L’animale più pericoloso. La Macchina
Luca d'Andrea , di LUCA D'ANDREAViktor Martini non porta la pistola. L’Inquilino dell’ufficio s. è “pericoloso per sé e per gli altri”. Il cadavere non ha più solo due proiettili in corpo: ha un nome, una storia e precedenti penali. L’uomo con cui Dora è fuggita, un passato che fa bollire il sangue nelle vene. E bugie: tutte per Dora. Nonostante le aquile: questa non è una storia d’amore
Erano le ventitré e tredici quando il brigadiere Terlizzi, dopo essere passato a casa per un bacio alla moglie addormentata e indossare la divisa tattica, entrò nella sede dei Freiwillige di San Candido. La maggior parte dei turisti che ci passava davanti la confondeva per una normale caserma dei vigili del fuoco. Non lo era. I Freiwillige appartenevano a una tradizione secolare che si nutriva di quel particolare senso di radicamento e autosufficienza che solo in zone dove la natura è ostile può affermarsi con tanta forza.
Nato e cresciuto a Pantelleria, Terlizzi sapeva che non c'era molta differenza fra una valle incastrata fra le montagne e un'isola circondata dal mare. Capiva quella gente. Al contrario di tanti colleghi che al primo inverno chiedevano il trasferimento (troppo freddo, troppo buio, troppa claustrofobia quando le pendici delle montagne sembrano volerti schiacciare, e troppa diffidenza da parte degli abitanti), Terlizzi in Val Puster…
Nato e cresciuto a Pantelleria, Terlizzi sapeva che non c'era molta differenza fra una valle incastrata fra le montagne e un'isola circondata dal mare. Capiva quella gente. Al contrario di tanti colleghi che al primo inverno chiedevano il trasferimento (troppo freddo, troppo buio, troppa claustrofobia quando le pendici delle montagne sembrano volerti schiacciare, e troppa diffidenza da parte degli abitanti), Terlizzi in Val Puster…
Erano le ventitré e tredici quando il brigadiere Terlizzi, dopo essere passato a casa per un bacio alla moglie addormentata e indossare la divisa tattica, entrò nella sede dei Freiwillige di San Candido. La maggior parte dei turisti che ci passava davanti la confondeva per una normale caserma dei vigili del fuoco. Non lo era. I Freiwillige appartenevano a una tradizione secolare che si nutriva di quel particolare senso di radicamento e autosufficienza che solo in zone dove la natura è ostile può affermarsi con tanta forza.
Nato e cresciuto a Pantelleria, Terlizzi sapeva che non c'era molta differenza fra una valle incastrata fra le montagne e un'isola circondata dal mare. Capiva quella gente. Al contrario di tanti colleghi che al primo inverno chiedevano il trasferimento (troppo freddo, troppo buio, troppa claustrofobia quando le pendici delle montagne sembrano volerti schiacciare, e troppa diffidenza da parte degli abitanti), Terlizzi in Val Pusteria si trovava a suo agio, e ci viveva da quasi vent'anni.
C'era voluto del tempo perché quei montanari chiusi e bellicosi - segnati da un conflitto etnico ancora troppo recente per lasciarselo alle spalle senza che ogni tanto l'ombra del razzismo anti - italiano facesse capolino - lo accettassero come uno di loro. Quando Terlizzi aveva conosciuto Helga qualcuno aveva storto il naso, sibilando malignità sul suo conto. Lui però non si era lasciato intimidire, l'aveva corteggiata e il giorno delle nozze la chiesa in cui era stata celebrata la funzione pullulava di persone. Colleghi carabinieri, alcuni parenti volati fin lassù, ma soprattutto il corpo dei Freiwillige al gran completo. In divisa, allegri e pronti a giocargli scherzi il cui ricordo riusciva ancora a farlo sorridere. Poi, scoccata la mezzanotte, quando i Freiwillige avevano "rapito" la novella sposa per farle fare il giro delle case del paese (una tradizione sudtirolese: un bicchiere di grappa in ognuna di esse come augurio di felicità), Terlizzi aveva capito di essere un uomo fortunato: c'era posto per due Heimat, due patrie, nel suo cuore. La Sicilia e le Dolomiti.
Tre, contando l'Arma.
- Brigadiere! - Era un ragazzo, uno degli ultimi arrivati. La tenuta dei Freiwillige gli stava larga. - Mi chiamo Markus. Markus Egader. Volevo ringraziarla per il nonno.
Barba a parte, la somiglianza era evidente. Era il nipote del vecchio Bauer che per poco non aveva mandato all'altro mondo lui e Melan. Quello con il trattore rosso.
- Sta bene?
Una smorfia. - Così dice.
- Dovresti convincerlo a farsi vedere da un medico. Ha preso una brutta botta.
- Se non ci riesce Omi Evi...
Omi Evi, nonnina Evi.
- Holzkopf, tuo nonno, vero?
- Testa di legno come tutti gli Egader, signore - . Il ragazzo lo disse con un certo orgoglio.
- Helga potrebbe passare per un saluto, se credi.
La moglie di Terlizzi era un'infermiera professionale, ed era molto amata in paese.
Il viso del ragazzo si illuminò. - Sono sicuro che Opa non scaccerebbe mai Frau Terlizzi.
- Affare fatto.
- E per Dora, signore?
Lo disse a bassa voce, ma tutti i Freiwillige presenti, quattrocchi che passavano le giornate negli uffici del comune, bestioni abituati ad arare campi e mungere vacche, albergatori e camerieri, ricchi e poveri, ascoltarono la risposta.
***
Il generale Leoni entrò nell'ufficio scartoffie, si sedette, appoggiò la sua ventiquattrore di pelle e si guardò attorno.
- Bel posticino, Viktor. Ci sono i gerani alle finestre.
- La risposta è no.
Il generale aprì la valigetta e ne estrasse una scatola. Il fregio sul coperchio non lasciava adito a dubbi: un cerchio con tre frecce all'interno. Fabbrica d'armi Beretta.
- La situazione è questa, - scandì Leoni. - Orlandi coordinerà le indagini insieme a Baldini e...
- Vale a dire che, - fece Viktor con un sorrisetto, ma senza staccare gli occhi dalla scatola, - farà quel che gli pare.
- Orlandi è un ottimo elemento. Per questo il comando è suo.
- Quindi quella, - concluse Martini indicando la scatola col fregio della Beretta, - a me non serve.
- A mio parere quest'indagine richiede due gruppi operativi. Voglio evitare attriti con il Pm Baldini e dare comunque un contentino alla Pellegrini. Per cui, due squadre.
- Immagino che Orlandi abbia fatto i salti di gioia.
- Ragazzo, tu sai che questa faccenda è uno schifo. E sai anche come potrebbe andare a finire.
- Ed è il motivo per cui non voglio averci niente a che fare. Io sono qui solo per far questo, - Martini picchiettò con ostentazione sulla tastiera del computer. - Compilare scartoffie. Verbali. In attesa di essere processato, degradato e buttato fuori dall'Arma. Orlandi se la caverà anche da solo.
Gli occhi di Leoni si trasformarono in due fessure.
- Abbassa la cresta. Orlandi sa fare il suo lavoro, ma io ho bisogno di sapere che tu sarai della partita.
- Anche volendo, non potrei. C'è il procedimento, la perizia...
- Quella perizia è stata stilata mesi fa, durante un periodo di forte stress che chiunque... - Leoni sottolineò la parola con un gesto secco della mano, - sarebbe in grado di comprendere.
Leoni aprì la scatola. Una Beretta 8000 .45ACP. Nera, tozza, letale.
- Stavo per mettermela in bocca e premere il grilletto, generale.
- Ma non l'hai fatto. Hai chiesto aiuto e sei stato aiutato. Fine della storia.
Martini scostò lo sguardo dalla pistola. Ne ricordava il sapore: un misto di ferro e lacrime.
- Tre mesi di ospedale psichiatrico, generale.
- Da cui sei uscito meglio di prima. Per quanto mi riguarda sei abile per l'esercizio delle tue funzioni. Qui c'è il foglio di reintegro. Con effetto immediato.
Martini si adagiò allo schienale della poltroncina, di nuovo un sorriso sulle labbra. - Adesso non dovrebbe appoggiarmi una spada sulla spalla o robe del genere?
- Sei sulla difensiva. Hai paura.
- Anche lei, o non sarebbe qui.
Leoni abbandonò un pesante faldone accanto alla scatola della pistola. Recava impresso il simbolo della polizia austriaca. Chiuse la valigetta, si calcò il cappello sulla testa e si alzò.
- Non sarà come a Testaccio, Viktor. Non ti lasceremo solo. Non questa volta. L'unica cosa che ti chiedo è...
- Di non pestare i piedi a Orlandi.
- Puoi farlo?
Martini afferrò la scatola della Beretta e la chiuse a chiave nel cassetto della scrivania. - Io sono l'Inquilino dell'ufficio s., generale. Batto verbali, contravvenzioni e moduli per la benzina. Nient'altro.
Leoni arrivò alla porta, poi si fermò. - La storia dell'animale più pericoloso... ci ho riflettuto. Credo che il soggetto non abbia capito che l'animale più pericoloso non è quello che uccide o distrugge, quello è un semplice predatore.
- C'è qualcosa di più pericoloso di un predatore, generale?
- Sì, - concluse Leoni, prima di chiudersi la porta dietro le spalle. - Un predatore ferito. Buon lavoro, capitano Martini.
***
La Macchina si mise in moto. Il maresciallo Fanti e il capitano Orlandi avevano diviso la zona operativa in quadranti di diversa ampiezza. La variante che aveva determinato quella scelta era l'asperità del territorio. Un conto era svolgere delle ricerche su un'area praticabile come un fondovalle, tutt'altro inerpicarsi per i sentieri meno battuti.
Gli elicotteri - per il momento l'AB-412 dei carabinieri, a cui, non appena avesse fatto giorno, si sarebbe aggiunto uno dei due EC-135 in dotazione al soccorso alpino - non servivano a granché nelle zone in cui la vegetazione era così fitta da rendere impossibile un avvistamento dall'alto, ma potevano risultare utili alle quote più elevate, dove larici e abeti scomparivano e il pino mugo diradava per lasciar spazio a rocce, canali e ghiaioni.
Partecipavano alle ricerche membri del soccorso alpino, unità cinofile, uomini della guardia forestale e dei Freiwillige, e un piccolo contingente della guardia di finanza.
- Ogni squadra si terrà in costante comunicazione con il posto comando. Alle squadre delle aree A3, A4 e C5, cioè in prossimità degli ultimi avvistamenti della bambina e del luogo in cui il padre è convinto sia diretta, la zona del nido della lince, verrà affiancato un carabiniere: se, e ripeto il se, il soggetto ha effettivamente adescato Dora e se è realmente in possesso di un'arma, voglio che ci sia con loro qualcuno capace di proteggerle.
Gli uomini annuirono, impazienti. C'era eccitazione nell'aria. Il capitano Orlandi nascose la propria soddisfazione.
- Altre squadre composte unicamente da uomini dell'Arma si dedicheranno ai quadranti D1 e F4.
Non ci fu bisogno di spiegarne il motivo. La cartina proiettata sullo schermo della sala briefing parlava chiaro. D1 e F4 coprivano la zona Geiger, dove era stato trovato il Renault. Fanti iniziò a passare i fogli compilati con cura.
- Il generale Leoni, - continuò Orlandi, - ha anche deciso che saranno due i gruppi operativi a lavorare su questo caso. Il secondo, di supporto, sarà coordinato dal capitano Martini.
Molte teste si alzarono dai fogli d'assegnamento. Si udì qualche mormorio.
- Il gruppo del capitano Martini sarà composto da un unico membro, il carabiniere scelto Melan, e farà capo alla dottoressa Pellegrini del tribunale dei minori. Il suo scopo è... - una breve pausa, poi un sorriso. - Francamente non ne ho idea. Il generale Leoni ci chiede di dare al capitano Martini tutto il supporto necessario. Carte bollate e toner per stampanti, immagino.
La sua battuta provocò alcune risate.
Orlandi tornò serio.
- Un'ultima cosa. Il soggetto sa come muoversi nei boschi ed è probabile che sappia anche sparare. Siate cauti.
***
All'interno del perimetro della stazione di San Candido era compreso un magazzino che i carabinieri chiamavano, senza che nessuno ne conoscesse il motivo, l'hangar. Lì il dottor Tamanin aveva fatto portare il Renault da quattordici tonnellate e si era messo al lavoro con i suoi collaboratori. Da Laives, una cittadina a pochi chilometri da Bolzano, sede del nucleo scientifico, era arrivata la postazione mobile con l'attrezzatura necessaria all'esame dell'autocarro insieme al terzo e ultimo dei tecnici, quello di cui Tamanin più si fidava. La postazione mobile altro non era che un Berlingo goffo e brutto, ma dotato comunque delle migliori tecnologie sul mercato. Per prima cosa il dottore indossò la tuta protettiva, e si accertò che i suoi uomini facessero altrettanto. Superfluo, perché erano professionisti di primo livello, ma a certe regole il capo del nucleo scientifico non sapeva rinunciare. Era il motivo per cui la sua ex moglie aveva chiesto il divorzio: sindrome del controllo, la chiamava. Non aveva tutti i torti.
Con Orlandi, Tamanin aveva un po' esagerato, presentandogli il Renault come una specie di arma capace di trasformare l'Alto Adige in un cimitero, ma la realtà dei fatti non era poi tanto distante. Dall'Austria erano arrivate le informazioni che riguardavano sia il parco-zoo di Dölsach che la lista degli ultimi carichi transitati sul Renault. Un paio di quei dati avevano fatto rizzare le antenne al dottore.
Dall'esterno, non fosse stato per il simbolo di contaminazione biologica, il Renault poteva sembrare un camion frigo di quelli usati dai supermercati. L'interno invece era spoglio, fatta eccezione per alcuni ripiani in acciaio e un bidone sigillato in un angolo, trattenuto da appostiti ganci metallici. Come da routine, i tecnici iniziarono spruzzando il Luminol. E subito chiamarono il dottor Tamanin.
Una delle specializzazioni di Tamanin era lo studio delle tracce ematiche. La cosiddetta Bpa. La Bloodstain Pattern Analysis parte da tre principî empirici: gravità, viscosità e tensione superficiale. Da questi tre dati e da ciò che ne derivava si potevano dedurre un bel po' di cose utili alle indagini. Il movimento delle persone mentre il delitto si stava compiendo, per esempio. La posizione durante il sanguinamento, i movimenti successivi al delitto. La modalità e l'arma usata. La direzione degli schizzi, che dava un quadro preciso riguardo all'area di impatto e al numero dei colpi inferti. Lo scopo della Bpa è fornire agli investigatori la più plausibile ricostruzione della sequenza del delitto. O, come diceva Tamanin: "Inchiodare i figli di puttana".
Proprio per analizzare la Bpa della scena di zona Geiger, su una parete dell'hangar il dottore aveva appeso le fotografie scattate attorno e dentro al Renault, quelle dell'area circostante e quelle del cadavere. La prima ricostruzione di quanto accaduto era stata abbastanza semplice: il tizio si becca una pallottola nello stomaco, esce dall'abitacolo, si avvia verso il pino mugo, inciampa, si trascina fino agli alberi, si porta le mani al ventre sperando di arrestare l'emorragia, o più probabilmente per un atto istintivo di protezione, finisce le energie, cade e si becca il colpo con una nove millimetri da distanza ravvicinata.
Nel retro del Renault tutte quelle tracce mostrate dal Luminol, quella quantità di Dna, non avevano alcun senso.
- Dottore?
- Esca di qui. Adesso. Subito. Immediatamente.
L'uomo, giacca militare e t-shirt, anziché obbedire accostò la porta dell'hangar e si avvicinò.
- Viktor Martini. Vorrei farle un paio di domande riguardo al...
- Ho già detto al capitano Orlandi che...
L'uomo alzò la mano. - Orlandi e io non lavoriamo insieme. Squadre parallele, diciamo così.
- E allora diciamo, - esplose Tamanin rosso in viso, - che anche lei può andare dove già ho mandato Orlandi.
- Ho letto la relazione della polizia austriaca, capisco le sue preoccupazioni. Ma non è l'interno del Renault che mi interessa.
- Quella relazione è tecnica e lunga. Due aggettivi che gli investigatori non digeriscono. Non mi prenda in giro, - Tamanin si tolse la mascherina. - Si può sapere chi è lei?
- Viktor, dell'ufficio s.
- Ufficio s.?
- La s sta per scartoffie. Leggo velocemente e salto le pagine in cui non si capisce un tubo, quindi ho fatto in fretta. Comunque non mi interessa ciò che contiene o conteneva il Renault. Vorrei solo prendere alcuni dati, - mostrò un tablet e un cavo Usb, - poi me ne vado. Immagino che lei abbia già... - Sgranò gli occhi. Intanto che i due discutevano, i tecnici avevano finito di irrorare di Luminol il cassone dell'autocarro. Rifulgeva come il cielo a capodanno.
- Non è possibile, - esclamò Viktor.
- Adesso capisce perché non ho tempo da perdere?
- Sembra un mattatoio.
- Ma non lo è. Nei mattatoi si trovano chiazze profonde e... - Tamanin scosse la testa. - Il punto è che ogni singola traccia potrebbe essere infettiva.
- Pensa sia sangue animale?
- Non lo siamo tutti? Le è chiaro adesso perché deve andarsene da qui? Martini? Mi sta ascoltando?
No, Viktor era da un'altra parte. A Roma, l'unica capitale al mondo sorta sulla scena di un delitto. Un fratricidio, per la precisione. Ma non c'erano Romolo e Remo davanti ai suoi occhi mentre il dottore lo fissava, preoccupato. C'erano luci stroboscopiche, musica ad alto volume, l'odore dell'alcol e del sesso a poco prezzo, dello smog. Delle scale ripide che puzzavano di fogna. Ratti. E un uomo dal viso gentile, gli occhiali squadrati con lenti spesse da miope. Un uomo che gli diceva...
Tamanin lo scosse. - Martini? Sta bene?
- Nella relazione si parla di un... guinzaglio elettronico. Capisce che intendo?
Tamanin lo squadrò, poi annuì. - Sappiamo entrambi che è illegale. E sappiamo entrambi che non gliene frega niente. Per quanto mi riguarda lei non è mai stato qui. Perciò dia quel tablet a un mio collaboratore e gli dica cosa fare. Al resto penserà lui. E non si azzardi a toccare niente, d'accordo?
***
Prima la paura, l'angoscia che ti schiaccia a terra senza darti nemmeno la possibilità di respirare. Poi la rabbia.
Matthias Holler entrò nella stazione di San Candido a passo spedito, diretto verso la dottoressa Pellegrini. Il maresciallo Fanti si fece avanti per bloccarlo, ma un cenno della donna lo fece desistere.
- Perché? - chiese a voce alta Matthias Holler. - Perché non posso partecipare alle ricerche?
- Perché lei è più utile a casa, con sua moglie, - fu la risposta ferma e pacata della dottoressa. - Dove la possiamo contattare.
E dove, pensò la Pm, non può combinare guai.
L'uomo indicò la porta. - Sa cosa sta facendo Elisabeth in questo momento? È stesa sul letto di Dora. Non piange. Non si lamenta. Non parla. È catatonica.
- Farò intervenire uno specialista dell'ospedale di Bolzano. È una reazione comune nei casi di...
- Mia figlia è scomparsa, - gridò Matthias Holler, - e lei crede che io me ne starò con le mani in mano?
Il viso della Pellegrini si indurì. - Sì. Tornerà a casa, aspetterà l'arrivo del supporto psicologico e farà esattamente quanto le verrà chiesto.
- Nemmeno per sogno, - sbraitò il padre di Dora. - Nemmeno per sogno!
Detto questo uscì dall'edificio, furibondo.
- Vuole che provi a farlo ragionare? - chiese Fanti.
- Fra mezz'ora gli sarà passata. Contatti il San Maurizio e mandi a casa degli Holler una squadra di supporto psicologico.
Fanti sparì.
- Melan? - chiamò la Pm.
Il carabiniere scelto arrivò in un battito di ciglia.
- Martini? - chiese la Pellegrini. - Dov'è finito?
- In ufficio, dottoressa.
- In... - incredula, la dottoressa Pellegrini non terminò la frase. Seguita da Melan, che a stento teneva dietro alle sue falcate, superò il corridoio, arrivò all'ufficio s. e diede due vigorosi colpi sulla porta di legno, senza ottenere risposta. Provò la maniglia, due, tre volte. Chiusa. Dall'ufficio proveniva il consueto: tic-tic-tic.
***
Prima o poi doveva succedere, pensò Terlizzi, mentre estraeva la Beretta dalla fondina tattica e faceva cenno ai due uomini che lo accompagnavano di proseguire come nulla fosse. Si accucciò, controllò che la sicura fosse inserita, strisciò fra i rovi, gli occhi puntati sul suo obiettivo, nascosto dietro un paio di massi erratici coperti di muschio: un berretto da baseball giallo.
Terlizzi attese che gli uomini del soccorso si togliessero dalla linea di tiro e iniziò a percorre gli ultimi metri che lo separavano da Cappellino Giallo. La sua posizione non era fra le migliori, Terlizzi aveva i primi barbagli dell'alba che lo costringevano a socchiudere le palpebre, ma Cappellino Giallo non si accorse di nulla finché il brigadiere non gli fu addosso e con un calcio scaraventò di lato la doppietta che l'altro stringeva fra le mani. Quindi gli puntò la Beretta dritta in faccia.
Che se la facesse sotto, quello strummolo.
L'uomo alzò le mani. - Brigadiere, non spari.
- Holzer, - lo riconobbe Terlizzi.
- Sissignore.
Il brigadiere fischiò, senza smettere di puntare la pistola contro Alexander Holzer, alias Cappellino Giallo, artigiano di San Candido (la metà dei caprioli in legno da cinque euro che i turisti si portava a casa come souvenir era opera sua), artista mancato, cacciatore nel tempo libero e idiota patentato.
Terlizzi non abbassò l'arma neppure quando i due uomini del soccorso afferrarono la doppietta, tolsero le cartucce e misero in sicurezza il fucile. Anche loro, come la maggior parte degli uomini della valle di un'età compresa fra i venti e i novanta, possedevano la licenza di caccia e sapevano maneggiare un'arma.
Terlizzi infilò la pistola nella fondina. - Alzati.
Holzer obbedì.
- Girati. Mani dietro la schiena. Palmi verso di me.
- Mi vuole arrestare?
Terlizzi nemmeno si prese la briga di rispondere. Ammanettò l'artigiano, poi compose il numero del capitano Orlandi.
- Ecco il primo, capitano.
***
Orlandi chiuse la comunicazione. Diede ordine di dare supporto a Terlizzi: c'era un pacco da ritirare. Ne sarebbero arrivati altri. Una notizia del genere non poteva restare nascosta a lungo. I carabinieri sapevano tenere la bocca chiusa, ma i soccorritori? I Freiwillige? Quanto ci era voluto perché la voce passasse di casa in casa? Quanto perché qualcuno facesse due più due con il furgone e il cadavere? Quanto perché qualche testa calda avesse la bella pensata di imbracciare un'arma e mettersi a cercare la bambina? Quello era il Sud Tirolo, e nonostante i rifugi all'avanguardia, le funivie di ultima generazione e i pullman all'idrogeno, certe faccende si risolvevano così da secoli.
Erano le cinque e quarantatré minuti. Dora era scomparsa da circa quattordici ore e il capitano si chiese cosa stesse facendo in quel momento. Dormiva rannicchiata fra gli alberi? Camminava alla cieca inseguendo il suo proposito infantile ed eroico insieme? In entrambi i casi: quel tizio butterato la cui foto era appiccicata accanto alla cartina geografica su cui erano segnati gli spostamenti delle varie squadre era davvero con lei? E cosa voleva?
Stava bene, Dora? Era ferita? Oppure...
Orlandi pensò al viso di sua moglie, addormentata. Provò l'impulso di chiamarla solo per sentirne la voce. Non lo fece. Avrebbe rischiato di svegliare i gemelli. Meglio di no. Così l'interrogativo affiorò.
I suoi uomini stavano cercando un cadavere?
4. (continua)
Copyright © 2019 Luca D’Andrea
Pubblicato su licenza Giulio Einaudi editore s.p.a., in accordo con Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency (PNLA).
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Nato e cresciuto a Pantelleria, Terlizzi sapeva che non c'era molta differenza fra una valle incastrata fra le montagne e un'isola circondata dal mare. Capiva quella gente. Al contrario di tanti colleghi che al primo inverno chiedevano il trasferimento (troppo freddo, troppo buio, troppa claustrofobia quando le pendici delle montagne sembrano volerti schiacciare, e troppa diffidenza da parte degli abitanti), Terlizzi in Val Pusteria si trovava a suo agio, e ci viveva da quasi vent'anni.
C'era voluto del tempo perché quei montanari chiusi e bellicosi - segnati da un conflitto etnico ancora troppo recente per lasciarselo alle spalle senza che ogni tanto l'ombra del razzismo anti - italiano facesse capolino - lo accettassero come uno di loro. Quando Terlizzi aveva conosciuto Helga qualcuno aveva storto il naso, sibilando malignità sul suo conto. Lui però non si era lasciato intimidire, l'aveva corteggiata e il giorno delle nozze la chiesa in cui era stata celebrata la funzione pullulava di persone. Colleghi carabinieri, alcuni parenti volati fin lassù, ma soprattutto il corpo dei Freiwillige al gran completo. In divisa, allegri e pronti a giocargli scherzi il cui ricordo riusciva ancora a farlo sorridere. Poi, scoccata la mezzanotte, quando i Freiwillige avevano "rapito" la novella sposa per farle fare il giro delle case del paese (una tradizione sudtirolese: un bicchiere di grappa in ognuna di esse come augurio di felicità), Terlizzi aveva capito di essere un uomo fortunato: c'era posto per due Heimat, due patrie, nel suo cuore. La Sicilia e le Dolomiti.
Tre, contando l'Arma.
- Brigadiere! - Era un ragazzo, uno degli ultimi arrivati. La tenuta dei Freiwillige gli stava larga. - Mi chiamo Markus. Markus Egader. Volevo ringraziarla per il nonno.
Barba a parte, la somiglianza era evidente. Era il nipote del vecchio Bauer che per poco non aveva mandato all'altro mondo lui e Melan. Quello con il trattore rosso.
- Sta bene?
Una smorfia. - Così dice.
- Dovresti convincerlo a farsi vedere da un medico. Ha preso una brutta botta.
- Se non ci riesce Omi Evi...
Omi Evi, nonnina Evi.
- Holzkopf, tuo nonno, vero?
- Testa di legno come tutti gli Egader, signore - . Il ragazzo lo disse con un certo orgoglio.
- Helga potrebbe passare per un saluto, se credi.
La moglie di Terlizzi era un'infermiera professionale, ed era molto amata in paese.
Il viso del ragazzo si illuminò. - Sono sicuro che Opa non scaccerebbe mai Frau Terlizzi.
- Affare fatto.
- E per Dora, signore?
Lo disse a bassa voce, ma tutti i Freiwillige presenti, quattrocchi che passavano le giornate negli uffici del comune, bestioni abituati ad arare campi e mungere vacche, albergatori e camerieri, ricchi e poveri, ascoltarono la risposta.
***
Il generale Leoni entrò nell'ufficio scartoffie, si sedette, appoggiò la sua ventiquattrore di pelle e si guardò attorno.
- Bel posticino, Viktor. Ci sono i gerani alle finestre.
- La risposta è no.
Il generale aprì la valigetta e ne estrasse una scatola. Il fregio sul coperchio non lasciava adito a dubbi: un cerchio con tre frecce all'interno. Fabbrica d'armi Beretta.
- La situazione è questa, - scandì Leoni. - Orlandi coordinerà le indagini insieme a Baldini e...
- Vale a dire che, - fece Viktor con un sorrisetto, ma senza staccare gli occhi dalla scatola, - farà quel che gli pare.
- Orlandi è un ottimo elemento. Per questo il comando è suo.
- Quindi quella, - concluse Martini indicando la scatola col fregio della Beretta, - a me non serve.
- A mio parere quest'indagine richiede due gruppi operativi. Voglio evitare attriti con il Pm Baldini e dare comunque un contentino alla Pellegrini. Per cui, due squadre.
- Immagino che Orlandi abbia fatto i salti di gioia.
- Ragazzo, tu sai che questa faccenda è uno schifo. E sai anche come potrebbe andare a finire.
- Ed è il motivo per cui non voglio averci niente a che fare. Io sono qui solo per far questo, - Martini picchiettò con ostentazione sulla tastiera del computer. - Compilare scartoffie. Verbali. In attesa di essere processato, degradato e buttato fuori dall'Arma. Orlandi se la caverà anche da solo.
Gli occhi di Leoni si trasformarono in due fessure.
- Abbassa la cresta. Orlandi sa fare il suo lavoro, ma io ho bisogno di sapere che tu sarai della partita.
- Anche volendo, non potrei. C'è il procedimento, la perizia...
- Quella perizia è stata stilata mesi fa, durante un periodo di forte stress che chiunque... - Leoni sottolineò la parola con un gesto secco della mano, - sarebbe in grado di comprendere.
Leoni aprì la scatola. Una Beretta 8000 .45ACP. Nera, tozza, letale.
- Stavo per mettermela in bocca e premere il grilletto, generale.
- Ma non l'hai fatto. Hai chiesto aiuto e sei stato aiutato. Fine della storia.
Martini scostò lo sguardo dalla pistola. Ne ricordava il sapore: un misto di ferro e lacrime.
- Tre mesi di ospedale psichiatrico, generale.
- Da cui sei uscito meglio di prima. Per quanto mi riguarda sei abile per l'esercizio delle tue funzioni. Qui c'è il foglio di reintegro. Con effetto immediato.
Martini si adagiò allo schienale della poltroncina, di nuovo un sorriso sulle labbra. - Adesso non dovrebbe appoggiarmi una spada sulla spalla o robe del genere?
- Sei sulla difensiva. Hai paura.
- Anche lei, o non sarebbe qui.
Leoni abbandonò un pesante faldone accanto alla scatola della pistola. Recava impresso il simbolo della polizia austriaca. Chiuse la valigetta, si calcò il cappello sulla testa e si alzò.
- Non sarà come a Testaccio, Viktor. Non ti lasceremo solo. Non questa volta. L'unica cosa che ti chiedo è...
- Di non pestare i piedi a Orlandi.
- Puoi farlo?
Martini afferrò la scatola della Beretta e la chiuse a chiave nel cassetto della scrivania. - Io sono l'Inquilino dell'ufficio s., generale. Batto verbali, contravvenzioni e moduli per la benzina. Nient'altro.
Leoni arrivò alla porta, poi si fermò. - La storia dell'animale più pericoloso... ci ho riflettuto. Credo che il soggetto non abbia capito che l'animale più pericoloso non è quello che uccide o distrugge, quello è un semplice predatore.
- C'è qualcosa di più pericoloso di un predatore, generale?
- Sì, - concluse Leoni, prima di chiudersi la porta dietro le spalle. - Un predatore ferito. Buon lavoro, capitano Martini.
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La Macchina si mise in moto. Il maresciallo Fanti e il capitano Orlandi avevano diviso la zona operativa in quadranti di diversa ampiezza. La variante che aveva determinato quella scelta era l'asperità del territorio. Un conto era svolgere delle ricerche su un'area praticabile come un fondovalle, tutt'altro inerpicarsi per i sentieri meno battuti.
Gli elicotteri - per il momento l'AB-412 dei carabinieri, a cui, non appena avesse fatto giorno, si sarebbe aggiunto uno dei due EC-135 in dotazione al soccorso alpino - non servivano a granché nelle zone in cui la vegetazione era così fitta da rendere impossibile un avvistamento dall'alto, ma potevano risultare utili alle quote più elevate, dove larici e abeti scomparivano e il pino mugo diradava per lasciar spazio a rocce, canali e ghiaioni.
Partecipavano alle ricerche membri del soccorso alpino, unità cinofile, uomini della guardia forestale e dei Freiwillige, e un piccolo contingente della guardia di finanza.
- Ogni squadra si terrà in costante comunicazione con il posto comando. Alle squadre delle aree A3, A4 e C5, cioè in prossimità degli ultimi avvistamenti della bambina e del luogo in cui il padre è convinto sia diretta, la zona del nido della lince, verrà affiancato un carabiniere: se, e ripeto il se, il soggetto ha effettivamente adescato Dora e se è realmente in possesso di un'arma, voglio che ci sia con loro qualcuno capace di proteggerle.
Gli uomini annuirono, impazienti. C'era eccitazione nell'aria. Il capitano Orlandi nascose la propria soddisfazione.
- Altre squadre composte unicamente da uomini dell'Arma si dedicheranno ai quadranti D1 e F4.
Non ci fu bisogno di spiegarne il motivo. La cartina proiettata sullo schermo della sala briefing parlava chiaro. D1 e F4 coprivano la zona Geiger, dove era stato trovato il Renault. Fanti iniziò a passare i fogli compilati con cura.
- Il generale Leoni, - continuò Orlandi, - ha anche deciso che saranno due i gruppi operativi a lavorare su questo caso. Il secondo, di supporto, sarà coordinato dal capitano Martini.
Molte teste si alzarono dai fogli d'assegnamento. Si udì qualche mormorio.
- Il gruppo del capitano Martini sarà composto da un unico membro, il carabiniere scelto Melan, e farà capo alla dottoressa Pellegrini del tribunale dei minori. Il suo scopo è... - una breve pausa, poi un sorriso. - Francamente non ne ho idea. Il generale Leoni ci chiede di dare al capitano Martini tutto il supporto necessario. Carte bollate e toner per stampanti, immagino.
La sua battuta provocò alcune risate.
Orlandi tornò serio.
- Un'ultima cosa. Il soggetto sa come muoversi nei boschi ed è probabile che sappia anche sparare. Siate cauti.
***
All'interno del perimetro della stazione di San Candido era compreso un magazzino che i carabinieri chiamavano, senza che nessuno ne conoscesse il motivo, l'hangar. Lì il dottor Tamanin aveva fatto portare il Renault da quattordici tonnellate e si era messo al lavoro con i suoi collaboratori. Da Laives, una cittadina a pochi chilometri da Bolzano, sede del nucleo scientifico, era arrivata la postazione mobile con l'attrezzatura necessaria all'esame dell'autocarro insieme al terzo e ultimo dei tecnici, quello di cui Tamanin più si fidava. La postazione mobile altro non era che un Berlingo goffo e brutto, ma dotato comunque delle migliori tecnologie sul mercato. Per prima cosa il dottore indossò la tuta protettiva, e si accertò che i suoi uomini facessero altrettanto. Superfluo, perché erano professionisti di primo livello, ma a certe regole il capo del nucleo scientifico non sapeva rinunciare. Era il motivo per cui la sua ex moglie aveva chiesto il divorzio: sindrome del controllo, la chiamava. Non aveva tutti i torti.
Con Orlandi, Tamanin aveva un po' esagerato, presentandogli il Renault come una specie di arma capace di trasformare l'Alto Adige in un cimitero, ma la realtà dei fatti non era poi tanto distante. Dall'Austria erano arrivate le informazioni che riguardavano sia il parco-zoo di Dölsach che la lista degli ultimi carichi transitati sul Renault. Un paio di quei dati avevano fatto rizzare le antenne al dottore.
Dall'esterno, non fosse stato per il simbolo di contaminazione biologica, il Renault poteva sembrare un camion frigo di quelli usati dai supermercati. L'interno invece era spoglio, fatta eccezione per alcuni ripiani in acciaio e un bidone sigillato in un angolo, trattenuto da appostiti ganci metallici. Come da routine, i tecnici iniziarono spruzzando il Luminol. E subito chiamarono il dottor Tamanin.
Una delle specializzazioni di Tamanin era lo studio delle tracce ematiche. La cosiddetta Bpa. La Bloodstain Pattern Analysis parte da tre principî empirici: gravità, viscosità e tensione superficiale. Da questi tre dati e da ciò che ne derivava si potevano dedurre un bel po' di cose utili alle indagini. Il movimento delle persone mentre il delitto si stava compiendo, per esempio. La posizione durante il sanguinamento, i movimenti successivi al delitto. La modalità e l'arma usata. La direzione degli schizzi, che dava un quadro preciso riguardo all'area di impatto e al numero dei colpi inferti. Lo scopo della Bpa è fornire agli investigatori la più plausibile ricostruzione della sequenza del delitto. O, come diceva Tamanin: "Inchiodare i figli di puttana".
Proprio per analizzare la Bpa della scena di zona Geiger, su una parete dell'hangar il dottore aveva appeso le fotografie scattate attorno e dentro al Renault, quelle dell'area circostante e quelle del cadavere. La prima ricostruzione di quanto accaduto era stata abbastanza semplice: il tizio si becca una pallottola nello stomaco, esce dall'abitacolo, si avvia verso il pino mugo, inciampa, si trascina fino agli alberi, si porta le mani al ventre sperando di arrestare l'emorragia, o più probabilmente per un atto istintivo di protezione, finisce le energie, cade e si becca il colpo con una nove millimetri da distanza ravvicinata.
Nel retro del Renault tutte quelle tracce mostrate dal Luminol, quella quantità di Dna, non avevano alcun senso.
- Dottore?
- Esca di qui. Adesso. Subito. Immediatamente.
L'uomo, giacca militare e t-shirt, anziché obbedire accostò la porta dell'hangar e si avvicinò.
- Viktor Martini. Vorrei farle un paio di domande riguardo al...
- Ho già detto al capitano Orlandi che...
L'uomo alzò la mano. - Orlandi e io non lavoriamo insieme. Squadre parallele, diciamo così.
- E allora diciamo, - esplose Tamanin rosso in viso, - che anche lei può andare dove già ho mandato Orlandi.
- Ho letto la relazione della polizia austriaca, capisco le sue preoccupazioni. Ma non è l'interno del Renault che mi interessa.
- Quella relazione è tecnica e lunga. Due aggettivi che gli investigatori non digeriscono. Non mi prenda in giro, - Tamanin si tolse la mascherina. - Si può sapere chi è lei?
- Viktor, dell'ufficio s.
- Ufficio s.?
- La s sta per scartoffie. Leggo velocemente e salto le pagine in cui non si capisce un tubo, quindi ho fatto in fretta. Comunque non mi interessa ciò che contiene o conteneva il Renault. Vorrei solo prendere alcuni dati, - mostrò un tablet e un cavo Usb, - poi me ne vado. Immagino che lei abbia già... - Sgranò gli occhi. Intanto che i due discutevano, i tecnici avevano finito di irrorare di Luminol il cassone dell'autocarro. Rifulgeva come il cielo a capodanno.
- Non è possibile, - esclamò Viktor.
- Adesso capisce perché non ho tempo da perdere?
- Sembra un mattatoio.
- Ma non lo è. Nei mattatoi si trovano chiazze profonde e... - Tamanin scosse la testa. - Il punto è che ogni singola traccia potrebbe essere infettiva.
- Pensa sia sangue animale?
- Non lo siamo tutti? Le è chiaro adesso perché deve andarsene da qui? Martini? Mi sta ascoltando?
No, Viktor era da un'altra parte. A Roma, l'unica capitale al mondo sorta sulla scena di un delitto. Un fratricidio, per la precisione. Ma non c'erano Romolo e Remo davanti ai suoi occhi mentre il dottore lo fissava, preoccupato. C'erano luci stroboscopiche, musica ad alto volume, l'odore dell'alcol e del sesso a poco prezzo, dello smog. Delle scale ripide che puzzavano di fogna. Ratti. E un uomo dal viso gentile, gli occhiali squadrati con lenti spesse da miope. Un uomo che gli diceva...
Tamanin lo scosse. - Martini? Sta bene?
- Nella relazione si parla di un... guinzaglio elettronico. Capisce che intendo?
Tamanin lo squadrò, poi annuì. - Sappiamo entrambi che è illegale. E sappiamo entrambi che non gliene frega niente. Per quanto mi riguarda lei non è mai stato qui. Perciò dia quel tablet a un mio collaboratore e gli dica cosa fare. Al resto penserà lui. E non si azzardi a toccare niente, d'accordo?
***
Prima la paura, l'angoscia che ti schiaccia a terra senza darti nemmeno la possibilità di respirare. Poi la rabbia.
Matthias Holler entrò nella stazione di San Candido a passo spedito, diretto verso la dottoressa Pellegrini. Il maresciallo Fanti si fece avanti per bloccarlo, ma un cenno della donna lo fece desistere.
- Perché? - chiese a voce alta Matthias Holler. - Perché non posso partecipare alle ricerche?
- Perché lei è più utile a casa, con sua moglie, - fu la risposta ferma e pacata della dottoressa. - Dove la possiamo contattare.
E dove, pensò la Pm, non può combinare guai.
L'uomo indicò la porta. - Sa cosa sta facendo Elisabeth in questo momento? È stesa sul letto di Dora. Non piange. Non si lamenta. Non parla. È catatonica.
- Farò intervenire uno specialista dell'ospedale di Bolzano. È una reazione comune nei casi di...
- Mia figlia è scomparsa, - gridò Matthias Holler, - e lei crede che io me ne starò con le mani in mano?
Il viso della Pellegrini si indurì. - Sì. Tornerà a casa, aspetterà l'arrivo del supporto psicologico e farà esattamente quanto le verrà chiesto.
- Nemmeno per sogno, - sbraitò il padre di Dora. - Nemmeno per sogno!
Detto questo uscì dall'edificio, furibondo.
- Vuole che provi a farlo ragionare? - chiese Fanti.
- Fra mezz'ora gli sarà passata. Contatti il San Maurizio e mandi a casa degli Holler una squadra di supporto psicologico.
Fanti sparì.
- Melan? - chiamò la Pm.
Il carabiniere scelto arrivò in un battito di ciglia.
- Martini? - chiese la Pellegrini. - Dov'è finito?
- In ufficio, dottoressa.
- In... - incredula, la dottoressa Pellegrini non terminò la frase. Seguita da Melan, che a stento teneva dietro alle sue falcate, superò il corridoio, arrivò all'ufficio s. e diede due vigorosi colpi sulla porta di legno, senza ottenere risposta. Provò la maniglia, due, tre volte. Chiusa. Dall'ufficio proveniva il consueto: tic-tic-tic.
***
Prima o poi doveva succedere, pensò Terlizzi, mentre estraeva la Beretta dalla fondina tattica e faceva cenno ai due uomini che lo accompagnavano di proseguire come nulla fosse. Si accucciò, controllò che la sicura fosse inserita, strisciò fra i rovi, gli occhi puntati sul suo obiettivo, nascosto dietro un paio di massi erratici coperti di muschio: un berretto da baseball giallo.
Terlizzi attese che gli uomini del soccorso si togliessero dalla linea di tiro e iniziò a percorre gli ultimi metri che lo separavano da Cappellino Giallo. La sua posizione non era fra le migliori, Terlizzi aveva i primi barbagli dell'alba che lo costringevano a socchiudere le palpebre, ma Cappellino Giallo non si accorse di nulla finché il brigadiere non gli fu addosso e con un calcio scaraventò di lato la doppietta che l'altro stringeva fra le mani. Quindi gli puntò la Beretta dritta in faccia.
Che se la facesse sotto, quello strummolo.
L'uomo alzò le mani. - Brigadiere, non spari.
- Holzer, - lo riconobbe Terlizzi.
- Sissignore.
Il brigadiere fischiò, senza smettere di puntare la pistola contro Alexander Holzer, alias Cappellino Giallo, artigiano di San Candido (la metà dei caprioli in legno da cinque euro che i turisti si portava a casa come souvenir era opera sua), artista mancato, cacciatore nel tempo libero e idiota patentato.
Terlizzi non abbassò l'arma neppure quando i due uomini del soccorso afferrarono la doppietta, tolsero le cartucce e misero in sicurezza il fucile. Anche loro, come la maggior parte degli uomini della valle di un'età compresa fra i venti e i novanta, possedevano la licenza di caccia e sapevano maneggiare un'arma.
Terlizzi infilò la pistola nella fondina. - Alzati.
Holzer obbedì.
- Girati. Mani dietro la schiena. Palmi verso di me.
- Mi vuole arrestare?
Terlizzi nemmeno si prese la briga di rispondere. Ammanettò l'artigiano, poi compose il numero del capitano Orlandi.
- Ecco il primo, capitano.
***
Orlandi chiuse la comunicazione. Diede ordine di dare supporto a Terlizzi: c'era un pacco da ritirare. Ne sarebbero arrivati altri. Una notizia del genere non poteva restare nascosta a lungo. I carabinieri sapevano tenere la bocca chiusa, ma i soccorritori? I Freiwillige? Quanto ci era voluto perché la voce passasse di casa in casa? Quanto perché qualcuno facesse due più due con il furgone e il cadavere? Quanto perché qualche testa calda avesse la bella pensata di imbracciare un'arma e mettersi a cercare la bambina? Quello era il Sud Tirolo, e nonostante i rifugi all'avanguardia, le funivie di ultima generazione e i pullman all'idrogeno, certe faccende si risolvevano così da secoli.
Erano le cinque e quarantatré minuti. Dora era scomparsa da circa quattordici ore e il capitano si chiese cosa stesse facendo in quel momento. Dormiva rannicchiata fra gli alberi? Camminava alla cieca inseguendo il suo proposito infantile ed eroico insieme? In entrambi i casi: quel tizio butterato la cui foto era appiccicata accanto alla cartina geografica su cui erano segnati gli spostamenti delle varie squadre era davvero con lei? E cosa voleva?
Stava bene, Dora? Era ferita? Oppure...
Orlandi pensò al viso di sua moglie, addormentata. Provò l'impulso di chiamarla solo per sentirne la voce. Non lo fece. Avrebbe rischiato di svegliare i gemelli. Meglio di no. Così l'interrogativo affiorò.
I suoi uomini stavano cercando un cadavere?
4. (continua)
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