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Pietro, 18 anni 

Pietro, cacciato dal lido solo perché nero: “Tira un vento razzista”

Parla il 18enne italiano escluso dallo stabilimento di Chioggia poi chiuso: “Mi hanno detto: tu qui non entri. Sembrava uno scherzo, ma era vero”
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Pietro ha la pelle color ebano e gli occhi scuri come il caffè ma la "zeta" della sua parlata è di quelle rinforzate che si trovano in questo angolo della provincia di Rovigo, a due passi dal delta del Po. Pietro, 18 anni, ha origini etiopi e abita ad Adria. È stato adottato una decina d'anni fa. Silvano, agricoltore con le mani forti, e la moglie Claudia Luigia, informatore farmaceutico, hanno fatto un viaggio in Etiopia e si sono portati a casa lui e la sorellina. Pietro ora è un tipo alla Lenny Kravitz, con l'orecchino col brillante e la catena d'oro al collo. È un calciatore, anche. Fino a due anni fa giocava nelle giovanili della Spal. È reduce da un periodo trascorso in California, dove ha giocato a calcio e studiato. Il sorriso l'ha perso al suo ritorno in Veneto, venti giorni fa. Era il 21 luglio, una domenica sera. Con altri due amici si è presentato ai bagni Cayo Blanco di Chioggia per una festa seral…
Pietro ha la pelle color ebano e gli occhi scuri come il caffè ma la "zeta" della sua parlata è di quelle rinforzate che si trovano in questo angolo della provincia di Rovigo, a due passi dal delta del Po. Pietro, 18 anni, ha origini etiopi e abita ad Adria. È stato adottato una decina d'anni fa. Silvano, agricoltore con le mani forti, e la moglie Claudia Luigia, informatore farmaceutico, hanno fatto un viaggio in Etiopia e si sono portati a casa lui e la sorellina. Pietro ora è un tipo alla Lenny Kravitz, con l'orecchino col brillante e la catena d'oro al collo. È un calciatore, anche. Fino a due anni fa giocava nelle giovanili della Spal. È reduce da un periodo trascorso in California, dove ha giocato a calcio e studiato. Il sorriso l'ha perso al suo ritorno in Veneto, venti giorni fa. Era il 21 luglio, una domenica sera. Con altri due amici si è presentato ai bagni Cayo Blanco di Chioggia per una festa serale in spiaggia. "I miei amici hanno fatto vedere i documenti ai buttafuori all'ingresso e sono entrati, io no. Mi hanno detto che non serviva che gli mostrassi la carta d'identità perché lì, in ogni caso, gli africani non entrano. Credevo stessero scherzando, purtroppo era tutto vero". Per questo e per altri episodi simili il questore di Venezia Maurizio Masciopinto ha sanzionato lo stabilimento con la chiusura di due settimane.

Dunque c'era la fila di gente all'ingresso, arrivano a lei e le vietano di entrare?
"C'erano una marea di ragazzi e ragazze per quell'aperitivo in spiaggia. Io inizialmente mi sono messo a ridere ma l'addetto al filtraggio mi ha detto che erano ordini che arrivavano dall'alto. Mi ha invitato a osservare un angolino dell'ingresso. C'erano altri due come me, con la pelle nera. Anche loro erano stati respinti".

A quel punto cos'ha fatto?
"Mi sono avvicinato a loro e gli ho chiesto se ciò a cui stavo assistendo era vero. Loro, mestamente, hanno confermato. Quindi ho chiamato mia madre, ho chiesto aiuto a lei".

E sua madre?
"Prima ha tentato di parlare con i buttafuori al telefono ma loro si sono rifiutati di rispondere. E così lei è venuta fino a lì".

È riuscita a risolvere qualcosa?
"No. Continuavano a ripetere che hanno ricevuto ordini dall'alto. Facevano riferimento a un fatto successo qualche mese prima, il furto di alcune borsette a opera di ragazzi africani. Continuavano a indicare il cartello con cui si avvisano i clienti che c'è selezione all'ingresso".

Tutto questo con la gente intorno che osservava?
"È davvero terribile sentirsi diverso. Forse è stata la prima volta in vita mia. Anche nel mondo del calcio c'è stato qualche episodio ma quello più che altro era bullismo tra compagni di squadra. Questo era proprio un problema di colore della pelle".

Com'è finita la serata?
"Siamo andati dai carabinieri di a denunciare l'accaduto e con il mio avvocato Barnaba Busatto abbiamo presentato una querela per violenza privata aggravata da motivi razziali".

Ha superato lo shock?
"Se l'ho superato è solo grazie all'amore della gente che mi sta vicino. L'amore dei miei amici, che hanno rinunciato all'aperitivo e sono usciti da quel locale per essere solidali con me. E poi l'amore dei miei genitori, che mi hanno dato coraggio nonostante le mie certezze iniziassero a vacillare".

La chiusura di 15 giorni secondo lei è sufficiente?
"Spero che sia un messaggio per l'Italia intera. Spero faccia capire quanto è grave una discriminazione come quella che ho subito io".

Si sente di dire qualcosa?
"Voglio fare un appello, rivolto a tutti i ragazzi come me: andate dalle forze dell'ordine e denunciate questi soprusi. Non rimanete in silenzio. Io sono stato ascoltato e capito".

E al gestore del Cayo Blanco cosa direbbe?
"Gli porgerei la mano, senza rancore. Gli direi di pensare bene a ciò che ha fatto. E se lui mi chiedesse scusa, ecco, gradirei".