Cento di questi temi
Michele Smargiassi , di MICHELE SMARGIASSIAbbiamo chiesto a un gruppo di ragazzi diplomati alla maturità con il massimo dei voti di riscriverli per noi. Ecco perché chi conosce le regole del linguaggio vince. I nuovi analfabeti non sono banali ignoranti, sono incomunicanti, in emissione e ricezione. E i bravi non sono enciclopedie: sono padroni della relazione verbale. Ecco cosa hanno di più, e come lo usano
Rimarchevole. Intersezione. Repentaglio. Non conosco Riccardo Palchetti, che alla maturità dell'IIS Alberti-Dante di Firenze ha scelto il tema su sport e società, e ha preso il massimo dei voti, ma scommetterei che quando scrive un whatsapp agli amici non usa quelle parole. Però le ha scritte nell'elaborato. Forse ha capito una cosa importante: che il linguaggio non è una cosa che vien naturale come respirare, è uno strumento raffinato che può essere modulato a seconda dello scopo, un gioco che ha le sue regole, e chi le conosce vince. Il linguaggio, più che i soldi, divide le classi sociali tra chi ha il potere e chi lo subisce.
Sì, esistono anche i bravi. Dall'altro capo della scala che affonda nell'analfabetismo funzionale un terzo degli studenti italiani, ci sono quelli del 100 con lode. I professori dell'Invalsi potrebbero tentare un test spietato: far leggere i loro temi a quelli degli ultimi banchi, pe…
Sì, esistono anche i bravi. Dall'altro capo della scala che affonda nell'analfabetismo funzionale un terzo degli studenti italiani, ci sono quelli del 100 con lode. I professori dell'Invalsi potrebbero tentare un test spietato: far leggere i loro temi a quelli degli ultimi banchi, pe…
Rimarchevole. Intersezione. Repentaglio. Non conosco Riccardo Palchetti, che alla maturità dell'IIS Alberti-Dante di Firenze ha scelto il tema su sport e società, e ha preso il massimo dei voti, ma scommetterei che quando scrive un whatsapp agli amici non usa quelle parole. Però le ha scritte nell'elaborato. Forse ha capito una cosa importante: che il linguaggio non è una cosa che vien naturale come respirare, è uno strumento raffinato che può essere modulato a seconda dello scopo, un gioco che ha le sue regole, e chi le conosce vince. Il linguaggio, più che i soldi, divide le classi sociali tra chi ha il potere e chi lo subisce.
Sì, esistono anche i bravi. Dall'altro capo della scala che affonda nell'analfabetismo funzionale un terzo degli studenti italiani, ci sono quelli del 100 con lode. I professori dell'Invalsi potrebbero tentare un test spietato: far leggere i loro temi a quelli degli ultimi banchi, per misurare un baratro che non è soltanto culturale, è immediatamente sociale, ed è anche un gigantesco problema politico. Abbiamo chiesto a un campione di primi della classe di questa tornata d'esami di passarci il loro tema di maturità, magari ricostruendolo a memoria. Cosa scopriamo? Forse che dobbiamo liberarci dello stereotipo del secchione. Sapere tutto a memoria, come un registratore, non basta. Leggendo questi temi, scordiamoci i contenuti. Sì, quelli impressionano i prof, ma c'è un imbuto in cui qualsiasi nozione deve passare, ed è la capacità di spiegarsi, scrivere, capire e farsi capire. I nuovi analfabeti non sono banali ignoranti, sono incomunicanti, in emissione e ricezione. E i bravi non sono enciclopedie: sono padroni della relazione verbale. Ecco cosa hanno di più, e come lo usano.
Prima di tutto: il lessico. L'operaio conosce trecento parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone, recitava un lungo titolo di Dario Fo. Nel suo svolgimento del tema sull'arte, Claudia Morbidini del Parini di Milano usa a piene mani termini come sepolcrale, contemplazione, distopico, dialettico. Sa che i prof capiscono queste parole e non le spiega: è un ammiccamento, un "ci capiamo". Sembra di leggere perfino qualche ironia nell'uso di certe formule un po' professorali, "a tal proposito", "più addietro". Un ateneo americano studiò un software che premiasse gli studenti che usano parole lunghe, quasi sempre le più complesse. Prima regola: dare alla scuola quello che ti chiede.
Poi, la sintassi. Arianna Scarone del Fermi di Genova usa frasi brevi. Mette molti punti. Pochi incisi. Mette il soggetto prima e il complemento poi. Frasi semplici, icastiche. "L'umanità ha fatto la sua scelta, quella di non scegliere". La sa più lunga degli autori dei testi scolastici che ha studiato: chiedetelo a Luisa Carrada, che per Zanichelli ha scritto diversi manuali di stile, quanto sia difficile convincere i professori a scrivere frasi di meno di cinque righe con almeno tre livelli di subordinate. Seconda regola: stupiscili per essere più efficace di loro.
Poi, importantissima, la struttura del testo. Francesco Giovanni Liotta dell'Einstein di Palermo affronta la traccia dal Giorno della civetta di Leonardo Sciascia come un chirurgo: prima apre il testo, poi lo seziona e lo esamina, lo divide, poi lo incide, asporta e corregge, poi chiude la ferita. Ogni passaggio dell'operazione ha i suoi marcatori logici: "come si evince da", "a questo punto si potrebbe obiettare che", "ma bisogna tener conto di".
Anche Elena Gado, del Volta di Milano, nel suo tema sulla traccia "L'illusione della conoscenza", spiega a chi legge come sta pensando: "Appare naturale chiederci", "la risposta a questo interrogativo non è semplice". Francesco De Fazio dell'Orazio Flacco di Bari dissemina il suo testo di segni indicatori del percorso logico, che si richiamano uno con l'altro come quelli dei sentieri di montagna, così il lettore non si perde: "è vero che", "tuttavia", "a questo punto è utile precisare". Terza regola: fai risparmiare fatica a chi ti legge, prendilo per mano.
Tutti questi ragazzi non hanno semplicemente studiato di più. Non hanno solo accantonato nozioni. Sono riusciti a impossessarsi di uno strumento di comunicazione. Sanno a chi parlano, e sanno come parlargli. Questa è una materia che non troverete nei programmi scolastici. Nessuno insegna agli studenti che sapere è soprattutto saper dire. Come hanno fatto? Buoni insegnanti? O famiglie colte alle spalle? Il grande muro che faceva arrabbiare don Milani esiste ancora. Non passa più solo fra le classi sociali, attraversa paradossalmente il territorio di questa età sovracomunicante: passare le giornate a scrivere messaggi non significa saperne dominare l'efficacia. Ma neanche essere stupidi. Fra i somari, è statisticamente certo, ci sono intelligenze vivaci ma compresse in una gabbia di impotenza. Sono risorse sprecate. Nel suo Potere alle parole, in uscita da Einaudi, la sociolinguista Vera Gheno spiegherà che la lingua italiana è come una Maserati parcheggiata in garage da guidatori che non sanno avviarne il motore.
I bravissimi, viceversa, non è detto che siano i migliori, ma sanno girare la chiavetta, e hanno il navigatore. Sicuramente sarà fra loro che, nel bene e nel male, la società recluterà i prossimi detentori di potere. Potere sugli altri, quelli rimasti senza parole.
Sì, esistono anche i bravi. Dall'altro capo della scala che affonda nell'analfabetismo funzionale un terzo degli studenti italiani, ci sono quelli del 100 con lode. I professori dell'Invalsi potrebbero tentare un test spietato: far leggere i loro temi a quelli degli ultimi banchi, per misurare un baratro che non è soltanto culturale, è immediatamente sociale, ed è anche un gigantesco problema politico. Abbiamo chiesto a un campione di primi della classe di questa tornata d'esami di passarci il loro tema di maturità, magari ricostruendolo a memoria. Cosa scopriamo? Forse che dobbiamo liberarci dello stereotipo del secchione. Sapere tutto a memoria, come un registratore, non basta. Leggendo questi temi, scordiamoci i contenuti. Sì, quelli impressionano i prof, ma c'è un imbuto in cui qualsiasi nozione deve passare, ed è la capacità di spiegarsi, scrivere, capire e farsi capire. I nuovi analfabeti non sono banali ignoranti, sono incomunicanti, in emissione e ricezione. E i bravi non sono enciclopedie: sono padroni della relazione verbale. Ecco cosa hanno di più, e come lo usano.
Prima di tutto: il lessico. L'operaio conosce trecento parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone, recitava un lungo titolo di Dario Fo. Nel suo svolgimento del tema sull'arte, Claudia Morbidini del Parini di Milano usa a piene mani termini come sepolcrale, contemplazione, distopico, dialettico. Sa che i prof capiscono queste parole e non le spiega: è un ammiccamento, un "ci capiamo". Sembra di leggere perfino qualche ironia nell'uso di certe formule un po' professorali, "a tal proposito", "più addietro". Un ateneo americano studiò un software che premiasse gli studenti che usano parole lunghe, quasi sempre le più complesse. Prima regola: dare alla scuola quello che ti chiede.
Poi, la sintassi. Arianna Scarone del Fermi di Genova usa frasi brevi. Mette molti punti. Pochi incisi. Mette il soggetto prima e il complemento poi. Frasi semplici, icastiche. "L'umanità ha fatto la sua scelta, quella di non scegliere". La sa più lunga degli autori dei testi scolastici che ha studiato: chiedetelo a Luisa Carrada, che per Zanichelli ha scritto diversi manuali di stile, quanto sia difficile convincere i professori a scrivere frasi di meno di cinque righe con almeno tre livelli di subordinate. Seconda regola: stupiscili per essere più efficace di loro.
Poi, importantissima, la struttura del testo. Francesco Giovanni Liotta dell'Einstein di Palermo affronta la traccia dal Giorno della civetta di Leonardo Sciascia come un chirurgo: prima apre il testo, poi lo seziona e lo esamina, lo divide, poi lo incide, asporta e corregge, poi chiude la ferita. Ogni passaggio dell'operazione ha i suoi marcatori logici: "come si evince da", "a questo punto si potrebbe obiettare che", "ma bisogna tener conto di".
Anche Elena Gado, del Volta di Milano, nel suo tema sulla traccia "L'illusione della conoscenza", spiega a chi legge come sta pensando: "Appare naturale chiederci", "la risposta a questo interrogativo non è semplice". Francesco De Fazio dell'Orazio Flacco di Bari dissemina il suo testo di segni indicatori del percorso logico, che si richiamano uno con l'altro come quelli dei sentieri di montagna, così il lettore non si perde: "è vero che", "tuttavia", "a questo punto è utile precisare". Terza regola: fai risparmiare fatica a chi ti legge, prendilo per mano.
Tutti questi ragazzi non hanno semplicemente studiato di più. Non hanno solo accantonato nozioni. Sono riusciti a impossessarsi di uno strumento di comunicazione. Sanno a chi parlano, e sanno come parlargli. Questa è una materia che non troverete nei programmi scolastici. Nessuno insegna agli studenti che sapere è soprattutto saper dire. Come hanno fatto? Buoni insegnanti? O famiglie colte alle spalle? Il grande muro che faceva arrabbiare don Milani esiste ancora. Non passa più solo fra le classi sociali, attraversa paradossalmente il territorio di questa età sovracomunicante: passare le giornate a scrivere messaggi non significa saperne dominare l'efficacia. Ma neanche essere stupidi. Fra i somari, è statisticamente certo, ci sono intelligenze vivaci ma compresse in una gabbia di impotenza. Sono risorse sprecate. Nel suo Potere alle parole, in uscita da Einaudi, la sociolinguista Vera Gheno spiegherà che la lingua italiana è come una Maserati parcheggiata in garage da guidatori che non sanno avviarne il motore.
I bravissimi, viceversa, non è detto che siano i migliori, ma sanno girare la chiavetta, e hanno il navigatore. Sicuramente sarà fra loro che, nel bene e nel male, la società recluterà i prossimi detentori di potere. Potere sugli altri, quelli rimasti senza parole.