L’Inquilino dell’ufficio s.
Luca d'Andrea , di LUCA D'ANDREAIl capitolo 2 del giallo a puntate di Luca D'Andrea "L'animale più pericoloso", ogni giorno su "Repubblica" fino al 25 agosto. Dora ha tredici anni, uno zaino in spalla e sa che l’amore è come la danza delle aquile: strano, pericoloso e per sempre. Il cadavere ha un proiettile nello stomaco e uno in testa. I genitori di Dora sono naufraghi: la caserma dei carabinieri di San Candido è l’unico approdo possibile, ma il “tic- tic-tic” dell’Ufficio s. sembra il timer di una bomba
L’angoscia dei naufraghi trasformava ogni parola in un atto di impotenza. Toccava a chi stava dalla parte giusta della scrivania ricostruire una logica in ciò che raccontavano. Loro era già tanto che respirassero.
Arrivato al termine della deposizione il maresciallo Fanti lasciò soli i genitori di Dora. Provò inutilmente a contattare il capitano Orlandi, quindi chiamò il tribunale dei minori. La Pm si chiamava Elena Pellegrini. A lei Fanti lasciò un messaggio in segreteria. Prese fiato, cercò di scacciare dalle orecchie il tic-tic-tic dell’ufficio scartoffie, indossò il suo sorriso più rassicurante e rientrò nell’aria fetida della sala colloqui. L’angoscia ha un odore tutto suo. Metallo, soprattutto.
– Sta arrivando la dottoressa Pellegrini del tribunale dei minori. Sarà lei a decidere le prossime mosse.
– Decidere? – ripeté come istupidito il padre di Dor…
Arrivato al termine della deposizione il maresciallo Fanti lasciò soli i genitori di Dora. Provò inutilmente a contattare il capitano Orlandi, quindi chiamò il tribunale dei minori. La Pm si chiamava Elena Pellegrini. A lei Fanti lasciò un messaggio in segreteria. Prese fiato, cercò di scacciare dalle orecchie il tic-tic-tic dell’ufficio scartoffie, indossò il suo sorriso più rassicurante e rientrò nell’aria fetida della sala colloqui. L’angoscia ha un odore tutto suo. Metallo, soprattutto.
– Sta arrivando la dottoressa Pellegrini del tribunale dei minori. Sarà lei a decidere le prossime mosse.
– Decidere? – ripeté come istupidito il padre di Dor…
L’angoscia dei naufraghi trasformava ogni parola in un atto di impotenza. Toccava a chi stava dalla parte giusta della scrivania ricostruire una logica in ciò che raccontavano. Loro era già tanto che respirassero.
Arrivato al termine della deposizione il maresciallo Fanti lasciò soli i genitori di Dora. Provò inutilmente a contattare il capitano Orlandi, quindi chiamò il tribunale dei minori. La Pm si chiamava Elena Pellegrini. A lei Fanti lasciò un messaggio in segreteria. Prese fiato, cercò di scacciare dalle orecchie il tic-tic-tic dell’ufficio scartoffie, indossò il suo sorriso più rassicurante e rientrò nell’aria fetida della sala colloqui. L’angoscia ha un odore tutto suo. Metallo, soprattutto.
– Sta arrivando la dottoressa Pellegrini del tribunale dei minori. Sarà lei a decidere le prossime mosse.
– Decidere? – ripeté come istupidito il padre di Dora, Matthias Holler. – Cosa c’è da decidere? Dobbiamo…
Matthias Holler era nel direttivo del Soccorso Alpino di Sesto. Fanti l’aveva incrociato un paio di volte. Un cowboy delle montagne col mento volitivo e la battuta pronta. Di quel Matthias Holler non restava che il guscio. Fanti cercò di non provare pena. Lui era quello seduto dalla parte giusta della scrivania.
– Dobbiamo fare un po’ d’ordine per spiegare in modo chiaro le cose alla dottoressa. Capisce, signor Holler?
No, l’uomo non capiva, glielo si leggeva in faccia. – Ci vogliono i cani. E i volontari. Vigili del fuoco, protezione civile. Freiwillige. Tutti i Freiwillige disponibili. E i cani. I cani sono…
– Dora ha lasciato casa con uno zaino, gli scarponi da montagna, una cartina, diverse provviste e l’idea di andare a salvare una lince. Fin qui ho capito bene?
– Non una lince, un nido di lince. In Val Fiscalina. È andata lì, ne sono sicuro. Se ci sbrighiamo…
– Torniamo al 16 aprile, per favore?
Gli occhi del padre di Dora si fecero più attenti, forse perché parlare del proprio lavoro significava abbandonare per un po’ la sofferenza del presente.
– Una coppia di scalatori. Uno dei due era scivolato e si era rotto il femore. Una brutta frattura. Il compagno di cordata non riusciva a darci le coordinate precise. In fondo alla Val Fiscalina, diceva.
– Un po’ vago, – commentò il maresciallo spiegando sulla scrivania la cartina della zona.
Matthias Holler scosse le spalle. – Shock. È sempre così. Nel giro di cinque minuti eravamo in volo e dopo dieci li abbiamo visti, incrodati su una cengia stretta, esposta ai venti. Abbiamo verricellato il medico, che ci ha comunicato che non c’era pericolo di emorragia. Avevamo il tempo per preparare il ferito senza dover fare le corse, così siamo atterrati su una cima poco distante perché l’elicottero smuove aria e sassi ed è meglio essere prudenti. E qui abbiamo visto la lince –. L’uomo indicò un luogo preciso sulla mappa. – Una femmina. Ho scattato un paio di foto perché sapevo che a… che a mia figlia avrebbe fatto piacere… io… Sono stato così stupido, così stupido!
– Il nido, – lo incalzò Fanti, – l’avete visto subito o quando avete ripreso il volo?
Un colpo di tosse. – Dopo, in volo. Il territorio di una lince può arrivare a quattrocento chilometri quadrati ed è raro vedere un nido, ma con il ferito a bordo non c’era il tempo di fotografarlo. Però la zona è questa, ne sono certo.
– E l’ha detto a Dora.
– Ho fatto di peggio, maresciallo.
***
I fari allestiti dai vigili del fuoco illuminavano il Renault, la macchia di pino mugo, i carabinieri e i tecnici di una luce cruda che feriva gli occhi.
Orlandi si godeva la scena. Quella era la Macchina e lui adorava la Macchina. Come diceva sempre: «Loro vogliono tutto e subito, noi abbiamo pazienza. Loro sono soli, perché non possono fidarsi di nessuno, noi siamo parte l’uno dell’altro. Noi siamo gli ingranaggi della Macchina. E la Macchina vince sempre».
Quello che il capitano Orlandi non aggiungeva era che in pochi potevano azionare le leve della Macchina. I migliori. Come lui. Non era un giudizio dettato dalla vanità. Dall’inizio dell’anno c’erano stati quattro omicidi nella sua giurisdizione. Tre degli assassini li aveva arrestati nel giro di ventiquattr’ore, il quarto si era presentato con un avvocato dopo dodici, ed era il suo sospettato.
Entro la fine dell’anno Orlandi sarebbe stato promosso maggiore e avrebbe inoltrato domanda di trasferimento. Roma. Aveva le idee chiare sul proprio futuro. Sua moglie non era d’accordo, diceva che l’Alto Adige era un bel posto in cui crescere i gemelli, perché non si limitava a puntare alla poltrona del generale Leoni? Comandare la Legione Trentino Alto Adige non era abbastanza per lui?
Chiara era una madre d’oro e, nonostante la gravidanza e il tempo che passava, era ancora impossibile staccarle gli occhi di dosso, ma mancava di ambizione. Orlandi voleva arrivare ai vertici. Voleva i palazzi del potere. Non voleva essere parte della Macchina, Orlandi voleva guidare la Macchina. E la buona riuscita dei suoi progetti passava per l’uomo che scese da un’Audi grigia e gli si fece incontro. Il Pm Baldini.
La mano di Baldini era umida; Orlandi nascose il disgusto dietro a un sorriso. Baldini era un concentrato di tutto ciò che il capitano detestava. Molle, indeciso, senza spina dorsale. Per questo gli riservava sempre il migliore dei sorrisi: Baldini era l’uomo perfetto per la sua scalata al successo. Non uno di quei magistrati che si credevano degli Sherlock Holmes, ma un burocrate che era arrivato dove era arrivato lasciando fare il lavoro a gente come lui. Orlandi sapeva già in che modo sarebbe finita la conversazione. La solita battuta: «Carta bianca e buona fortuna, capitano».
– Conosciamo l’identità della vittima?
– Non ancora, ma l’autocarro ha targa austriaca e lo stesso logo della tuta da lavoro indossata dal cadavere. Ho chiamato i colleghi d’oltreconfine. Il simbolo è quello di una specie di parco-zoo nei pressi di Lienz. Dölsach, per la precisione. Nelle prossime ore ne sapremo di più.
– Quanti chilometri sono?
– Prego?
– Da qui a questo zoo.
– Una cinquantina. Ottanta al massimo.
Baldini si guardò attorno. – Che dice Tamanin?
– Il quadro è questo: sono stati sparati quattro colpi, probabilmente .308 Winchester, munizioni comuni per la caccia al cervo. Uno ha colpito al ventre la vittima, che si è trascinata fuori dall’abitacolo e ha cercato rifugio in quella macchia di pino mugo, – indicò il luogo in cui il dottor Tamanin, riconoscibile perché era l’unico del Nucleo Scientifico a non indossare la pettorina, stava parlottando con altri tecnici, – dove è stato freddato con un colpo alla testa da distanza ravvicinata. Nove millimetri.
– Impronte? Tracce? Bossoli?
– Solo quello della pistola. Per il resto, citando il dottor Tamanin: questa scena è un casino.
Baldini sospirò. – E quando mai non lo è, capitano? Qualsiasi cosa non esiti a contattarmi. Ha carta bianca, buona fortuna.
– Grazie della fiducia, dottore.
Baldini fece per tornare all’Audi, poi si voltò. – E per la bambina? Come pensa di procedere?
– Quale bambina?
– La Pellegrini non l’ha informata?
***
– Dora è più consapevole della maggior parte delle sue coetanee. E testarda, molto. È diventata vegetariana, anche se questo ha creato qualche…
– Malumore? È un’adolescente, – fece il maresciallo, conciliante. – Anche mio figlio scattava per niente a quell’età. Me la descriva, che tipo è?
– Dora… – fu la donna minuta a rispondere. – Aveva nove anni. Trovò un gufo con un’ala spezzata. Quando arrivò a casa era coperta di graffi e beccate, sanguinava, ma non si lamentò nemmeno una volta. Portammo il gufo al Centro protezione volatili. Alla fine dell’intervento, i veterinari lo misero in una gabbia e Dora diede in escandescenze. Non l’avevamo mai vista comportarsi in quella maniera. Ci crede? Ci spaventò. Una bambina di nove anni. La nostra piccola Dora è una guerriera, capisce?
Matthias Holler si sfregò il viso con forza, come volesse cancellare le lacrime che non smettevano di annebbiargli la vista. – Quando le ho spiegato che lì, dove la lince aveva il nido, nel giro di un anno sarebbe stato costruito un impianto di risalita, mi ha chiesto cosa ne sarebbe stato degli animali e io le ho spiegato la prassi. La lince sarebbe stata catturata, sedata, e insieme ai suoi cuccioli portata in un luogo sicuro dove potesse svezzarli. Poi sarebbe stata reinserita nel suo ambiente naturale.
– E Dora?
– Ha detto che era una cattiveria…
– Merdata, ha detto merdata, – mormorò Elisabeth Holler stringendo la mano del marito.
– … mettere una lince in gabbia. Io le ho spiegato che la funivia era importante. Che senza turismo non ci sarebbe stato il parco naturale e senza il parco le persone sarebbero tornate a sparare a qualsiasi cosa si muovesse. Che il mondo funziona così. E che quelle… che quelle non erano faccende da tredicenni.
***
Una bambina scappata di casa. E la Pellegrini. Della Pellegrini, Orlandi ricordava tre cose. Che l’aveva desiderata sin dal primo momento, due anni prima, quando lei era arrivata alla procura di Bolzano e Chiara era incinta dei gemelli. Che al momento dell’orgasmo si aggrappava alle lenzuola con entrambe le mani, stringendole a pugno. E che, dopo quell’unico episodio, era stata lei a troncare.
– Capitano –. Il dottor Tamanin, cinquantotto anni e il colorito di chi passava troppe ore al chiuso, si sfilò i guanti e ribadì: – È un casino.
– Salti la parte in cui mette le mani avanti per non fare figuracce in tribunale.
Tamanin indicò il Renault. – Voglio essere chiaro. Sa a cosa serve quell’affare? Se ho un animale che inizia a sbavare e a mordere, gli faccio un prelievo del sangue e lo mando in laboratorio. Se un altro muore senza spiegazione, mando la carcassa in laboratorio. Se trovo strani insetti nelle sue feci, li mando in laboratorio insieme alla merda. E sa come ce li mando? Usando questo tipo di mezzo. Quell’autocarro è una possibile bomba biologica su ruote e io non ho l’attrezzatura per…
– Impronte?
– Ma è sordo, capitano?
– Dottore, – sbottò Orlandi, e parecchi fra i presenti si voltarono. – C’è qualcosa di concreto che può dirmi o è meglio che prepari una lettera di dimissioni?
– Glielo sconsiglio, – fece Tamanin, con un guizzo di malizia. – Questa è una di quelle faccende che finiscono in tv, e lei è molto telegenico. Mi serve il permesso di trasferire il cada…
– Permesso accordato. Ma il Renault lo voglio a San Candido.
– L’attrezzatura…
– Se la faccia portare. È congedato.
Il capitano Orlandi ripensò ai pugni della Pellegrini stretti alle lenzuola, ai suoi capelli sparsi sul cuscino. Neri come la notte. Pensò al cadavere. Pensò alla Macchina. Giocherellando con l’anello nuziale pensò ai gemelli, che sicuramente stavano già dormendo. Mandò un sms a Chiara dicendole di non aspettarlo alzata e lei rispose con un prevedibile: «Prendili tutti, mio capitano!»
Ordinò a Terlizzi di preparare un Renegade. Era tempo di tornare alla stazione.
***
Non era la prima volta che Melan incrociava l’Inquilino dell’ufficio scartoffie, ma era la prima volta che era costretto a parlarci. Quel tipo, secco come un colpo di manganello e dallo sguardo come filo spinato, gli dava la stessa sensazione di quando imbocchi una curva e ti rendi conto che il ghiaccio sta per fregarti.
L’Inquilino alzò la testa dal computer: – Altro da aggiungere?
– Credo di no, capitano.
– Viktor. Domani rileggi e firmi, okay?
– Viktor, certo. D’accordo. Grazie.
L’uomo pigiò un paio di tasti e si stiracchiò. – Era il tuo primo cadavere, recluta?
– Sì, sign… Viktor.
– Quanto brutto?
Melan ripensò al sangue, ai frammenti di cranio e alla materia cerebrale sparsa intorno, alle mosche verdi e grasse, alle formiche, all’espressione sulla metà del viso della vittima che ancora poteva avere un’espressione, e… – Abbastanza.
– Questa notte avrai gli incubi, – disse l’Inquilino. – E anche domani. E se fai bene il tuo mestiere avrai gli incubi ogni volta che vedrai dei cadaveri. Però non prendertela con loro.
– Con gli incubi?
La donna entrò senza bussare. I capelli talmente scuri da avere riflessi blu, raccolti in una coda, un abito castigato che le stava alla perfezione, un filo di trucco, un telefonino brandito come un’arma e le iridi così chiare da sembrare bianche che scintillavano di rabbia. – Chi cazzo siete e che cazzo state facendo?
Il carabiniere saltò in piedi sull’attenti, rosso in viso. – Carabiniere scelto Melan.
– E lei?
L’Inquilino intrecciò le mani dietro alla nuca. – Io sono Viktor. Quello che compila le scartoffie.
– Viktor che compila le scartoffie e il carabiniere scelto Melan, – scandì la Pellegrini. – C’è una ragazzina scomparsa e voi siete qui a perdere tempo con i verbali?
L’Inquilino non si scompose. – C’è anche un morto in zona Geiger, nove millimetri in testa e .308 nello stomaco. Non gliel’hanno detto?
– Quindi Viktor delle scartoffie è quello simpatico. E lei, Melan? Che scusa ha, lei?
– Ero lì, ho visto…
La donna alzò la mano per zittirlo. – Dobbiamo fare un sopralluogo, – ordinò, voltando loro le spalle. – Alzate il culo e seguitemi. Adesso.
***
Per quanto fosse convinta del contrario, la ragazza-bruco non era invisibile. Nel giro di mezz’ora il maresciallo Fanti aveva sentito al telefono una dozzina di persone che ricordava di averla vista durante le prime fasi della sua fuga.
La signora Kircher rammentava l’ora in cui la ragazzina con le trecce era passata davanti al suo esercizio. Uno dei dipendenti della Volksbank era certo di averla scorta con lo zaino in spalla. Il parroco di Sesto, don Flavio, che all’anagrafe faceva Mamadu ed era senegalese, riferì di aver notato che si avviava verso il ponte di legno mentre lui si stava prendendo cura dei fiori del cimitero.
Finito il giro di telefonate, Fanti controllò per l’ennesima volta la cartina. La zona del nido della lince non era enorme, ma era un terreno difficile. C’erano crepacci, seracchi e, prima di arrivare in quota, bisognava superare una foresta bella fitta. Questo avrebbe limitato la velocità delle squadre di ricerca e impedito la visuale degli elicotteri. In più c’erano almeno quattro itinerari diversi che la fuggitiva avrebbe potuto percorrere per raggiungere la sua meta. Tuttavia la ragazzina non era la prima adolescente che scappava di casa. Avrebbe passato la notte all’addiaccio, poi sarebbero arrivati i sensi di colpa. I sensi di colpa avrebbero fatto il loro bravo lavoro e Dora sarebbe tornata a casa. Bisognava avere pazienza. E Fanti doveva prepararsi ad averne una bella scorta per spiegare al capitano Orlandi, la cui voce rimbombava nel corridoio, che la dottoressa Pellegrini aveva sequestrato (col capitano avrebbe usato un termine meno rude, perché Fanti era quello che mediava sempre) i genitori della ragazzina, il carabiniere scelto Melan e, peggio ancora, l’Inquilino dell’ufficio s. per fare un sopralluogo a casa della piccola.
***
L’abitazione degli Holler era identica a quella di tante altre famiglie della zona. Mobili in legno massiccio, gerani alle finestre e bidoni della differenziata fuori dalla porta. Ordinata, ma con una punta di confusione all’interno che metteva allegria. La dottoressa Pellegrini, con la scusa di un caffè, interrogò nuovamente i genitori di Dora nella cucina dell’appartamento, mentre il carabiniere scelto Melan e l’Inquilino dell’ufficio s. davano un’occhiata alla stanza della ragazzina.
– Prima volta?
Melan annuì.
– È facile. Dimmi solo cosa vedi.
– Poster, libri. Pupazzi. Solita roba.
– Davvero? – Martini tirò fuori il cellulare e iniziò a scattare fotografie. – Ti presento la dottoressa Dian Fossey, la donna abbracciata al gorilla nel poster. Quanti tredicenni sanno chi è Dian Fossey? Altri poster: Greenpeace, WWF, Earth First. Sulla fissa per l’ecologia, i genitori non hanno mentito.
– Perché dovrebbero raccontare bugie?
L’Inquilino non rispose. – Mappe, manca la numero 10: Dolomiti di Sesto. La fuga era premeditata e la ragazzina non è scema, si è portata dietro anche il telefonino. La madre ha detto che è spento. La Pellegrini ha provato a chiamare, e anche su questo non…
– Ma perché, – insistette Melan, – i genitori dovrebbero mentirci?
Martini lo fissò, inespressivo. – Un uomo entra in caserma. Piange, si dispera. Sua figlia è fuggita di casa. Ha sedici anni e lui sospetta che faccia uso di stupefacenti. Racconta del fidanzato, non sa il suo nome, dice che è uno che bazzica giri poco puliti. Brutta storia. Facciamo i controlli di routine: la figlia di quell’uomo ha sette mesi. Abbiamo trovato la moglie nella vasca da bagno, la neonata nel lettino. La moglie voleva divorziare, la bambina piangeva troppo.
– Cazzo.
Martini tornò a guardarsi attorno. – Perché Dora ha il cellulare spento?
– Perché, – disse Melan, frastornato, – non vuole sentire la voce di sua madre. È arrabbiata e…
– Suo padre è nel direttivo del soccorso alpino. I cellulari servono per chiamare aiuto. Dora non vuole scaricare le batterie. Infilati i guanti e apri l’armadio.
– Vestiti.
– Un vestito non è solo un vestito, – con la sua entrata la dottoressa Pellegrini fece sussultare il carabiniere scelto. – È un pezzo di identità. Altrimenti perché ti manderebbero in giro in divisa? – La Pm indossò i guanti e prese a frugare nell’armadio. – Gli abiti più consumati, cioè i suoi preferiti, sono di una o due taglie più larghe. Alla piccola Dora non piace il suo corpo. Tipico delle adolescenti. E il fatto che siano piegati in fondo all’armadio ci dice che sua madre cerca di spingerla a indossare qualcosa di più femminile.
La Pellegrini passò alla libreria.
– Non è certo roba per la sua età. Saggi sull’ecologia. Monografie. Martin Luther King, Che Guevara, Gandhi. Una sfilza di classici. Austen, Atwood, Borges, Emerson, Dumas, Thoreau, Edward Abbey. Questo mi manca.
– Un hippie luddista, – fece l’Inquilino mentre controllava la fila di Dvd, – del tipo abbattiamo le dighe, bruciamo le fabbriche e andiamo a vivere nelle caverne. In linea con i gusti della ragazzina, direi. Qui ho una collezione di «National Geographic». Niente commedie romantiche. Biografie, film tratti da storie vere. Ama la realtà, la nostra Dora. E il suo film preferito è Into the Wild. L’hai visto, recluta?
– Come fa a sapere…
Fu la Pellegrini a rispondere, indicando il poster appeso sopra la scrivania. – Il suo angelo protettore: Emile Hirsch. Nel film interpreta un certo Christopher McCandless. Uno che si mette in testa di tornare alla natura e ne paga le conseguenze.
L’Inquilino nel frattempo si rigirava fra le mani un Dvd con aria interrogativa. – L’esercito delle dodici scimmie. Un gruppo di squilibrati sparge un virus letale per punire l’umanità di tutto il male che sta facendo a Madre Terra. Un po’…
– Estremo?
– Poco realistico, per Dora.
Lo rimise a posto. Si sedette alla scrivania e aprì il portatile. Comparve una schermata con la richiesta di password. – Quali sono i tempi della squadra informatica, recluta?
– Una settimana almeno, – rispose Melan.
Prima che la Pm potesse protestare, le dita di Martini volarono sulla tastiera. Il salvaschermo si trasformò in una magnifica veduta del Rosengarten.
– Non ho mai capito perché le persone amino questa immagine. Lo sa cosa sono le Dolomiti, dottoressa?
– Montagne. Lo sa che sta compromettendo una prova?
– Le Dolomiti sono composte da tonnellate di fossili. Ovvero, tonnellate di morti. In pratica sono cimiteri.
– Come conosceva la password? – chiese Melan.
– La password è Dian Fossey, – sbuffò la Pm spazientita. – Dora è sveglia, ma ha pur sempre tredici anni: il libro sul comodino, Gorilla nella nebbia, parla di Dian Fossey, la stessa del poster sopra il letto. Un volume consumato e pieno di segnalibri. Dovrebbe essere insieme agli altri, ma Dora lo tiene accanto a sé perché Dian Fossey è la sua eroina. Melan, mi sa dire chi è quest’individuo prima che le ordini di mettergli le manette ai polsi?
– Il capitano Viktor Martini, dottoressa.
– In attesa di giudizio, – aggiunse l’Inquilino senza staccare gli occhi dallo schermo. – E comunque io sono qui perché lei mi ha ordinato di… cazzo.
La Pellegrini si precipitò accanto a Martini. Così vicina che lui poté sentirne l’odore della pelle mescolato a un profumo a base di tuberosa. Un fiore che sboccia solo al tramonto.
– Una chat, – sibilò la Pm. – Due soli partecipanti, «Dian» e «Christopher». Possiamo immaginare chi si nasconda dietro il nickname Dian, ma «Christopher» chi è?
Dora, alias «Dian», aveva cancellato tutti i messaggi tranne l’ultimo.
Un’emoticon che mandava baci.
***
Anche se la figura allampanata che sbucò dagli alberi non somigliava per niente a Emile Hirsch e di certo non aveva diciannove anni come le aveva detto in chat, Dora gli si gettò al collo.
Fu come incontrare un vecchio amico. E in un certo senso era così. Aveva tante cose da raccontargli e milioni da chiedergli. Soprattutto voleva scusarsi, perché anche lei aveva mentito sull’età facendogli credere di avere diciott’anni, ma non ebbe il tempo nemmeno di un «ciao». L’uomo si divincolò dalla stretta.
Puzzava di sudore e aveva il viso pieno di graffi, come se avesse raggiunto il luogo dell’appuntamento attraversando la foresta anziché usando i sentieri. Non portava la giacca, le sue braccia erano piene di ematomi. Le mani erano sporche di terra. Tremava e sembrava spaventato.
Ci fu solo un sorriso che fece fare le capriole al cuore di Dora, poi l’uomo, che all’inizio della loro amicizia virtuale si firmava Christopher, ma che le aveva confessato di chiamarsi Gert, le afferrò il polso e la trascinò verso il fitto del bosco. Dora non si oppose. Con lui sarebbe andata in capo al mondo.
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Arrivato al termine della deposizione il maresciallo Fanti lasciò soli i genitori di Dora. Provò inutilmente a contattare il capitano Orlandi, quindi chiamò il tribunale dei minori. La Pm si chiamava Elena Pellegrini. A lei Fanti lasciò un messaggio in segreteria. Prese fiato, cercò di scacciare dalle orecchie il tic-tic-tic dell’ufficio scartoffie, indossò il suo sorriso più rassicurante e rientrò nell’aria fetida della sala colloqui. L’angoscia ha un odore tutto suo. Metallo, soprattutto.
– Sta arrivando la dottoressa Pellegrini del tribunale dei minori. Sarà lei a decidere le prossime mosse.
– Decidere? – ripeté come istupidito il padre di Dora, Matthias Holler. – Cosa c’è da decidere? Dobbiamo…
Matthias Holler era nel direttivo del Soccorso Alpino di Sesto. Fanti l’aveva incrociato un paio di volte. Un cowboy delle montagne col mento volitivo e la battuta pronta. Di quel Matthias Holler non restava che il guscio. Fanti cercò di non provare pena. Lui era quello seduto dalla parte giusta della scrivania.
– Dobbiamo fare un po’ d’ordine per spiegare in modo chiaro le cose alla dottoressa. Capisce, signor Holler?
No, l’uomo non capiva, glielo si leggeva in faccia. – Ci vogliono i cani. E i volontari. Vigili del fuoco, protezione civile. Freiwillige. Tutti i Freiwillige disponibili. E i cani. I cani sono…
– Dora ha lasciato casa con uno zaino, gli scarponi da montagna, una cartina, diverse provviste e l’idea di andare a salvare una lince. Fin qui ho capito bene?
– Non una lince, un nido di lince. In Val Fiscalina. È andata lì, ne sono sicuro. Se ci sbrighiamo…
– Torniamo al 16 aprile, per favore?
Gli occhi del padre di Dora si fecero più attenti, forse perché parlare del proprio lavoro significava abbandonare per un po’ la sofferenza del presente.
– Una coppia di scalatori. Uno dei due era scivolato e si era rotto il femore. Una brutta frattura. Il compagno di cordata non riusciva a darci le coordinate precise. In fondo alla Val Fiscalina, diceva.
– Un po’ vago, – commentò il maresciallo spiegando sulla scrivania la cartina della zona.
Matthias Holler scosse le spalle. – Shock. È sempre così. Nel giro di cinque minuti eravamo in volo e dopo dieci li abbiamo visti, incrodati su una cengia stretta, esposta ai venti. Abbiamo verricellato il medico, che ci ha comunicato che non c’era pericolo di emorragia. Avevamo il tempo per preparare il ferito senza dover fare le corse, così siamo atterrati su una cima poco distante perché l’elicottero smuove aria e sassi ed è meglio essere prudenti. E qui abbiamo visto la lince –. L’uomo indicò un luogo preciso sulla mappa. – Una femmina. Ho scattato un paio di foto perché sapevo che a… che a mia figlia avrebbe fatto piacere… io… Sono stato così stupido, così stupido!
– Il nido, – lo incalzò Fanti, – l’avete visto subito o quando avete ripreso il volo?
Un colpo di tosse. – Dopo, in volo. Il territorio di una lince può arrivare a quattrocento chilometri quadrati ed è raro vedere un nido, ma con il ferito a bordo non c’era il tempo di fotografarlo. Però la zona è questa, ne sono certo.
– E l’ha detto a Dora.
– Ho fatto di peggio, maresciallo.
***
I fari allestiti dai vigili del fuoco illuminavano il Renault, la macchia di pino mugo, i carabinieri e i tecnici di una luce cruda che feriva gli occhi.
Orlandi si godeva la scena. Quella era la Macchina e lui adorava la Macchina. Come diceva sempre: «Loro vogliono tutto e subito, noi abbiamo pazienza. Loro sono soli, perché non possono fidarsi di nessuno, noi siamo parte l’uno dell’altro. Noi siamo gli ingranaggi della Macchina. E la Macchina vince sempre».
Quello che il capitano Orlandi non aggiungeva era che in pochi potevano azionare le leve della Macchina. I migliori. Come lui. Non era un giudizio dettato dalla vanità. Dall’inizio dell’anno c’erano stati quattro omicidi nella sua giurisdizione. Tre degli assassini li aveva arrestati nel giro di ventiquattr’ore, il quarto si era presentato con un avvocato dopo dodici, ed era il suo sospettato.
Entro la fine dell’anno Orlandi sarebbe stato promosso maggiore e avrebbe inoltrato domanda di trasferimento. Roma. Aveva le idee chiare sul proprio futuro. Sua moglie non era d’accordo, diceva che l’Alto Adige era un bel posto in cui crescere i gemelli, perché non si limitava a puntare alla poltrona del generale Leoni? Comandare la Legione Trentino Alto Adige non era abbastanza per lui?
Chiara era una madre d’oro e, nonostante la gravidanza e il tempo che passava, era ancora impossibile staccarle gli occhi di dosso, ma mancava di ambizione. Orlandi voleva arrivare ai vertici. Voleva i palazzi del potere. Non voleva essere parte della Macchina, Orlandi voleva guidare la Macchina. E la buona riuscita dei suoi progetti passava per l’uomo che scese da un’Audi grigia e gli si fece incontro. Il Pm Baldini.
La mano di Baldini era umida; Orlandi nascose il disgusto dietro a un sorriso. Baldini era un concentrato di tutto ciò che il capitano detestava. Molle, indeciso, senza spina dorsale. Per questo gli riservava sempre il migliore dei sorrisi: Baldini era l’uomo perfetto per la sua scalata al successo. Non uno di quei magistrati che si credevano degli Sherlock Holmes, ma un burocrate che era arrivato dove era arrivato lasciando fare il lavoro a gente come lui. Orlandi sapeva già in che modo sarebbe finita la conversazione. La solita battuta: «Carta bianca e buona fortuna, capitano».
– Conosciamo l’identità della vittima?
– Non ancora, ma l’autocarro ha targa austriaca e lo stesso logo della tuta da lavoro indossata dal cadavere. Ho chiamato i colleghi d’oltreconfine. Il simbolo è quello di una specie di parco-zoo nei pressi di Lienz. Dölsach, per la precisione. Nelle prossime ore ne sapremo di più.
– Quanti chilometri sono?
– Prego?
– Da qui a questo zoo.
– Una cinquantina. Ottanta al massimo.
Baldini si guardò attorno. – Che dice Tamanin?
– Il quadro è questo: sono stati sparati quattro colpi, probabilmente .308 Winchester, munizioni comuni per la caccia al cervo. Uno ha colpito al ventre la vittima, che si è trascinata fuori dall’abitacolo e ha cercato rifugio in quella macchia di pino mugo, – indicò il luogo in cui il dottor Tamanin, riconoscibile perché era l’unico del Nucleo Scientifico a non indossare la pettorina, stava parlottando con altri tecnici, – dove è stato freddato con un colpo alla testa da distanza ravvicinata. Nove millimetri.
– Impronte? Tracce? Bossoli?
– Solo quello della pistola. Per il resto, citando il dottor Tamanin: questa scena è un casino.
Baldini sospirò. – E quando mai non lo è, capitano? Qualsiasi cosa non esiti a contattarmi. Ha carta bianca, buona fortuna.
– Grazie della fiducia, dottore.
Baldini fece per tornare all’Audi, poi si voltò. – E per la bambina? Come pensa di procedere?
– Quale bambina?
– La Pellegrini non l’ha informata?
***
– Dora è più consapevole della maggior parte delle sue coetanee. E testarda, molto. È diventata vegetariana, anche se questo ha creato qualche…
– Malumore? È un’adolescente, – fece il maresciallo, conciliante. – Anche mio figlio scattava per niente a quell’età. Me la descriva, che tipo è?
– Dora… – fu la donna minuta a rispondere. – Aveva nove anni. Trovò un gufo con un’ala spezzata. Quando arrivò a casa era coperta di graffi e beccate, sanguinava, ma non si lamentò nemmeno una volta. Portammo il gufo al Centro protezione volatili. Alla fine dell’intervento, i veterinari lo misero in una gabbia e Dora diede in escandescenze. Non l’avevamo mai vista comportarsi in quella maniera. Ci crede? Ci spaventò. Una bambina di nove anni. La nostra piccola Dora è una guerriera, capisce?
Matthias Holler si sfregò il viso con forza, come volesse cancellare le lacrime che non smettevano di annebbiargli la vista. – Quando le ho spiegato che lì, dove la lince aveva il nido, nel giro di un anno sarebbe stato costruito un impianto di risalita, mi ha chiesto cosa ne sarebbe stato degli animali e io le ho spiegato la prassi. La lince sarebbe stata catturata, sedata, e insieme ai suoi cuccioli portata in un luogo sicuro dove potesse svezzarli. Poi sarebbe stata reinserita nel suo ambiente naturale.
– E Dora?
– Ha detto che era una cattiveria…
– Merdata, ha detto merdata, – mormorò Elisabeth Holler stringendo la mano del marito.
– … mettere una lince in gabbia. Io le ho spiegato che la funivia era importante. Che senza turismo non ci sarebbe stato il parco naturale e senza il parco le persone sarebbero tornate a sparare a qualsiasi cosa si muovesse. Che il mondo funziona così. E che quelle… che quelle non erano faccende da tredicenni.
***
Una bambina scappata di casa. E la Pellegrini. Della Pellegrini, Orlandi ricordava tre cose. Che l’aveva desiderata sin dal primo momento, due anni prima, quando lei era arrivata alla procura di Bolzano e Chiara era incinta dei gemelli. Che al momento dell’orgasmo si aggrappava alle lenzuola con entrambe le mani, stringendole a pugno. E che, dopo quell’unico episodio, era stata lei a troncare.
– Capitano –. Il dottor Tamanin, cinquantotto anni e il colorito di chi passava troppe ore al chiuso, si sfilò i guanti e ribadì: – È un casino.
– Salti la parte in cui mette le mani avanti per non fare figuracce in tribunale.
Tamanin indicò il Renault. – Voglio essere chiaro. Sa a cosa serve quell’affare? Se ho un animale che inizia a sbavare e a mordere, gli faccio un prelievo del sangue e lo mando in laboratorio. Se un altro muore senza spiegazione, mando la carcassa in laboratorio. Se trovo strani insetti nelle sue feci, li mando in laboratorio insieme alla merda. E sa come ce li mando? Usando questo tipo di mezzo. Quell’autocarro è una possibile bomba biologica su ruote e io non ho l’attrezzatura per…
– Impronte?
– Ma è sordo, capitano?
– Dottore, – sbottò Orlandi, e parecchi fra i presenti si voltarono. – C’è qualcosa di concreto che può dirmi o è meglio che prepari una lettera di dimissioni?
– Glielo sconsiglio, – fece Tamanin, con un guizzo di malizia. – Questa è una di quelle faccende che finiscono in tv, e lei è molto telegenico. Mi serve il permesso di trasferire il cada…
– Permesso accordato. Ma il Renault lo voglio a San Candido.
– L’attrezzatura…
– Se la faccia portare. È congedato.
Il capitano Orlandi ripensò ai pugni della Pellegrini stretti alle lenzuola, ai suoi capelli sparsi sul cuscino. Neri come la notte. Pensò al cadavere. Pensò alla Macchina. Giocherellando con l’anello nuziale pensò ai gemelli, che sicuramente stavano già dormendo. Mandò un sms a Chiara dicendole di non aspettarlo alzata e lei rispose con un prevedibile: «Prendili tutti, mio capitano!»
Ordinò a Terlizzi di preparare un Renegade. Era tempo di tornare alla stazione.
***
Non era la prima volta che Melan incrociava l’Inquilino dell’ufficio scartoffie, ma era la prima volta che era costretto a parlarci. Quel tipo, secco come un colpo di manganello e dallo sguardo come filo spinato, gli dava la stessa sensazione di quando imbocchi una curva e ti rendi conto che il ghiaccio sta per fregarti.
L’Inquilino alzò la testa dal computer: – Altro da aggiungere?
– Credo di no, capitano.
– Viktor. Domani rileggi e firmi, okay?
– Viktor, certo. D’accordo. Grazie.
L’uomo pigiò un paio di tasti e si stiracchiò. – Era il tuo primo cadavere, recluta?
– Sì, sign… Viktor.
– Quanto brutto?
Melan ripensò al sangue, ai frammenti di cranio e alla materia cerebrale sparsa intorno, alle mosche verdi e grasse, alle formiche, all’espressione sulla metà del viso della vittima che ancora poteva avere un’espressione, e… – Abbastanza.
– Questa notte avrai gli incubi, – disse l’Inquilino. – E anche domani. E se fai bene il tuo mestiere avrai gli incubi ogni volta che vedrai dei cadaveri. Però non prendertela con loro.
– Con gli incubi?
La donna entrò senza bussare. I capelli talmente scuri da avere riflessi blu, raccolti in una coda, un abito castigato che le stava alla perfezione, un filo di trucco, un telefonino brandito come un’arma e le iridi così chiare da sembrare bianche che scintillavano di rabbia. – Chi cazzo siete e che cazzo state facendo?
Il carabiniere saltò in piedi sull’attenti, rosso in viso. – Carabiniere scelto Melan.
– E lei?
L’Inquilino intrecciò le mani dietro alla nuca. – Io sono Viktor. Quello che compila le scartoffie.
– Viktor che compila le scartoffie e il carabiniere scelto Melan, – scandì la Pellegrini. – C’è una ragazzina scomparsa e voi siete qui a perdere tempo con i verbali?
L’Inquilino non si scompose. – C’è anche un morto in zona Geiger, nove millimetri in testa e .308 nello stomaco. Non gliel’hanno detto?
– Quindi Viktor delle scartoffie è quello simpatico. E lei, Melan? Che scusa ha, lei?
– Ero lì, ho visto…
La donna alzò la mano per zittirlo. – Dobbiamo fare un sopralluogo, – ordinò, voltando loro le spalle. – Alzate il culo e seguitemi. Adesso.
***
Per quanto fosse convinta del contrario, la ragazza-bruco non era invisibile. Nel giro di mezz’ora il maresciallo Fanti aveva sentito al telefono una dozzina di persone che ricordava di averla vista durante le prime fasi della sua fuga.
La signora Kircher rammentava l’ora in cui la ragazzina con le trecce era passata davanti al suo esercizio. Uno dei dipendenti della Volksbank era certo di averla scorta con lo zaino in spalla. Il parroco di Sesto, don Flavio, che all’anagrafe faceva Mamadu ed era senegalese, riferì di aver notato che si avviava verso il ponte di legno mentre lui si stava prendendo cura dei fiori del cimitero.
Finito il giro di telefonate, Fanti controllò per l’ennesima volta la cartina. La zona del nido della lince non era enorme, ma era un terreno difficile. C’erano crepacci, seracchi e, prima di arrivare in quota, bisognava superare una foresta bella fitta. Questo avrebbe limitato la velocità delle squadre di ricerca e impedito la visuale degli elicotteri. In più c’erano almeno quattro itinerari diversi che la fuggitiva avrebbe potuto percorrere per raggiungere la sua meta. Tuttavia la ragazzina non era la prima adolescente che scappava di casa. Avrebbe passato la notte all’addiaccio, poi sarebbero arrivati i sensi di colpa. I sensi di colpa avrebbero fatto il loro bravo lavoro e Dora sarebbe tornata a casa. Bisognava avere pazienza. E Fanti doveva prepararsi ad averne una bella scorta per spiegare al capitano Orlandi, la cui voce rimbombava nel corridoio, che la dottoressa Pellegrini aveva sequestrato (col capitano avrebbe usato un termine meno rude, perché Fanti era quello che mediava sempre) i genitori della ragazzina, il carabiniere scelto Melan e, peggio ancora, l’Inquilino dell’ufficio s. per fare un sopralluogo a casa della piccola.
***
L’abitazione degli Holler era identica a quella di tante altre famiglie della zona. Mobili in legno massiccio, gerani alle finestre e bidoni della differenziata fuori dalla porta. Ordinata, ma con una punta di confusione all’interno che metteva allegria. La dottoressa Pellegrini, con la scusa di un caffè, interrogò nuovamente i genitori di Dora nella cucina dell’appartamento, mentre il carabiniere scelto Melan e l’Inquilino dell’ufficio s. davano un’occhiata alla stanza della ragazzina.
– Prima volta?
Melan annuì.
– È facile. Dimmi solo cosa vedi.
– Poster, libri. Pupazzi. Solita roba.
– Davvero? – Martini tirò fuori il cellulare e iniziò a scattare fotografie. – Ti presento la dottoressa Dian Fossey, la donna abbracciata al gorilla nel poster. Quanti tredicenni sanno chi è Dian Fossey? Altri poster: Greenpeace, WWF, Earth First. Sulla fissa per l’ecologia, i genitori non hanno mentito.
– Perché dovrebbero raccontare bugie?
L’Inquilino non rispose. – Mappe, manca la numero 10: Dolomiti di Sesto. La fuga era premeditata e la ragazzina non è scema, si è portata dietro anche il telefonino. La madre ha detto che è spento. La Pellegrini ha provato a chiamare, e anche su questo non…
– Ma perché, – insistette Melan, – i genitori dovrebbero mentirci?
Martini lo fissò, inespressivo. – Un uomo entra in caserma. Piange, si dispera. Sua figlia è fuggita di casa. Ha sedici anni e lui sospetta che faccia uso di stupefacenti. Racconta del fidanzato, non sa il suo nome, dice che è uno che bazzica giri poco puliti. Brutta storia. Facciamo i controlli di routine: la figlia di quell’uomo ha sette mesi. Abbiamo trovato la moglie nella vasca da bagno, la neonata nel lettino. La moglie voleva divorziare, la bambina piangeva troppo.
– Cazzo.
Martini tornò a guardarsi attorno. – Perché Dora ha il cellulare spento?
– Perché, – disse Melan, frastornato, – non vuole sentire la voce di sua madre. È arrabbiata e…
– Suo padre è nel direttivo del soccorso alpino. I cellulari servono per chiamare aiuto. Dora non vuole scaricare le batterie. Infilati i guanti e apri l’armadio.
– Vestiti.
– Un vestito non è solo un vestito, – con la sua entrata la dottoressa Pellegrini fece sussultare il carabiniere scelto. – È un pezzo di identità. Altrimenti perché ti manderebbero in giro in divisa? – La Pm indossò i guanti e prese a frugare nell’armadio. – Gli abiti più consumati, cioè i suoi preferiti, sono di una o due taglie più larghe. Alla piccola Dora non piace il suo corpo. Tipico delle adolescenti. E il fatto che siano piegati in fondo all’armadio ci dice che sua madre cerca di spingerla a indossare qualcosa di più femminile.
La Pellegrini passò alla libreria.
– Non è certo roba per la sua età. Saggi sull’ecologia. Monografie. Martin Luther King, Che Guevara, Gandhi. Una sfilza di classici. Austen, Atwood, Borges, Emerson, Dumas, Thoreau, Edward Abbey. Questo mi manca.
– Un hippie luddista, – fece l’Inquilino mentre controllava la fila di Dvd, – del tipo abbattiamo le dighe, bruciamo le fabbriche e andiamo a vivere nelle caverne. In linea con i gusti della ragazzina, direi. Qui ho una collezione di «National Geographic». Niente commedie romantiche. Biografie, film tratti da storie vere. Ama la realtà, la nostra Dora. E il suo film preferito è Into the Wild. L’hai visto, recluta?
– Come fa a sapere…
Fu la Pellegrini a rispondere, indicando il poster appeso sopra la scrivania. – Il suo angelo protettore: Emile Hirsch. Nel film interpreta un certo Christopher McCandless. Uno che si mette in testa di tornare alla natura e ne paga le conseguenze.
L’Inquilino nel frattempo si rigirava fra le mani un Dvd con aria interrogativa. – L’esercito delle dodici scimmie. Un gruppo di squilibrati sparge un virus letale per punire l’umanità di tutto il male che sta facendo a Madre Terra. Un po’…
– Estremo?
– Poco realistico, per Dora.
Lo rimise a posto. Si sedette alla scrivania e aprì il portatile. Comparve una schermata con la richiesta di password. – Quali sono i tempi della squadra informatica, recluta?
– Una settimana almeno, – rispose Melan.
Prima che la Pm potesse protestare, le dita di Martini volarono sulla tastiera. Il salvaschermo si trasformò in una magnifica veduta del Rosengarten.
– Non ho mai capito perché le persone amino questa immagine. Lo sa cosa sono le Dolomiti, dottoressa?
– Montagne. Lo sa che sta compromettendo una prova?
– Le Dolomiti sono composte da tonnellate di fossili. Ovvero, tonnellate di morti. In pratica sono cimiteri.
– Come conosceva la password? – chiese Melan.
– La password è Dian Fossey, – sbuffò la Pm spazientita. – Dora è sveglia, ma ha pur sempre tredici anni: il libro sul comodino, Gorilla nella nebbia, parla di Dian Fossey, la stessa del poster sopra il letto. Un volume consumato e pieno di segnalibri. Dovrebbe essere insieme agli altri, ma Dora lo tiene accanto a sé perché Dian Fossey è la sua eroina. Melan, mi sa dire chi è quest’individuo prima che le ordini di mettergli le manette ai polsi?
– Il capitano Viktor Martini, dottoressa.
– In attesa di giudizio, – aggiunse l’Inquilino senza staccare gli occhi dallo schermo. – E comunque io sono qui perché lei mi ha ordinato di… cazzo.
La Pellegrini si precipitò accanto a Martini. Così vicina che lui poté sentirne l’odore della pelle mescolato a un profumo a base di tuberosa. Un fiore che sboccia solo al tramonto.
– Una chat, – sibilò la Pm. – Due soli partecipanti, «Dian» e «Christopher». Possiamo immaginare chi si nasconda dietro il nickname Dian, ma «Christopher» chi è?
Dora, alias «Dian», aveva cancellato tutti i messaggi tranne l’ultimo.
Un’emoticon che mandava baci.
***
Anche se la figura allampanata che sbucò dagli alberi non somigliava per niente a Emile Hirsch e di certo non aveva diciannove anni come le aveva detto in chat, Dora gli si gettò al collo.
Fu come incontrare un vecchio amico. E in un certo senso era così. Aveva tante cose da raccontargli e milioni da chiedergli. Soprattutto voleva scusarsi, perché anche lei aveva mentito sull’età facendogli credere di avere diciott’anni, ma non ebbe il tempo nemmeno di un «ciao». L’uomo si divincolò dalla stretta.
Puzzava di sudore e aveva il viso pieno di graffi, come se avesse raggiunto il luogo dell’appuntamento attraversando la foresta anziché usando i sentieri. Non portava la giacca, le sue braccia erano piene di ematomi. Le mani erano sporche di terra. Tremava e sembrava spaventato.
Ci fu solo un sorriso che fece fare le capriole al cuore di Dora, poi l’uomo, che all’inizio della loro amicizia virtuale si firmava Christopher, ma che le aveva confessato di chiamarsi Gert, le afferrò il polso e la trascinò verso il fitto del bosco. Dora non si oppose. Con lui sarebbe andata in capo al mondo.
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