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L’uomo che raccoglie i nomi

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Frustrato, sentendosi tagliato fuori dall’azione il carabiniere scelto Melan si adagiò su una sedia ad ascoltare lo scalpiccio degli anfibi sui pavimenti della stazione, il gracidare delle radio, i mezzi che si mettevano in moto e infine il silenzio, che lo precipitò in una specie di agitato dormiveglia.
Poi: Viktor.
– Ce l’hai qualcosa di decente da metterti addosso? – Il capitano Martini aveva la faccia stropicciata e gli occhi iniettati di sangue a furia di stare davanti allo schermo. – Togli la divisa e vieni fra cinque minuti nel piazzale. Ho bisogno di un autista. A proposito, come ti chiami?
– Michele.
– Recluta mi piace di più. Muoviti.
*

La prima volta Gert non rispose, e Dora allungò il passo per accorciare la distanza. La seconda, fu chiaro che stava fingendo di non sentirla. Ma Gert era un guerriero. Un eco-warrior. Normale che fosse un po’ rude. Dopo la terza volta, però, nonostante due or…
Frustrato, sentendosi tagliato fuori dall’azione il carabiniere scelto Melan si adagiò su una sedia ad ascoltare lo scalpiccio degli anfibi sui pavimenti della stazione, il gracidare delle radio, i mezzi che si mettevano in moto e infine il silenzio, che lo precipitò in una specie di agitato dormiveglia.
Poi: Viktor.
– Ce l’hai qualcosa di decente da metterti addosso? – Il capitano Martini aveva la faccia stropicciata e gli occhi iniettati di sangue a furia di stare davanti allo schermo. – Togli la divisa e vieni fra cinque minuti nel piazzale. Ho bisogno di un autista. A proposito, come ti chiami?
– Michele.
– Recluta mi piace di più. Muoviti.
*

La prima volta Gert non rispose, e Dora allungò il passo per accorciare la distanza. La seconda, fu chiaro che stava fingendo di non sentirla. Ma Gert era un guerriero. Un eco-warrior. Normale che fosse un po’ rude. Dopo la terza volta, però, nonostante due ore di sonno avessero scalfito di poco la spossatezza dovuta alla marcia forzata cui si erano sottoposti per quasi tutta la notte, Dora lo superò e gli si piantò davanti, i pugni sulle anche e l’espressione di sfida sul viso.
– Mi ascolti o no?
– Affermativo, ma no. Negativo, – ansimò Gert. – La lince. Dobbiamo camminare.
– Stiamo sbagliando strada.
– Negativo.
La ragazzina indicò la direzione da cui arrivava la luce del sole e allargò il braccio. – Quello è l’est. Corretto?
– Non c’è tempo.
Dora allungò l’altro braccio, formando una croce. – Ovest. Corretto?
– Dobbiamo fare in fretta.
Dora diede un pestone in terra. – Corretto o no?
– Affermativo. Lo sa anche un boy-scout.
Il braccio di Dora si spostò. – Noi dobbiamo andare verso sud-ovest.
Gert evitò il suo sguardo. – Secondo le mappe sì.
– E allora perché stiamo andando a nord?
Gert si sfilò lo zaino, prese la borraccia e si dissetò.
– Chi ti ha detto della lince?
– Mio padre.
– Chi sapeva del nido?
– I miei genitori.
Gert rimise il tappo alla borraccia.
– Ecco perché andiamo a nord. La Val Fiscalina sarà piena di gente che ti sta cercando. E di elicotteri.
– Ma il nido della lince è lì! – esclamò Dora. – Se non prendiamo i cuccioli, come facciamo a evitare che…
– Affermativo. Salvare i cuccioli. La missione. Proteggere il nido. Ma se ci prendono prima… – C’era dolcezza nelle parole dell’uomo dal viso butterato. – Tu tornerai a casa e io finirò in prigione.
Dora avvampò, piena di rimorso. – Ti avevo detto di avere diciotto anni. Lo so. Scusa.
Il viso di Gert si distese in un largo sorriso.
– Mentire serve a depistare. Ascoltano tutto, quelli della Legge. Leggono tutto. A quest’ora avranno già rivoltato come un calzino i computer, le nostre cose. E…
Gert si bloccò, aprì la bocca, lo sguardo vacuo. Aveva lasciato la scatola di munizioni nel suo appartamento o l’aveva fatta sparire? Difficile ricordarlo. Difficile distinguere gli incubi (il buio, gli occhi, le mani protese) dalla realtà. Se avesse continuato a prendere le medicine ci avrebbe messo un po’, ma la risposta sarebbe emersa dalla sua memoria cancellando ogni dubbio. Però Hannes l’aveva convinto a smetterla con le pillole e per quanto lui ora si sforzasse non riusciva proprio a ricordare che fine avesse fatto quella scatola. Inoltre, si chiese sfregandosi le mani sui pantaloni, quante altre cose poteva aver dimenticato? Quanti particolari si era lasciato alle spalle? Quanto gli poteva essere sfuggito? «Quelle pillole ti rendono più stupido e più lento del solito». Era vero. Però le medicine evitavano che gli incubi si confondessero con la realtà. O che quando si arrabbiava le tempie iniziassero a battere come tamburi di guerra.
Anche Dora sprofondò in sé stessa. Credeva di aver pensato a ogni conseguenza della sua fuga. Era ovvio che i suoi genitori avrebbero chiamato i carabinieri e che il soccorso alpino avrebbe iniziato a cercarla. Però non aveva considerato che i carabinieri avrebbero ficcato il naso tra le sue cose. I suoi libri, i poster. Li immaginò a terra, accartocciati, calpestati. Immaginò anche il viso di sua madre quando avesse visto l’ultimo messaggio di Gert. Quello che non aveva avuto il coraggio di cancellare. L’emoticon che mandava baci. Il solo pensiero la fece avvampare.
– Gert?
– Affermativo, – mormorò l’uomo. – Io sono okay. Tu sei okay?
– Solo se mi dici dove stiamo andando.
– Rifugi della Resistenza. Segreti, nascosti, sicuri.
Dora sgranò gli occhi. – Questo significa che io…
Gert allungò la mano. – Benvenuta nella Resistenza. Sei okay adesso?
Dora la strinse e sentì il petto gonfiarsi di orgoglio.
– Sono okay.
Non ci furono altre domande, e Gert non dovette più mentirle. Non gli piacevano le bugie, neanche quelle dette a fin di bene. Dora non avrebbe capito. Non subito, almeno. I viet-cong non avevano vinto la guerra in poche settimane. La Blitzkrieg, diceva suo padre, era una teoria per fessi. Le guerre si vincevano con tattica, pianificazione e pazienza. Tutte e tre le cose richiedevano tempo e là dove Gert stava portando Dora il tempo non aveva importanza. Lì la ragazzina avrebbe capito. Nel frattempo doveva mentirle. Sorrise, mostrò il pollice e riprese la marcia.
*

Da San Candido a San Vito fino a località Mauer. Se sei un turista, roba da lucidarsi gli occhi. Ma loro non lo erano, e Melan cominciava a innervosirsi. La Pellegrini, nemmeno a dirlo. Di nuovo San Candido, direzione Dobbiaco, dopo il centro sportivo, oltre la stazione dei treni, verso Zwigl.
Altra sosta. La dottoressa Pellegrini mitragliava domande e Martini si trincerava nel suo silenzio. In macchina. Indietro, superata Versciaco fino a Prato alla Drava che prendeva il nome da quel rigagnolo che finiva nel Danubio. La Pellegrini, un grado più in là del porpora. Martini, zitto.
San Candido, Moso, Sesto Pusteria, statale 52 oltre il Caravan Park, passo Monte Croce in bella vista. Cima Undici e il Popera come sfondo. Sempre la stessa scena. Arrivavano in un posto desolato, Martini scendeva, si guardava attorno. Prendeva appunti. Scattava foto. Ignorava la Pellegrini. Poi risaliva in auto. Alla radio musica country intervallata da rock anni Ottanta. Viktor mezzo sdraiato sul sedile posteriore, a fissare un tablet con gli auricolari nelle orecchie. Non li sfilava nemmeno quando grugniva indicazioni.
– Alla prossima, a sinistra. C’è da fare un po’ di rally.
La Ford s’inerpico fin quasi al limite del parco naturale, con la Croda Rossa che sembrava aspettarli incarognita.
– Qui.
Non un’anima in giro.
Martini scese dall’auto. La Pellegrini lo seguì. Melan spense il motore e spalancò il finestrino, aveva bisogno di aria fresca. La Croda Rossa, con le guglie simili a zanne, lo faceva sentire vulnerabile. Quando Martini e la Pellegrini iniziarono a discutere, alzò il volume della radio. Johnny Cash gli spiegò che c’era un uomo in giro, un uomo che raccoglieva nomi. Melan guardò Martini. Sopra il capitano alcuni gracchi volavano in cerchio. Un uomo, proseguiva la canzone, che raccoglieva nomi e decideva chi liberare e chi condannare. Il carabiniere scelto iniziò a sentirsi a disagio. C’era un che di sinistro in quelle parole. E, dovette ammettere, c’era qualcosa di sinistro anche nel fatto che calzassero a pennello per descrivere l’Inquilino dell’ufficio s. Quando Johnny Cash iniziò a cantare di centomila angeli in coro, un gracchio, penne nere e rostro affilato, si posò sul cofano della Ford e Melan decise di averne abbastanza. Spense la radio.
Il gracchio restò a fissarlo, torvo.
*

L’edizione delle dieci del Tg regionale alternava immagini di Sesto Pusteria, di San Candido e della zona circostante, al viso in lacrime di Elisabeth Holler, la madre di Dora. Per qualche motivo, notò il maresciallo Fanti, la donna sembrava rimpicciolita. Il capitano Orlandi, invece, faceva un figurone. Poche parole, sguardo fermo. La troveremo. Fanti maledisse il suo superiore. Una promessa è una promessa, capitano. E se non fossero riusciti a mantenerla, quella povera donna si sarebbe ristretta fino a scomparire. Brutti pensieri, inutili. Era solo la stanchezza, si disse.
*

Il brigadiere Terlizzi si concesse una sosta. I due uomini che lo accompagnavano, Heinz e Franz, due fratelli di Sesto Pusteria, gli offrirono un sorso di grappa.
– Non bevo quando sono in servizio, grazie.
– È ancora in servizio, brigadiere? – fece Franz, il maggiore dei due. – Da quanto non dorme?
Terlizzi alzò le spalle. – Se fosse tua figlia?
– Sarei in giro. Ma con un fucile in spalla.
– Se hai da dire qualcosa, dilla.
Franz prese fiato. – Alexander Holzer... Era necessario arrestarlo?
– Sì.
– Manette e tutto?
– Manette e tutto. Quell’idiota avrebbe potuto sparare a uno di noi. E hai sentito come puzzava?
Franz, colto in fragrante, fece sparire la fiaschetta. – Però, quel tipo, Gert…
– Pausa finita. Andiamo.
*

Orlandi scese dal Renegade. La conferenza stampa era andata bene, ma quelli accorsi all’abitazione di Dora erano reporter locali. Sapevano del collegamento fra la sparizione della ragazzina e la morte di Hannes Baumgartner, e per il momento avrebbero rispettato il tacito accordo delle ventiquattro ore, in base al quale il capitano dettava lo spartito che loro avrebbero riproposto ai bravi cittadini dell’Alto Adige. Che avevano il diritto di sentirsi sicuri e che non dovevano farsi venire strane idee. A parte il falegname sedicente artista, non c’erano state altre teste calde da sbollire, ma scadute le ventiquattro ore la notizia sarebbe arrivata alla stampa nazionale. Perché era agosto. Perché la politica languiva. Perché gli sbarchi degli immigrati erano in diminuzione. Perché la storia di una tredicenne nelle mani di uno psicopatico era roba da leccarsi i baffi. E i boschi sarebbero stati presi d’assalto da Bauer incazzati come vipere, «cittadini preoccupati», ubriaconi senza niente da fare e gentaglia che cercava di dare un senso alla propria nullità brandendo un’arma.
– Non mi saluti nemmeno?
La moglie di Orlandi si protese per baciarlo, ma il capitano si ritrasse, accigliato. Mai in divisa, le aveva detto e ripetuto. Mai davanti ai sottoposti. Chiara arrossì, senza perdere il sorriso.
– È successo qualcosa ai gemelli? – chiese Orlandi, brusco.
Chiara gli porse un cestino da pic–nic.
– Sono da mia madre. Ho pensato di portarvi questi.
– Abbiamo un servizio mensa, lo sai.
– Dici sempre che non è un granché.
Orlandi cercò di rilassarsi.
– Scusa, – mormorò prendendo il cestino. – Abbi pazienza. Quella ragazzina è una faccenda orribile.
La donna si incupì. – Non faccio che pensarci. Ho visto Baldini, poco fa. È passato al tribunale dei minori?
– No, lui segue la storia del morto.
– Chi c’è del tribunale dei minori?
– La Pellegrini.
– La conosco?
– Forse. Può essere.
Chiara gli scoccò un bacio sulla guancia e lo salutò con un un: – Prendi i cattivi, mi raccomando.
Orlandi la seguì con lo sguardo. Cos’aveva letto nei suoi occhi quando aveva nominato la Pm? Chiara sapeva della Pellegrini? E se sapeva, perché non ne aveva mai fatto parola? Cazzate. Chiara non sa nulla e non è il momento per farsi venire i rimorsi di coscienza, si disse sfregando la guancia nel punto in cui il bacio aveva lasciato un’ombra di rossetto.
Bruciava.
*

Quando la Pm ebbe terminato la sfuriata, Martini commentò. – Io non lavoro così, dottoressa.
– Lei lavora per me. Se io le chiedo il motivo delle sue azioni, lei ha il dovere di rispondere.
– Lei non conta un cazzo. Io non conto un cazzo. L’idea della squadra di supporto è una stronzata, – rispose duro Viktor. – Il capitano Orlandi ha il comando. È lui che le deve delle spiegazioni, ma non gliele fornirà perché, come sappiamo entrambi, il Pm è Baldini, non lei. È chiaro?
– E allora perché siamo qui?
– Perché me l’ha chiesto il generale Leoni. Adesso mi chieda di Testaccio, come fanno tutti.
– So già quello che mi serve.
Viktor scrollò le spalle e tornò a guardarsi attorno. – Lei non sa proprio niente, dottoressa.
– Ho letto i giornali, so quello che è successo.
La Pellegrini si rese conto di aver commesso un errore. Lo sguardo da cane affamato di Martini si trasformò in qualcosa di più sottile e minaccioso. Tuttavia Viktor non alzò la voce, il suo tono suonò solo stanco. E non ci fu nemmeno sarcasmo in quello che disse. Forse solo un velo di tristezza.
– Lei ha letto i giornali.
– Vuole che mi procuri i faldoni dell’inchiesta così poi potremo collaborare? Mi sta dicendo questo?
– Le sto dicendo che lei non c’era. Non c’era prima, non c’era durante. Né tantomeno dopo.
– Tre mesi all’ospedale psichiatrico Santa Maddalena di Orvieto. Questo lo so. E allora?
– Allora mi lasci lavorare.
– Sa cosa mi ha detto Leoni? Mi ha detto di lasciarla fare. Che lei è un cacciatore, che questo mestiere ce l’ha nel Dna.
– Leoni non ha detto Dna. Ha detto…
– Sangue.
– E non ha detto…
– Ha detto predatore. E sa cosa ha aggiunto? Che il predatore più pericoloso è quello ferito. Come lei e come me.
Gli occhi della Pellegrini agganciarono quelli di Martini, inchiodandoli.
– A quindici anni sono scappata di casa. Uno degli amici di mia madre voleva che lo chiamassi zio anche quando si infilava nel mio letto. Conosce il tipo, suppongo. Invece di finire tossica, o peggio, ho trovato chi mi ha aiutato. Lo stronzo che voleva essere chiamato zio non è nemmeno finito in cella. Era incensurato e non c’erano prove. Mia madre testimoniò contro di me. Ottenni l’emancipazione. Mi diplomai. Mi pagai gli studi in Giurisprudenza facendo la cameriera. Summa cum laude. Per festeggiare sono andata sotto casa del bastardo con un paio di forbici. Sono stata lì tutta la notte e ho deciso che non ne valeva la pena. Ho lavorato sodo. Ho conosciuto un magistrato prossimo alla pensione, il padre che non ho mai avuto, se vuole un po’ di psicologia spicciola. È stato lui a mettere le manette al figlio di puttana, che nel frattempo aveva mollato mia madre e si faceva chiamare zio da un’altra poveretta. Al processo ci siamo incrociati, ma lui non mi ha riconosciuta. Ho vinto il concorso. Sono stata trasferita al tribunale di Bolzano, ho conosciuto Orlandi e ci sono andata a letto. È stato stupido e infantile, ma l’ho fatto. Poi ho troncato. Non perché è sposato, ma perché subito dopo, mentre quell’idiota dormiva, ho avuto un attacco di panico. Proprio come ogni volta che un uomo mi mette le mani addosso, anche se sono io a chiederglielo. Pensavo che Orlandi, essendo un… uno dei buoni… ma non è successo. L’ho accettato. Ho accettato la mia ferita. La uso per il mio lavoro. È quello che dovrebbe fare anche lei, capitano. O sbaglio?
Restarono in silenzio sotto lo sguardo della Croda Rossa, con i gracchi che volteggiavano torvi e mille non detti che passarono dalle iridi chiare come l’Artide della Pm a quelle senza fondo di Martini. Alle fine il capitano le porse il tablet.
– Cosa vede, dottoressa?
– Una mappa della zona. Puntini.
– Il Renault era tracciato. Il parco-zoo l’aveva dotato di un localizzatore satellitare. Lo trova nel rapporto della polizia austriaca. Nessuno legge mai i rapporti con la dovuta attenzione, vero dottoressa? A parte gli avvocati della difesa. Il localizzatore serviva a tracciare i movimenti del veicolo perché…
– … potenzialmente pericoloso.
– Quindi in caso di furto era meglio poterlo individuare in fretta. La polizia austriaca si è fatta inviare le rilevazioni del localizzatore, senza riscontrare anomalie. Ma non ha pensato di verificare i dati ottenuti con quelli del navigatore collegato al Gps. Incrociandoli salta fuori che Hannes ogni tanto staccava il localizzatore, ma non spegneva il Gps. Forse non sapeva come fare o forse non ci pensava.
Martini si portò al fianco della dottoressa e le prese il tablet dalle mani. I punti furono fagocitati da un mare di linee. Nere. Blu. Rosse.
– Le linee nere corrispondono agli spostamenti del Renault registrati sia sul Gps sia sul server del localizzatore. Dal parco-zoo a un laboratorio. Oppure dal parco-zoo a qualche rifugio per animali e di nuovo a un laboratorio. Andata e ritorno. Tutto in regola, mai una deviazione, come le dicevo. Le blu e le rosse sono quelle che invece non sono state registrate dal localizzatore, ma solo dal Gps.
Martini isolò le blu e lasciò che fosse la Pm a trarre le conclusioni.
– Pompe di benzina, night club. Bordelli…
– Una vita semplice, quella di Hannes. Usava il Renault per farsi gli affari suoi. Non un genio del crimine, ma nemmeno uno stupido. Ogni volta il mezzo tornava alla base con il serbatoio pieno.
– E a quel punto ricollegava il localizzatore. Le linee rosse cosa sono?
– Localizzatore staccato ma niente bordelli o night. Le linee rosse sono quelle che abbiamo percorso insieme. I puntini sono i luoghi in cui il Gps segnalava una sosta prolungata. Dalle due alle quattro ore.
La donna si guardò attorno. Martini notò che quando rifletteva aveva la tendenza a mordersi le labbra.
– Perché Baumgartner andava in posti come questo? Non c’è niente.
– Buona domanda, però non direi che non c’è niente, – fece Viktor. – Qui c’è molto. Guardi.
Martini, si rese conto la Pm, aveva fotografato centimetro per centimetro i luoghi del loro viaggio.
– Mozziconi di sigaretta, animali morti, preservativi usati e segni di pneumatici?
– Tutto per i verbali.
– I verbali –. La Pellegrini scosse la testa. – Lei è davvero l’Inquilino dell’ufficio scartoffie, vero capitano?
– Facciamo un patto. La smetta di chiamarmi capitano e io smetterò di tenerla all’oscuro di quello che faccio.
– Facciamo invece che lei mi dice tutto e subito, e quando questa storia sarà finita farò lo sforzo di chiamarla Martini.
– Non Viktor?
– Lo trovo fuori moda, capitano.
A Martini scappò una mezza risata che fece volare via il gracchio appollaiato sul cofano della Ford. – Ha appena perso la possibilità di conoscere in anticipo la nostra prossima meta.
*

Gert si appoggiò al tronco di un frassino, boccheggiando. Le tempie avevano preso a battere.
– Ho bisogno di una pausa.
Dora annuì, anche lei era distrutta. Mano a mano che procedevano il sentiero si era fatto più difficile; aveva le caviglie gonfie e sentiva lo stomaco brontolare. Rovistò nello zaino e prima di rendersi conto della propria sfacciataggine aveva già divorato un paio di barrette al muesli.
– Ne vuoi una? – chiese.
Gert aveva gli occhi chiusi. Sfregava le unghie le une contro le altre, tremando.
– Gert? – Dora si gli si avvicinò, tendendo la barretta. L’uomo riaprì gli occhi e Dora vi lesse terrore. – Devi mangiare, sei pallido.
– Affermativo. Stanco, – Gert prese la barretta e cercò di aprire la confezione, senza riuscirci.
– Vuoi che ti aiuti?
– Negativo, ce la faccio. Io. Io… – sbottò, gettando a terra la barretta e calpestandola con furia. – Merda, merda, merda!
Poi iniziò a prendere a calci lo zaino, che si rovesciò. Solo allora parve chetarsi.
– Scusa. Scusa. Scusa.
Afferrò la barretta, che sotto il suo peso era letteralmente esplosa, e iniziò a leccare l’involucro. – È buona, squisita. Io ho queste…
Le porse un barattolo di latta privo di etichetta.
– Roba della Resistenza? – chiese Dora.
– Affermativo. Niente chimica. Il muesli è buono, ma questa è più buona –. Gert si bloccò, guardandosi attorno smarrito. – L’apriscatole. L’apriscatole. Non ho portato…
Iniziò a cercare fra le sue cose sparse a terra, guaendo. Dora gli allungò il coltellino multilama che le avevano regalato per Natale.
Gert aprì una delle lattine senza etichetta.
– Assaggia.
L’odore era pessimo. Il sapore, peggiore. Tuttavia, visto che Gert sorrideva felice, usando le dita a mo’ di cucchiaio, Dora ne mangiò una buona porzione.
Il resto lo trangugiò Gert in pochi secondi.
– Sei stata previdente. Ottima idea quella del coltello. Io ho dimenticato il mio.
Dora pulì la lama contro i pantaloni, la richiuse e ripose il multiuso, mentre Gert raccoglieva le sue cose canticchiando. Dora sentì le dita sfiorare lo smartphone ed ebbe un’esitazione. Aveva portato il telefono con sé solo nell’eventualità che accadesse un incidente, però era curiosa. Quella smorfiosa di Elisa. Chissà cosa aveva scritto sul suo profilo Facebook. E le altre compagne di scuola? E i giornali? Che foto avevano scelto? Cosa avevano scritto? Non resistette. In pochi secondi lo schermo si riempì di notifiche. WhatsApp, sms, mail. L’ultimo sms era di sua madre.
– Cos’è quello?
Non poteva essere Gert, quello che le strappò di mano il telefonino e lo calpestò fino a ridurlo in briciole. Non poteva essere Gert, quello che le diede uno schiaffo, uno solo, ma forte, che la fece cadere a terra.
– Alzati. Prendi lo zaino. Adesso sanno. Stupida, stupida mocciosa.
Quel «mocciosa» le fece più male della sberla.
– Mi hai colpita.
– Affermativo, te lo meriti. Hanno i satelliti. I satelliti controllano le comunicazioni. Hannes lo sapeva. Sapeva che si deve staccare il localizzatore per essere invisibili. Invisibili. Alzati!
Dora obbedì. Era così anche nei film. I poliziotti tracciavano i cellulari e beccavano il cattivo. Solo che adesso i cattivi erano loro. Si portò la mano sulla guancia arrossata. Avrebbe voluto dire a Gert quanto le dispiaceva. Che era stata un’ingenua. Ma non lo fece, perché Gert tirò fuori la pistola.
– Nessuno si deve fare del male, – protestò la ragazzina, spaventata. – È la Resistenza che lo dice, Gert.
– Negativo. C’è di peggio della morte. Molto peggio. Sai cosa mi ha detto Hannes quando gli ho sparato?
Dora si sentì mancare il terreno sotto i piedi.
– Mi ha ringraziato.


Quinta puntata fine. Domani la sesta