"Mia madre Anna Marchesini, una maestra di entusiasmo"
di RODOLFO DI GIAMMARCO
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A tre anni dalla scomparsa dell'attrice parla la figlia Virginia, 26 anni. "Mi ha lasciato le sue risate e la confessione che non mi voleva perfetta"
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«Mia madre mi ha lasciato l’entusiasmo, che lei sapeva riservare ad alcune amicizie. M’ha regalato l’esclusiva delle sue risate. La confessione che non mi voleva perfetta». Virginia Marchesini, 26 anni è la figlia di Anna Marchesini, geniale autrice, attrice e scrittrice amata da più generazioni di italiani, scomparsa esattamente tre anni fa, il 30 luglio 2016. Per la prima volta parliamo di sua madre con lei, laureata e ora alle prese con una specializzazione in Lettere e Filosofia a La Sapienza, scrittrice e poetessa. Ricorda la madre con i versi di Annarella, una poesia composta di recente. La incontriamo nella casa dove è nata, a Roma.
Virginia, cosa le ha trasmesso Anna Marchesini?
«Mi ha dato praticamente tutto. Mi ha fatto nascere, crescere, sorridere, mi ha coinvolta in attenzioni, scoperte, vacanze, tuffi, abbracci, discussioni. M’ha educato alla moralità, alla lettura. Lei passava da Pirandello a Proust, …
«Mia madre mi ha lasciato l’entusiasmo, che lei sapeva riservare ad alcune amicizie. M’ha regalato l’esclusiva delle sue risate. La confessione che non mi voleva perfetta». Virginia Marchesini, 26 anni è la figlia di Anna Marchesini, geniale autrice, attrice e scrittrice amata da più generazioni di italiani, scomparsa esattamente tre anni fa, il 30 luglio 2016. Per la prima volta parliamo di sua madre con lei, laureata e ora alle prese con una specializzazione in Lettere e Filosofia a La Sapienza, scrittrice e poetessa. Ricorda la madre con i versi di Annarella, una poesia composta di recente. La incontriamo nella casa dove è nata, a Roma.
Virginia, cosa le ha trasmesso Anna Marchesini?
«Mi ha dato praticamente tutto. Mi ha fatto nascere, crescere, sorridere, mi ha coinvolta in attenzioni, scoperte, vacanze, tuffi, abbracci, discussioni. M’ha educato alla moralità, alla lettura. Lei passava da Pirandello a Proust, ma era attenta anche ai copioni dei suoi allievi d’Accademia. Era bello, vederla coi suoi studenti. In genere aveva una voce flautata, lasciava che gli altri si sfogassero e poi, calma, manifestando un pensiero, faceva capire tutto con uno sguardo».
Anna Marchesini con sua figlia Virginia
In che modo le ha contagiato la passione per la scrittura?
«Mi correggeva le virgole. Rammentava che se non si legge non si scrive. Mi consigliava il silenzio, il raccoglimento creativo. Poi quando avevo quattro anni e le dicevo una frase poetica in macchina, lei frenava, s’accostava e prendeva nota su un carnet. A sei anni ho compilato un bloc-notes da sola, e a quindici ho cominciato a usare un computer. Se lei mi criticava ci rimanevo un po’ male ma ero tenace e mi sforzavo di capire. Mi ispiravano le gioie, i dolori, le emozioni. Un giorno mi disse che la mia fantasia le dava i brividi. Componevo per lei, era il centro della mia vita. La consideravo la mia gemella. Per una cultura in comune ci vestivamo anche un po’ simili, e lei mi portava all’estero in Olanda, Andalusia, a Parigi, Vienna, Praga. Adoravamo il mare della Sardegna, mettevamo insieme i nostri compleanni, il mio del 14 novembre e il suo del 19 novembre. La seguivo per la presentazione dei suoi libri in teatri e librerie».
Lei sarà stata anche spettatrice più volte degli spettacoli di Anna.
«Come no. In prima fila. Prima della rappresentazione voleva un bacio perché le portava bene. Anche in tv, ospite del programma di Fabio Fazio. Nei momenti di malinconia sdrammatizzava, rideva, imitava i suoi stessi personaggi, emanava buonumore. Fin dai tempi del Trio era una stakanovista, capace di mettere una musica e ballare, magari cantando, aveva un repertorio italiano e straniero. Rifaceva Renato Zero, erano amici, Mannoia, De Gregori, Fossati, Battiato, Branduardi. In Sardegna danzava la tarantella, i balli cubani. Era bravissima, Per merito suo mi sveglio con la musica, apro come lei la finestra e guardo il sole, e di notte la luna. Lei fissava il cielo».
Lei, Virginia, era la prima ascoltatrice o lettrice dei testi di sua madre.
«Sì, mi invitava a leggerli. Io ho un altro stile ma con La cameriera secca, con le battute della Cecata, di Merope la sessuologa o di Amalia la fattucchiera, o de “La cerimonia del massaggio” morivo dalle risate».
Caratterialmente qual è stata l’influenza di sua madre?
«Mi ha dato grinta, riservatezza, gusto, essenzialità, umanità. M’ha convinta che se tutti facessero il bene dell’ambiente, la società ne guadagnerebbe molto. Io grazie a lei amo condividere, non ho chiusure mentali, non sento la fissa del tempo e la fretta dei telefonini».
Cosa le ha lasciato?
«L’entusiasmo, le sue risate. La vocazione per la psicologia, ho appena dato un esame di sciamanesimo. Il bisogno di dire dei “no”, perché i troppi “sì” rovinano. La regola che al mondo ci si deve difendere da soli. Il prendere sonno sfogliando i racconti di Pirandello che lei mi leggeva per la buonanotte. Il fatto di poterla oggi salutare dentro uno specchio. Però come Virginia, e non come “figlia della Marchesini”. Col desiderio di pubblicare un giorno i miei versi, intitolati magari “Poesie d’oltreoceano d’una giovane ragazza”».
Escludendo un libro su Anna Marchesini?
«Sul fenomeno professionale di mia madre? Perché no? Concentrandomi, senza urgenza, abbassando i rumori della vita. In perfetto silenzio. Allora sì».