Caso Cucchi, la verità della scienza dieci anni dopo
Carlo Bonini , di CARLO BONINI
Il 13 giugno 2019 sarà una data da ricordare in questi dieci anni di resiliente ricerca della verità sulle responsabilità dell’omicidio di Stefano Cucchi. Ieri, infatti, è caduto, dopo quello dell’omertà di corpo nell’Arma, un altro decisivo diaframma che ha sin qui ostruito questa ricerca: l’afasia, il balbettio confuso, della scienza medico-legale.
Per la prima volta dei periti di ufficio – dunque non tacciabili di pregiudizio di parte – hanno infatti stabilito, scientificamente, che esiste un nesso di causa-effetto tra le lesioni vertebrali subite da Stefano a seguito del pestaggio e la sua morte.
È una parola cristallina che si sarebbe potuta pronunciare già dieci anni fa se anche la scienza medica non si fosse consegnata in ostaggio del convitato di pietra di questa storia: gli ufficiali che, nell’Arma, lavoravano alla manipolazione di circostanze di fatto, documenti, testimonianze. &Egra…
Per la prima volta dei periti di ufficio – dunque non tacciabili di pregiudizio di parte – hanno infatti stabilito, scientificamente, che esiste un nesso di causa-effetto tra le lesioni vertebrali subite da Stefano a seguito del pestaggio e la sua morte.
È una parola cristallina che si sarebbe potuta pronunciare già dieci anni fa se anche la scienza medica non si fosse consegnata in ostaggio del convitato di pietra di questa storia: gli ufficiali che, nell’Arma, lavoravano alla manipolazione di circostanze di fatto, documenti, testimonianze. &Egra…
Il 13 giugno 2019 sarà una data da ricordare in questi dieci anni di resiliente ricerca della verità sulle responsabilità dell’omicidio di Stefano Cucchi. Ieri, infatti, è caduto, dopo quello dell’omertà di corpo nell’Arma, un altro decisivo diaframma che ha sin qui ostruito questa ricerca: l’afasia, il balbettio confuso, della scienza medico-legale.
Per la prima volta dei periti di ufficio – dunque non tacciabili di pregiudizio di parte – hanno infatti stabilito, scientificamente, che esiste un nesso di causa-effetto tra le lesioni vertebrali subite da Stefano a seguito del pestaggio e la sua morte.
È una parola cristallina che si sarebbe potuta pronunciare già dieci anni fa se anche la scienza medica non si fosse consegnata in ostaggio del convitato di pietra di questa storia: gli ufficiali che, nell’Arma, lavoravano alla manipolazione di circostanze di fatto, documenti, testimonianze. È una parola cristallina che, di fatto, scioglie il nodo cruciale del processo in corso ai tre carabinieri accusati di omicidio, mettendo un punto definitivo.
Oggi finalmente lo si può dire: Stefano non sarebbe morto se il suo pestaggio, come è accaduto, non avesse innescato una catastrofica sequenza. Una liberazione per la famiglia di Stefano. Una macchia per chi, in dieci anni, non ha voluto vedere.
Per la prima volta dei periti di ufficio – dunque non tacciabili di pregiudizio di parte – hanno infatti stabilito, scientificamente, che esiste un nesso di causa-effetto tra le lesioni vertebrali subite da Stefano a seguito del pestaggio e la sua morte.
È una parola cristallina che si sarebbe potuta pronunciare già dieci anni fa se anche la scienza medica non si fosse consegnata in ostaggio del convitato di pietra di questa storia: gli ufficiali che, nell’Arma, lavoravano alla manipolazione di circostanze di fatto, documenti, testimonianze. È una parola cristallina che, di fatto, scioglie il nodo cruciale del processo in corso ai tre carabinieri accusati di omicidio, mettendo un punto definitivo.
Oggi finalmente lo si può dire: Stefano non sarebbe morto se il suo pestaggio, come è accaduto, non avesse innescato una catastrofica sequenza. Una liberazione per la famiglia di Stefano. Una macchia per chi, in dieci anni, non ha voluto vedere.