Hic sunt dracones
Luca d'Andrea , di LUCA D'ANDREALa quinta puntata del romanzo “L’animale più pericoloso”
L'Alto Adige - come lo chiamano gli abitanti di madrelingua italiana usando la nomenclatura napoleonica, o Südtirol, appellativo usato dagli autoctoni di madrelingua tedesca - è popolato da caprioli, marmotte, faine, volpi, vipere e da qualche esemplare di lupo, per non parlare dell'infinita varietà di insetti, pesci di fiume o lacustri, uccelli che vanno dal passero al gallo cedrone fino alla regina del cielo: l'aquila reale. Esseri umani, pochi. Cinquecentomila abitanti su settemila chilometri quadrati di cime, ghiacciai e foreste. La geografia ama il mistero e il mistero prolifera dove l'essere umano è raro. Per questo in Alto Adige esistono luoghi che gli antichi geografi avrebbero descritto con le parole: Hic sunt dracones. Angoli in cui i cellulari sono zavorra e altri in cui le trasmissioni sono rese complicate dalla roccia che riverbera, scherma, infrange.
Dove ci sono i draghi, è la geografia a dettare le regole. Non l'uom…
Dove ci sono i draghi, è la geografia a dettare le regole. Non l'uom…
L'Alto Adige - come lo chiamano gli abitanti di madrelingua italiana usando la nomenclatura napoleonica, o Südtirol, appellativo usato dagli autoctoni di madrelingua tedesca - è popolato da caprioli, marmotte, faine, volpi, vipere e da qualche esemplare di lupo, per non parlare dell'infinita varietà di insetti, pesci di fiume o lacustri, uccelli che vanno dal passero al gallo cedrone fino alla regina del cielo: l'aquila reale. Esseri umani, pochi. Cinquecentomila abitanti su settemila chilometri quadrati di cime, ghiacciai e foreste. La geografia ama il mistero e il mistero prolifera dove l'essere umano è raro. Per questo in Alto Adige esistono luoghi che gli antichi geografi avrebbero descritto con le parole: Hic sunt dracones. Angoli in cui i cellulari sono zavorra e altri in cui le trasmissioni sono rese complicate dalla roccia che riverbera, scherma, infrange.
Dove ci sono i draghi, è la geografia a dettare le regole. Non l'uomo. Credere che ogni millimetro del pianeta sia controllato e controllabile è la più claustrofobica e ingenua fra tutte le superstizioni del XXI secolo.
Fu questa la verità contro cui il capitano Orlandi andò a sbattere quando l'incaricato del nucleo scientifico gli portò la brutta notizia.
- Che significa che l'avete perso? - sbraitò.
- Un plin. Sette secondi. Poi il segnale è svanito. Le montagne...
Orlandi si fece di porpora. - Le montagne?
- È un po' complicato da spiegare, ma...
Il capitano schiantò il pugno sulla scrivania. - Sparisca dalla mia vista.
Il tecnico lo lasciò in compagnia del maresciallo Fanti il quale, non meno incredulo del superiore, scuoteva la testa scrutando la mappa spiegata sulla scrivania dell'ufficio comando.
- Le montagne... - ripeté il capitano.
Il Pm Baldini, su indicazione di Orlandi, aveva fatto pressioni alla compagnia telefonica non appena i genitori della ragazzina avevano segnalato la sparizione dello smartphone di Dora. La compagnia telefonica aveva ribattuto che ci voleva del tempo, che c'erano delle procedure da rispettare e così il capitano aveva perso la possibilità di seguire Dora attraverso le celle di localizzazione e chiudere quella faccenda nel giro di un quarto d'ora. Naturalmente Orlandi sapeva che l'Arma aveva i suoi mezzi per aggirare le ritrosie delle società di telecomunicazioni, e si era rivolto al generale Leoni.
Leoni aveva fornito il giusto strumento, ma in ritardo, perché alle volte la forza della Macchina dimostrava di essere la sua più grande debolezza. Gerarchie. Anche il generale aveva qualcuno sopra di lui e quel qualcuno, a Roma, aveva dei referenti fra i servizi segreti cui non piaceva che certi marchingegni venissero usati per faccende che non fossero la lotta al terrorismo o alla criminalità organizzata.
Quando infine l'attrezzatura era arrivata alla stazione di San Candido, per un puro colpo di fortuna il tecnico aveva iniziato a scandagliare l'etere nel momento in cui Dora aveva acceso il cellulare. Nessuno ebbe il tempo di gioire, però. Il plin di cui l'addetto aveva parlato al capitano Orlandi era durato sette secondi. Poi lo smartphone era svanito nel nulla, trasformando il sistema di intercettazione procurato con tanta fatica dal generale Leoni in niente più che un costoso soprammobile.
E questa non era l'unica brutta notizia.
Il plin proveniva da una zona fra la Val Carbone, i 2900 metri della Rocca dei Baranci, i 2800 della Cima Piatta di mezzo e i 1600 del rifugio Tre Scarperi, troppo lontano rispetto al nido della lince, e questo significava che Orlandi aveva inviato il grosso degli uomini nella zona sbagliata. Oppure, come aveva cercato di spiegare il tecnico delle intercettazioni prima che il capitano perdesse il controllo, il segnale proveniva solo apparentemente dalla zona indicata, per una questione di montagne e dracones.
- Chi c'è in questo quadrante?
Orlandi indicò sulla mappa la zona compresa fra la Val Carbone e il rifugio Tre Scarperi. Una ragnatela di sentieri, vie ferrate e strapiombi.
- Civili, per lo più, - rispose il maresciallo Fanti, che aveva già dato una rapida occhiata alla lista delle assegnazioni. - Soccorso alpino e Freiwillige.
- Dei nostri?
- Pochi, capitano.
- Intanto mandiamo un elicottero.
- E poi?
Orlandi si sedette alla scrivania, si allentò la cravatta e sospirò. - Rifacciamo tutto daccapo.
***
- Questo è l'ultimo puntino del Gps? - chiese la Pellegrini.
- È anche dove il Renault ha fatto meno soste e l'unico luogo che comprende anche un edificio. Sa cos'è? - fece Martini indicando la costruzione dal tetto sfondato.
- Un maso.
- È uno dei pochi motivi per cui i miei genitori discutevano. Io sono altoatesino: mia madre era tedesca, mio padre italiano. Brave persone che se ne fregavano dei pregiudizi. L'unico motivo per cui battibeccavano era per i masi. Mia madre ci era nata e non poteva sopportare che mio padre si ostinasse a dirle che la parola "maso" deriva dal latino. Per lei era come se qualcuno dicesse che la pizza l'hanno inventata in Brasile.
Il maso diroccato doveva essere antico a giudicare dai pietroni che facevano capolino là dove gli inverni avevano sbriciolato l'intonaco. Finestre piccole e senza infissi, porta divelta e lasciata a marcire fra l'erba alta. Dava l'impressione di essere una fortezza, non un'abitazione. E, in un certo senso, i masi erano proprio questo. Fortezze. Contro la fame, contro il freddo. Contro il mondo.
Alla Pellegrini non stupiva che un po' del sangue di chi aveva abitato in edifici del genere scorresse nelle vene di Martini.
- Come mai è in rovina? - domandò.
- Probabilmente la famiglia del Bauer si è estinta. Oppure i figli hanno deciso di trasferirsi altrove. Ha mai provato a falciare l'erba su un pendio come questo? Meglio lavorare in ufficio e godersi le montagne come un qualsiasi turista.
- Intendevo dire, come mai non è stata trasformata in albergo? La zona è incantevole.
Martini non rispose. All'improvviso tutta la sua concentrazione era rivolta all'entrata del maso, poco distante.
- Ci deve essere un animale morto lì dentro, - disse teso. - Sente l'odore?
- In realtà, - fece la donna, - no.
Solo il profumo dell'erba, la fragranza di resina degli alberi e un vago sentore di legna marcia e muffa, ma nient'altro.
La Pm vide il capitano allungare la mano verso la giacca, dove di solito gli ufficiali in borghese tenevano l'arma di ordinanza. Dopo un'esitazione, la mano si chiuse a pugno. Martini non aveva con sé la pistola.
- Recluta? - chiamò Viktor. - Tieni la dottoressa fuori di qui.
- Sissignore.
Viktor gli scoccò un'occhiata in tralice. - Hai la pistola? La voglio con la sicura. Ma tienila stretta.
Melan si guardò attorno, allarmato. - C'è bisogno di rinforzi?
- Controlla la porta e attento ai ratti, - fece Martini, quindi si avviò verso la fonte dell'odore.
- Ratti? - mormorò Melan.
***
La prima volta che Dora aveva visto un animale ferito aveva nove anni e con lei c'era suo padre. Era ottobre, periodo di castagne. Ricordava le raccomandazioni di sua madre (lascia che sia papà a prenderle, tu devi solo trovarle o finirai per pungerti) e quelle del padre (scuoti sempre prima le foglie intorno, possono esserci le zecche, poi usa la punta dello scarpone per farle uscire dal riccio, moooolto delicatamente). Ricordava la brezza autunnale piena di odori, l'eccitazione se fra i rami sbucava qualche scoiattolo e il piacere di vedere il cestino riempirsi di quelle delizie.
Quando avevano udito il fruscio suo padre le aveva fatto segno di avvicinarsi.
"Un cervo", aveva sussurrato.
Il palco di corna impressionante svettava fra le fronde. Dora non aveva mai osservato un cervo così da vicino perché, nonostante la mole, sono animali timidi. Il cervo si era fatto avanti, barcollando.
Sembrava che la testa gli pesasse troppo. Non riusciva a tenerla ritta se non per qualche secondo. Dal naso e dalla bocca scendeva schiuma. Un po' della schiuma era rossa. Il cervo tremava, il respiro corto. Sulla coscia destra aveva una larga chiazza nera. L'animale la lambiva, provando inutilmente a scacciare il dolore. Quando lo faceva, dalle froge uscivano degli sbuffi infastiditi.
Il padre di Dora aveva imprecato a mezza voce, aveva afferrato la bambina e aveva iniziato a retrocedere, mentre, abbandonato il cestino con le castagne, prendeva il cellulare con la mano libera.
"Holler, - aveva detto, al telefono. - L'ho trovato. Il cervo. Quello ferito. Già".
Aveva dato le indicazioni e chiuso la comunicazione.
"Adesso ce ne torniamo a casa".
"Le castagne, papà".
"Lasciamole agli scoiattoli".
Il cervo stava morendo, aveva l'olfatto compromesso, ma la sua vista era ancora acuta. Aveva scorto l'uomo con la bambina stretta al petto e aveva emesso un verso a metà fra un ruggito e un piagnucolio.
Dora non era riuscita a trattenersi: "Papà?"
Al suono della sua voce il cervo aveva abbassato le corna, le punte erano aguzze come lance. Era un maschio bello grosso, in salute avrebbe potuto fargli parecchio male, forse addirittura ucciderli. Dora aveva sentito il padre irrigidirsi. I cervi sono timidi, ma possono diventare aggressivi. Tuttavia l'animale non aveva caricato, non ne aveva la forza. Si era accasciato a terra fissando la bambina con occhi disperati e cattivi insieme. Il padre di Dora ne aveva approfittato per dare le spalle alla bestia e ritrovare il sentiero. Poi giù, verso valle.
A metà strada padre e figlia avevano incrociato due uomini della guardia forestale. Imbracciavano fucili con il mirino e avevano salutato il padre di Dora chiamandolo per nome.
"È lassù?"
"Appena fuori dal tracciato".
Un cenno di congedo. Il rumore metallico del proiettile che finiva nella camera di scoppio.
"Perché hanno i fucili?"
"Perché il cervo... - Matthias Holler aveva faticato ad articolare una risposta. - Qualche bracconiere gli ha sparato, ma l'ha solo ferito. Quel... - si era bloccato prima di usare l'epiteto che gli era venuto in mente. - Non è stato neanche capace di finirlo. E adesso la povera bestia sta male e deve essere abbattuta. Si fa così con gli animali".
"Non possiamo portarlo in ospedale?"
"Sarebbe inutile, purtroppo. Ha il sangue avvelenato".
Quel giorno Dora aveva imparato una lezione, antica e terribile. La natura non era solo scoiattoli e castagne. Era anche morte e follia. Per questo quando mesi dopo aveva visto il gufo in gabbia aveva dato di matto. Aveva pensato che sarebbe stato abbattuto.
Adesso, mentre Gert la fissava con lo stesso sguardo del cervo col sangue avvelenato, Dora pensò che suo padre non era lì con lei e provò nostalgia. Poi, quando Gert le si avvicinò, pensò che non c'erano nemmeno i due forestali con i loro grossi fucili e si sentì indifesa. Infine, Gert le tappò la bocca e Dora non pensò più a nulla.
***
Martini lasciò che le pupille si abituassero al buio e mosse il primo passo. Aveva le labbra secche, la lingua incollata al palato. La luce che filtrava dalle finestre sfondate mostrava squarci di puro caos.
C'era di tutto sul pavimento. Escrementi, bottiglie, sedie sfondate, indumenti macchiati, resti di bivacchi improvvisati, confezioni di plastica, taniche abbandonate. Le mura che un tempo erano state braccia protettive per generazioni di Bauer erano coperte di muffa e ragnatele.
Suo malgrado, scrutando le grosse travi che sorreggevano il soffitto, il capitano si scoprì a cercare la presenza di ganci e ratti. Non ne vide. Perché quello non era Testaccio, si disse. Niente ratti, niente ganci. Solo un maso abbandonato in Val Pusteria. Eppure, in qualche modo, le vibrazioni che sentiva sottopelle erano le stesse che aveva provato quando era entrato nel magazzino di via Galvani, a Roma.
Avanzò di qualche passo. L'odore della carogna era più forte, ma ancora Martini non riusciva a individuarne la provenienza. Alla sua destra c'era la Stube, alta quasi fino al soffitto e coperta di piastrelle. Una Stube costruita da artigiani che sapevano il fatto loro. Famiglie intere l'avevano amata, se ne erano prese cura, e la Stube aveva ricambiato quell'affetto donando calore e buonumore. Adesso non era nemmeno più un pezzo d'antiquariato: solo immondizia.
Qualcuno aveva acceso un fuoco a qualche metro di distanza, poco sotto una mensola in cirmolo, unica sopravvissuta alla devastazione. Un fuoco bello grande, giudicò il capitano. Legna, plastica e benzina. L'odore era inconfondibile, nonostante la puzza di carogna che impregnava il luogo. Chi aveva preparato quel falò aveva rischiato di incendiare sé stesso e metà della foresta.
Intorno al bivacco, mozziconi di sigaretta. Marlboro. Chesterfield. Tutto materiale da catalogare, fotografare. Scrivere. Tic-tic-tic.
Capire.
- Primo piano libero, - gridò. - Vado di sopra. Non entrate.
Senza attendere risposta, s'inerpicò lungo la scala di legno massiccio che lo portò al piano rialzato. Un corridoio angusto e tre porte, chiuse. Martini usò la torcia del cellulare per rischiarare l'oscurità. La luce era cruda, creava troppe ombre e a Viktor tornò in mente la voce di un uomo dal viso gentile, con occhiali da miope che gli chiedeva...
Con un calcio spalancò la prima porta.
La stanza matrimoniale del Bauer. Lerciume ovunque, ragnatele. Polvere. Martini sentì il cuore stringersi. I contadini non calcolano l'età di un maso in anni, lo fanno in generazioni. Contano i bambini. Era un peccato che quella stanza, in cui erano stati generati e partoriti chissà quanti piccoli Simon o Marlene, fosse ridotta a una cloaca. A parte la tristezza quella stanza non conteneva nulla di utile.
Viktor passò oltre. Il corridoio gli parve ancora più stretto. L'aria impregnata dell'odore della decomposizione, soffocante. Anche la seconda porta cedette subito. Il legno era marcio e i cardini arrugginiti. Stesso spettacolo della precedente, con la differenza che lì il tetto era crollato sotto il peso delle nevicate e sul pavimento si erano sedimentati strati di foglie portate dal vento. In un angolo una famiglia di topi aveva usato degli stracci, forse lenzuola abbandonate, per costruire un nido.
Topi, non ratti.
La terza porta è quella buona, pensò Martini, preparandosi a sfondarla.
***
Dora si risvegliò con qualcosa in bocca e cercò di sputarlo. Niente da fare, era imbavagliata. Si divincolò e scoprì di avere i polsi legati dietro la schiena. Provò a flettere le dita. Riusciva muoverle, ma le formicolavano. Si guardò attorno. Abeti, rocce coperte di muschio. Qualche insetto e i raggi del sole calante. La notte si stava avvicinando, sentiva già l'umidità nelle ossa.
Gert non c'era. Prima di andar via aveva svuotato il suo zaino. Borracce, barrette al muesli, biscotti biologici, un paio di mele che aveva preso dalla dispensa di casa: tutto sparso a terra. Persino i vestiti di ricambio. Due magliette, due mutande, una tuta, quattro paia di calzini e un maglione pesante; di notte, in quota, fa freddo anche d'estate. Perché l'aveva fatto? Non aveva senso.
Dora abbandonò la testa contro il tronco dell'abete addosso al quale Gert l'aveva appoggiata. Le sfuggì un singhiozzo che a causa del bavaglio rischiò di farle andare di trasverso la saliva. Se non si fosse calmata avrebbe rischiato di soffocare. Pensò a Dian Fossey, in mezzo alla giungla, con i bracconieri che avevano messo una taglia sulla sua testa. Dian Fossey non si sarebbe fatta prendere dal panico. Avrebbe reagito, avrebbe trovato un modo per liberarsi e sarebbe scappata. Era la prima volta che lo prendeva in considerazione. Scappare da Gert.
Che sciocca era stata. Fuggire con uno sconosciuto. Uno sconosciuto che forse non sembrava matto come i serial killer dei film, ma che di certo non stava bene. No, per niente. Qualcosa le fece il solletico sotto la pianta del piede. Un bruco. Verde, peloso e decisamente carino. Dora lo scacciò cercando di non fargli male. Solo allora si accorse che Gert le aveva sfilato scarponi e calzini. I calzini erano appesi fra i rami di un cespuglio; gli scarponi, invece, per quanto si sforzasse di cercarli non li vedeva. Perché Gert l'aveva legata e le aveva tolto gli scarponi? Perché è un cervo malato, ha il sangue avvelenato, rispose una voce nella sua testa. Forse quella di Dian Fossey. Forse quella di suo padre. Forse quella di un'altra Dora.
Una Dora adulta, consapevole, combattiva. E spaventata. Perché Dian Fossey, alla fine, non era riuscita a sfuggire ai suoi aguzzini.
***
La Pellegrini si sbagliava. Nella terza e ultima stanza, più ampia rispetto alle precedenti, Viktor trovò la carcassa di un cane rannicchiata accanto a ciò che restava di un armadio rovesciato. Un cane di grossa taglia, certo, ma era impossibile stabilire a quale razza appartenesse. Un povero bastardo che si era perso e che lì aveva trovato la morte. Un bastardo come lui. Così lo chiamavano a scuola, i bulli. Mezzo italiano e mezzo tedesco: bastardo.
Martini non aveva mai capito dove fosse l'insulto.
Ebbe la tentazione di rubare un telo alla famiglia di topi da distendere sulla carogna, ma il suo addestramento gli impedì di farlo. Imperativo principale: preservare la scena. Cristallizzare, come si diceva in gergo. Il cane non aveva più occhi, il pelo brulicava di vermi, il tanfo era un passo oltre l'insopportabile, il ronzio delle mosche era snervante e Martini decise di andarsene.
A parte l'alone di malinconia e il fetore, quel maso non era poi così diverso dagli altri punti sulla mappa in cui il Renault aveva sostato. Eppure, scendendo le scale, Viktor si accorse che la sua mano cercava con insistenza la .45ACP.
La vibrazione sotto pelle non smise di tormentarlo neppure quando sentì il calore del sole.
- Via la pistola, - ordinò al carabiniere scelto. - Come vai a stomaco, recluta?
Melan fece spallucce.
- Dopo quel tizio con la testa aperta in due...
- Voglio che fotografi ogni centimetro. Tutto. Merda compresa. Prima ti sbrighi, prima finisci. Attento all'ultima stanza del piano rialzato. C'è un cane morto - . Un'esitazione. - Quando hai finito coprilo, per favore.
- Vuole che fotografi anche il cane?
- Ovvio. Prima fotografi, poi vomiti. Fuori, però, o il dottor Tamanin darà di matto. La dottoressa e io fingeremo di non vedere. Intesi?
Melan si affrettò a eseguire.
Viktor raggiunse la Pellegrini che stava scrutando i boschi attorno e ai piedi dell'edificio diroccato. Conifere che ondeggiavano nella brezza leggera della sera incombente, creando onde di un verde intenso.
- È incredibile come un paesaggio possa essere meraviglioso e terribile insieme, non crede, capitano?
- In un certo senso stavo pensando alla stessa cosa.
- Davvero?
- Tocca prenderla alla lontana, però.
- Lei non è uno da mezze misure, questo mi pare di averlo già capito.
Martini azzardò un sorriso.
- Ero una recluta come Melan e ancora non avevo deciso se fare l'accademia oppure no; di sicuro cercavo un po' d'azione. Siccome conosco il tedesco fui dislocato in Alto Adige, in Val d'Ultimo. Scomparve un bambino di sei anni. La nonna, una vecchietta che parlava un dialokt quasi impossibile da capire, mi disse che il nipote era stato rapito dalla Perchta. Sa cos'è?
- Temo di no.
- La Perchta, - spiegò Viktor, - è quella che i latini chiamerebbero genius loci. Un modo per descrivere la meraviglia e la paura che certi luoghi suscitano nelle persone.
- Che fine fece il bambino?
- Lo trovò un vigile del fuoco, spaventato ma illeso.
- Un vigile del fuoco?
- La nonna del bambino appiccò un incendio per distruggere la foresta e uccidere la Perchta prima che divorasse il nipote. A modo suo voleva salvarlo.
La dottoressa Pellegrini lasciò vagare lo sguardo su quell'oceano di tronchi, rami e foglie. Sembrava infinito. Soprattutto: vivo in una maniera feroce e minacciosa.
- Quindi per trovare Dora, - provò a scherzare la Pm, - dovremmo dare fuoco a tutto? Questo sta dicendo?
- Sto dicendo che per me la foresta in Val d'Ultimo era solo una foresta, per la nonna del bambino scomparso era la Perchta. Per lei questo maso è un albergo mancato, per me è il ricordo dei miei genitori che battibeccano, e per Melan un lavoro da sbrigare al più presto. La domanda quindi è...
- ... che cos'era questo posto per Hannes?
6. (continua) domani la settima puntata
Copyright © 2019 Luca D'Andrea Pubblicato su licenza Giulio Einaudi editore s.p.a., in accordo con Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency (PNLA).
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Dove ci sono i draghi, è la geografia a dettare le regole. Non l'uomo. Credere che ogni millimetro del pianeta sia controllato e controllabile è la più claustrofobica e ingenua fra tutte le superstizioni del XXI secolo.
Fu questa la verità contro cui il capitano Orlandi andò a sbattere quando l'incaricato del nucleo scientifico gli portò la brutta notizia.
- Che significa che l'avete perso? - sbraitò.
- Un plin. Sette secondi. Poi il segnale è svanito. Le montagne...
Orlandi si fece di porpora. - Le montagne?
- È un po' complicato da spiegare, ma...
Il capitano schiantò il pugno sulla scrivania. - Sparisca dalla mia vista.
Il tecnico lo lasciò in compagnia del maresciallo Fanti il quale, non meno incredulo del superiore, scuoteva la testa scrutando la mappa spiegata sulla scrivania dell'ufficio comando.
- Le montagne... - ripeté il capitano.
Il Pm Baldini, su indicazione di Orlandi, aveva fatto pressioni alla compagnia telefonica non appena i genitori della ragazzina avevano segnalato la sparizione dello smartphone di Dora. La compagnia telefonica aveva ribattuto che ci voleva del tempo, che c'erano delle procedure da rispettare e così il capitano aveva perso la possibilità di seguire Dora attraverso le celle di localizzazione e chiudere quella faccenda nel giro di un quarto d'ora. Naturalmente Orlandi sapeva che l'Arma aveva i suoi mezzi per aggirare le ritrosie delle società di telecomunicazioni, e si era rivolto al generale Leoni.
Leoni aveva fornito il giusto strumento, ma in ritardo, perché alle volte la forza della Macchina dimostrava di essere la sua più grande debolezza. Gerarchie. Anche il generale aveva qualcuno sopra di lui e quel qualcuno, a Roma, aveva dei referenti fra i servizi segreti cui non piaceva che certi marchingegni venissero usati per faccende che non fossero la lotta al terrorismo o alla criminalità organizzata.
Quando infine l'attrezzatura era arrivata alla stazione di San Candido, per un puro colpo di fortuna il tecnico aveva iniziato a scandagliare l'etere nel momento in cui Dora aveva acceso il cellulare. Nessuno ebbe il tempo di gioire, però. Il plin di cui l'addetto aveva parlato al capitano Orlandi era durato sette secondi. Poi lo smartphone era svanito nel nulla, trasformando il sistema di intercettazione procurato con tanta fatica dal generale Leoni in niente più che un costoso soprammobile.
E questa non era l'unica brutta notizia.
Il plin proveniva da una zona fra la Val Carbone, i 2900 metri della Rocca dei Baranci, i 2800 della Cima Piatta di mezzo e i 1600 del rifugio Tre Scarperi, troppo lontano rispetto al nido della lince, e questo significava che Orlandi aveva inviato il grosso degli uomini nella zona sbagliata. Oppure, come aveva cercato di spiegare il tecnico delle intercettazioni prima che il capitano perdesse il controllo, il segnale proveniva solo apparentemente dalla zona indicata, per una questione di montagne e dracones.
- Chi c'è in questo quadrante?
Orlandi indicò sulla mappa la zona compresa fra la Val Carbone e il rifugio Tre Scarperi. Una ragnatela di sentieri, vie ferrate e strapiombi.
- Civili, per lo più, - rispose il maresciallo Fanti, che aveva già dato una rapida occhiata alla lista delle assegnazioni. - Soccorso alpino e Freiwillige.
- Dei nostri?
- Pochi, capitano.
- Intanto mandiamo un elicottero.
- E poi?
Orlandi si sedette alla scrivania, si allentò la cravatta e sospirò. - Rifacciamo tutto daccapo.
***
- Questo è l'ultimo puntino del Gps? - chiese la Pellegrini.
- È anche dove il Renault ha fatto meno soste e l'unico luogo che comprende anche un edificio. Sa cos'è? - fece Martini indicando la costruzione dal tetto sfondato.
- Un maso.
- È uno dei pochi motivi per cui i miei genitori discutevano. Io sono altoatesino: mia madre era tedesca, mio padre italiano. Brave persone che se ne fregavano dei pregiudizi. L'unico motivo per cui battibeccavano era per i masi. Mia madre ci era nata e non poteva sopportare che mio padre si ostinasse a dirle che la parola "maso" deriva dal latino. Per lei era come se qualcuno dicesse che la pizza l'hanno inventata in Brasile.
Il maso diroccato doveva essere antico a giudicare dai pietroni che facevano capolino là dove gli inverni avevano sbriciolato l'intonaco. Finestre piccole e senza infissi, porta divelta e lasciata a marcire fra l'erba alta. Dava l'impressione di essere una fortezza, non un'abitazione. E, in un certo senso, i masi erano proprio questo. Fortezze. Contro la fame, contro il freddo. Contro il mondo.
Alla Pellegrini non stupiva che un po' del sangue di chi aveva abitato in edifici del genere scorresse nelle vene di Martini.
- Come mai è in rovina? - domandò.
- Probabilmente la famiglia del Bauer si è estinta. Oppure i figli hanno deciso di trasferirsi altrove. Ha mai provato a falciare l'erba su un pendio come questo? Meglio lavorare in ufficio e godersi le montagne come un qualsiasi turista.
- Intendevo dire, come mai non è stata trasformata in albergo? La zona è incantevole.
Martini non rispose. All'improvviso tutta la sua concentrazione era rivolta all'entrata del maso, poco distante.
- Ci deve essere un animale morto lì dentro, - disse teso. - Sente l'odore?
- In realtà, - fece la donna, - no.
Solo il profumo dell'erba, la fragranza di resina degli alberi e un vago sentore di legna marcia e muffa, ma nient'altro.
La Pm vide il capitano allungare la mano verso la giacca, dove di solito gli ufficiali in borghese tenevano l'arma di ordinanza. Dopo un'esitazione, la mano si chiuse a pugno. Martini non aveva con sé la pistola.
- Recluta? - chiamò Viktor. - Tieni la dottoressa fuori di qui.
- Sissignore.
Viktor gli scoccò un'occhiata in tralice. - Hai la pistola? La voglio con la sicura. Ma tienila stretta.
Melan si guardò attorno, allarmato. - C'è bisogno di rinforzi?
- Controlla la porta e attento ai ratti, - fece Martini, quindi si avviò verso la fonte dell'odore.
- Ratti? - mormorò Melan.
***
La prima volta che Dora aveva visto un animale ferito aveva nove anni e con lei c'era suo padre. Era ottobre, periodo di castagne. Ricordava le raccomandazioni di sua madre (lascia che sia papà a prenderle, tu devi solo trovarle o finirai per pungerti) e quelle del padre (scuoti sempre prima le foglie intorno, possono esserci le zecche, poi usa la punta dello scarpone per farle uscire dal riccio, moooolto delicatamente). Ricordava la brezza autunnale piena di odori, l'eccitazione se fra i rami sbucava qualche scoiattolo e il piacere di vedere il cestino riempirsi di quelle delizie.
Quando avevano udito il fruscio suo padre le aveva fatto segno di avvicinarsi.
"Un cervo", aveva sussurrato.
Il palco di corna impressionante svettava fra le fronde. Dora non aveva mai osservato un cervo così da vicino perché, nonostante la mole, sono animali timidi. Il cervo si era fatto avanti, barcollando.
Sembrava che la testa gli pesasse troppo. Non riusciva a tenerla ritta se non per qualche secondo. Dal naso e dalla bocca scendeva schiuma. Un po' della schiuma era rossa. Il cervo tremava, il respiro corto. Sulla coscia destra aveva una larga chiazza nera. L'animale la lambiva, provando inutilmente a scacciare il dolore. Quando lo faceva, dalle froge uscivano degli sbuffi infastiditi.
Il padre di Dora aveva imprecato a mezza voce, aveva afferrato la bambina e aveva iniziato a retrocedere, mentre, abbandonato il cestino con le castagne, prendeva il cellulare con la mano libera.
"Holler, - aveva detto, al telefono. - L'ho trovato. Il cervo. Quello ferito. Già".
Aveva dato le indicazioni e chiuso la comunicazione.
"Adesso ce ne torniamo a casa".
"Le castagne, papà".
"Lasciamole agli scoiattoli".
Il cervo stava morendo, aveva l'olfatto compromesso, ma la sua vista era ancora acuta. Aveva scorto l'uomo con la bambina stretta al petto e aveva emesso un verso a metà fra un ruggito e un piagnucolio.
Dora non era riuscita a trattenersi: "Papà?"
Al suono della sua voce il cervo aveva abbassato le corna, le punte erano aguzze come lance. Era un maschio bello grosso, in salute avrebbe potuto fargli parecchio male, forse addirittura ucciderli. Dora aveva sentito il padre irrigidirsi. I cervi sono timidi, ma possono diventare aggressivi. Tuttavia l'animale non aveva caricato, non ne aveva la forza. Si era accasciato a terra fissando la bambina con occhi disperati e cattivi insieme. Il padre di Dora ne aveva approfittato per dare le spalle alla bestia e ritrovare il sentiero. Poi giù, verso valle.
A metà strada padre e figlia avevano incrociato due uomini della guardia forestale. Imbracciavano fucili con il mirino e avevano salutato il padre di Dora chiamandolo per nome.
"È lassù?"
"Appena fuori dal tracciato".
Un cenno di congedo. Il rumore metallico del proiettile che finiva nella camera di scoppio.
"Perché hanno i fucili?"
"Perché il cervo... - Matthias Holler aveva faticato ad articolare una risposta. - Qualche bracconiere gli ha sparato, ma l'ha solo ferito. Quel... - si era bloccato prima di usare l'epiteto che gli era venuto in mente. - Non è stato neanche capace di finirlo. E adesso la povera bestia sta male e deve essere abbattuta. Si fa così con gli animali".
"Non possiamo portarlo in ospedale?"
"Sarebbe inutile, purtroppo. Ha il sangue avvelenato".
Quel giorno Dora aveva imparato una lezione, antica e terribile. La natura non era solo scoiattoli e castagne. Era anche morte e follia. Per questo quando mesi dopo aveva visto il gufo in gabbia aveva dato di matto. Aveva pensato che sarebbe stato abbattuto.
Adesso, mentre Gert la fissava con lo stesso sguardo del cervo col sangue avvelenato, Dora pensò che suo padre non era lì con lei e provò nostalgia. Poi, quando Gert le si avvicinò, pensò che non c'erano nemmeno i due forestali con i loro grossi fucili e si sentì indifesa. Infine, Gert le tappò la bocca e Dora non pensò più a nulla.
***
Martini lasciò che le pupille si abituassero al buio e mosse il primo passo. Aveva le labbra secche, la lingua incollata al palato. La luce che filtrava dalle finestre sfondate mostrava squarci di puro caos.
C'era di tutto sul pavimento. Escrementi, bottiglie, sedie sfondate, indumenti macchiati, resti di bivacchi improvvisati, confezioni di plastica, taniche abbandonate. Le mura che un tempo erano state braccia protettive per generazioni di Bauer erano coperte di muffa e ragnatele.
Suo malgrado, scrutando le grosse travi che sorreggevano il soffitto, il capitano si scoprì a cercare la presenza di ganci e ratti. Non ne vide. Perché quello non era Testaccio, si disse. Niente ratti, niente ganci. Solo un maso abbandonato in Val Pusteria. Eppure, in qualche modo, le vibrazioni che sentiva sottopelle erano le stesse che aveva provato quando era entrato nel magazzino di via Galvani, a Roma.
Avanzò di qualche passo. L'odore della carogna era più forte, ma ancora Martini non riusciva a individuarne la provenienza. Alla sua destra c'era la Stube, alta quasi fino al soffitto e coperta di piastrelle. Una Stube costruita da artigiani che sapevano il fatto loro. Famiglie intere l'avevano amata, se ne erano prese cura, e la Stube aveva ricambiato quell'affetto donando calore e buonumore. Adesso non era nemmeno più un pezzo d'antiquariato: solo immondizia.
Qualcuno aveva acceso un fuoco a qualche metro di distanza, poco sotto una mensola in cirmolo, unica sopravvissuta alla devastazione. Un fuoco bello grande, giudicò il capitano. Legna, plastica e benzina. L'odore era inconfondibile, nonostante la puzza di carogna che impregnava il luogo. Chi aveva preparato quel falò aveva rischiato di incendiare sé stesso e metà della foresta.
Intorno al bivacco, mozziconi di sigaretta. Marlboro. Chesterfield. Tutto materiale da catalogare, fotografare. Scrivere. Tic-tic-tic.
Capire.
- Primo piano libero, - gridò. - Vado di sopra. Non entrate.
Senza attendere risposta, s'inerpicò lungo la scala di legno massiccio che lo portò al piano rialzato. Un corridoio angusto e tre porte, chiuse. Martini usò la torcia del cellulare per rischiarare l'oscurità. La luce era cruda, creava troppe ombre e a Viktor tornò in mente la voce di un uomo dal viso gentile, con occhiali da miope che gli chiedeva...
Con un calcio spalancò la prima porta.
La stanza matrimoniale del Bauer. Lerciume ovunque, ragnatele. Polvere. Martini sentì il cuore stringersi. I contadini non calcolano l'età di un maso in anni, lo fanno in generazioni. Contano i bambini. Era un peccato che quella stanza, in cui erano stati generati e partoriti chissà quanti piccoli Simon o Marlene, fosse ridotta a una cloaca. A parte la tristezza quella stanza non conteneva nulla di utile.
Viktor passò oltre. Il corridoio gli parve ancora più stretto. L'aria impregnata dell'odore della decomposizione, soffocante. Anche la seconda porta cedette subito. Il legno era marcio e i cardini arrugginiti. Stesso spettacolo della precedente, con la differenza che lì il tetto era crollato sotto il peso delle nevicate e sul pavimento si erano sedimentati strati di foglie portate dal vento. In un angolo una famiglia di topi aveva usato degli stracci, forse lenzuola abbandonate, per costruire un nido.
Topi, non ratti.
La terza porta è quella buona, pensò Martini, preparandosi a sfondarla.
***
Dora si risvegliò con qualcosa in bocca e cercò di sputarlo. Niente da fare, era imbavagliata. Si divincolò e scoprì di avere i polsi legati dietro la schiena. Provò a flettere le dita. Riusciva muoverle, ma le formicolavano. Si guardò attorno. Abeti, rocce coperte di muschio. Qualche insetto e i raggi del sole calante. La notte si stava avvicinando, sentiva già l'umidità nelle ossa.
Gert non c'era. Prima di andar via aveva svuotato il suo zaino. Borracce, barrette al muesli, biscotti biologici, un paio di mele che aveva preso dalla dispensa di casa: tutto sparso a terra. Persino i vestiti di ricambio. Due magliette, due mutande, una tuta, quattro paia di calzini e un maglione pesante; di notte, in quota, fa freddo anche d'estate. Perché l'aveva fatto? Non aveva senso.
Dora abbandonò la testa contro il tronco dell'abete addosso al quale Gert l'aveva appoggiata. Le sfuggì un singhiozzo che a causa del bavaglio rischiò di farle andare di trasverso la saliva. Se non si fosse calmata avrebbe rischiato di soffocare. Pensò a Dian Fossey, in mezzo alla giungla, con i bracconieri che avevano messo una taglia sulla sua testa. Dian Fossey non si sarebbe fatta prendere dal panico. Avrebbe reagito, avrebbe trovato un modo per liberarsi e sarebbe scappata. Era la prima volta che lo prendeva in considerazione. Scappare da Gert.
Che sciocca era stata. Fuggire con uno sconosciuto. Uno sconosciuto che forse non sembrava matto come i serial killer dei film, ma che di certo non stava bene. No, per niente. Qualcosa le fece il solletico sotto la pianta del piede. Un bruco. Verde, peloso e decisamente carino. Dora lo scacciò cercando di non fargli male. Solo allora si accorse che Gert le aveva sfilato scarponi e calzini. I calzini erano appesi fra i rami di un cespuglio; gli scarponi, invece, per quanto si sforzasse di cercarli non li vedeva. Perché Gert l'aveva legata e le aveva tolto gli scarponi? Perché è un cervo malato, ha il sangue avvelenato, rispose una voce nella sua testa. Forse quella di Dian Fossey. Forse quella di suo padre. Forse quella di un'altra Dora.
Una Dora adulta, consapevole, combattiva. E spaventata. Perché Dian Fossey, alla fine, non era riuscita a sfuggire ai suoi aguzzini.
***
La Pellegrini si sbagliava. Nella terza e ultima stanza, più ampia rispetto alle precedenti, Viktor trovò la carcassa di un cane rannicchiata accanto a ciò che restava di un armadio rovesciato. Un cane di grossa taglia, certo, ma era impossibile stabilire a quale razza appartenesse. Un povero bastardo che si era perso e che lì aveva trovato la morte. Un bastardo come lui. Così lo chiamavano a scuola, i bulli. Mezzo italiano e mezzo tedesco: bastardo.
Martini non aveva mai capito dove fosse l'insulto.
Ebbe la tentazione di rubare un telo alla famiglia di topi da distendere sulla carogna, ma il suo addestramento gli impedì di farlo. Imperativo principale: preservare la scena. Cristallizzare, come si diceva in gergo. Il cane non aveva più occhi, il pelo brulicava di vermi, il tanfo era un passo oltre l'insopportabile, il ronzio delle mosche era snervante e Martini decise di andarsene.
A parte l'alone di malinconia e il fetore, quel maso non era poi così diverso dagli altri punti sulla mappa in cui il Renault aveva sostato. Eppure, scendendo le scale, Viktor si accorse che la sua mano cercava con insistenza la .45ACP.
La vibrazione sotto pelle non smise di tormentarlo neppure quando sentì il calore del sole.
- Via la pistola, - ordinò al carabiniere scelto. - Come vai a stomaco, recluta?
Melan fece spallucce.
- Dopo quel tizio con la testa aperta in due...
- Voglio che fotografi ogni centimetro. Tutto. Merda compresa. Prima ti sbrighi, prima finisci. Attento all'ultima stanza del piano rialzato. C'è un cane morto - . Un'esitazione. - Quando hai finito coprilo, per favore.
- Vuole che fotografi anche il cane?
- Ovvio. Prima fotografi, poi vomiti. Fuori, però, o il dottor Tamanin darà di matto. La dottoressa e io fingeremo di non vedere. Intesi?
Melan si affrettò a eseguire.
Viktor raggiunse la Pellegrini che stava scrutando i boschi attorno e ai piedi dell'edificio diroccato. Conifere che ondeggiavano nella brezza leggera della sera incombente, creando onde di un verde intenso.
- È incredibile come un paesaggio possa essere meraviglioso e terribile insieme, non crede, capitano?
- In un certo senso stavo pensando alla stessa cosa.
- Davvero?
- Tocca prenderla alla lontana, però.
- Lei non è uno da mezze misure, questo mi pare di averlo già capito.
Martini azzardò un sorriso.
- Ero una recluta come Melan e ancora non avevo deciso se fare l'accademia oppure no; di sicuro cercavo un po' d'azione. Siccome conosco il tedesco fui dislocato in Alto Adige, in Val d'Ultimo. Scomparve un bambino di sei anni. La nonna, una vecchietta che parlava un dialokt quasi impossibile da capire, mi disse che il nipote era stato rapito dalla Perchta. Sa cos'è?
- Temo di no.
- La Perchta, - spiegò Viktor, - è quella che i latini chiamerebbero genius loci. Un modo per descrivere la meraviglia e la paura che certi luoghi suscitano nelle persone.
- Che fine fece il bambino?
- Lo trovò un vigile del fuoco, spaventato ma illeso.
- Un vigile del fuoco?
- La nonna del bambino appiccò un incendio per distruggere la foresta e uccidere la Perchta prima che divorasse il nipote. A modo suo voleva salvarlo.
La dottoressa Pellegrini lasciò vagare lo sguardo su quell'oceano di tronchi, rami e foglie. Sembrava infinito. Soprattutto: vivo in una maniera feroce e minacciosa.
- Quindi per trovare Dora, - provò a scherzare la Pm, - dovremmo dare fuoco a tutto? Questo sta dicendo?
- Sto dicendo che per me la foresta in Val d'Ultimo era solo una foresta, per la nonna del bambino scomparso era la Perchta. Per lei questo maso è un albergo mancato, per me è il ricordo dei miei genitori che battibeccano, e per Melan un lavoro da sbrigare al più presto. La domanda quindi è...
- ... che cos'era questo posto per Hannes?
6. (continua) domani la settima puntata
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