". C'è riuscita, nel 2000 le Forze armate hanno aperto alle donne. C'era però il no della madre, "mi nascose il telegramma che mi convocava alla Scuola allievi. Poi me lo diede". Pietro Fregosi Coen Gialli e il padre Enzo Fregosi, caduto nel 2003
Pietro Fregosi Coen Gialli è appuntato scelto e lavora all'ambasciata italiana di Gerusalemme. Era già arruolato, in servizio in una stazione di provincia, quando arrivò la notizia di Nassiriya e della morte del padre Enzo. Ventotto morti, di cui 19 italiani, 12 carabinieri. Emanuela Stefanizzi con il padre Fernando, ucciso nel 1988
"C'era l'obbligo militare e mi sono detto: hai una tradizione in famiglia, tuo nonno, tuo padre... Però volevo stare sul territorio, tra le persone, nei paesi piccoli, dove si va dall'anziana che ha perso le chiavi alle rapine in banca. Lì ti senti utile". Il padre, che era nel Tuscania, non l'ha spinto, "oggi rimpiango di non averci parlato abbastanza, chiamava da laggiù e io gli dicevo "papà, ci siamo sentiti appena ieri!", sono stato stupido". Una volta "l'ho incrociato mentre ero in servizio. Io in divisa, lui no. Ero contento che mi vedesse al lavoro, per strada", di certo il padre sapeva che anche lì c'era un utile, o una radice del bene, visto che anche la figlia Allegra ha seguito quella traccia: "Lavoro alla questura di Livorno. Faccio l'interprete con gli immigrati, li aiuto per il permesso di soggiorno". Il lavoro è duro, molte miserie le passano davanti "ma io sono contenta, a mio modo porto avanti quello che faceva mio padre. Aveva voglia di aiutare, senza pregiudizi, a braccia aperte. Prima le persone, al di là delle origini e del censo, questo era il messaggio che ha lasciato a me e a mio fratello".