Il Tg delle otto aveva dato la notizia in diretta nazionale. Dora Holler scomparsa; le ricerche; il furgone crivellato di colpi; il cadavere; la possibile connessione. Il centralino del 112 fu intasato dalle chiamate di persone certe di aver visto la piccola e il suo rapitore. Per il momento nessuno conosceva le fattezze di Gert, perché la sua fotografia non era stata divulgata, per cui era facile scovare gli impostori. Un sensitivo sostenne di aver parlato con lo spirito della ragazzina. Era morta e si trovava sotto la superficie del lago di Braies. L'operatore, spazientito, assicurò al veggente che avrebbero subito fatto intervenire Terence Hill. Il suo superiore, che aveva ascoltato lo scambio di battute, lo sgridò, quindi esplose in una risata.
Alexander Holzer era stato il primo a essere trovato in possesso di armi ma, come previsto sia dal brigadiere Terlizzi che dal capitano Orlandi, non fu l'ultimo. Un posto di blocco a Moso aveva sequestrato tre fucili da caccia a un tale che si rifiutava di spiegare perché se ne andava a zonzo con quella santabarbara nel cassone della jeep; un tizio era stato fermato a Brunico con una doppietta legata al posto del passeggero, e un altro ancora era arrivato fin lì dalla Val di Fassa, in Trentino.
Il quinto idiota, ubriaco fradicio, prima di essere messo in condizioni di non nuocere, aveva puntato l'arma contro i carabinieri. A quel punto Orlandi aveva diramato un comunicato a tutte le unità.
"Uso della forza in condizione di ingaggio, - aveva detto, - autorizzato".
Baldini l'aveva guardato sgranando gli occhi.
Orlandi aveva chiuso la comunicazione.
- Se qualcuno spara ai miei uomini, stia certo che sarà l'ultima cosa che farà prima di finire al cimitero. E non voglio obiezioni.
Non ce ne furono.
*
Il maresciallo Fanti infilò le chiavi nella serratura e pensò alla faccenda dei gerani alle finestre della stazione di San Candido. Il capitano Orlandi storceva il naso ogni volta che li vedeva, ma il maresciallo, usando tutto il carabinierese a sua disposizione, era stato abile a convincerlo che quei fiori erano "di importanza strategica nel contesto e nella logica di un sempre più stretto rapporto fra Arma e popolazione", poiché i gerani davano all'edificio, altrimenti eccessivamente austero, un'idea di familiarità e apertura che avrebbe reso le persone più propense ad avere proficui scambi di informazioni. Il capitano Orlandi aveva abbozzato e i gerani erano rimasti al loro posto. Fanti il grande mediatore. Con sua moglie sarebbe stato più difficile.
Eleonora era una donna coriacea, che aveva cresciuto un figlio ribelle e domato generazioni di bambini alla scuola elementare di San Candido. Lo amava e conosceva i suoi limiti. Soprattutto, da qualche anno a questa parte, quelli fisici. Fanti sapeva di avere qualche chilo di troppo e un po' troppi anni sulla carta d'identità per passare la notte fra boschi e burroni, ma quella bambina, quella madre... l'immagine della madre di Dora che rimpiccioliva ogni secondo che la figlia restava in compagnia di un pazzo non faceva che tormentarlo. Comunque sua moglie sapeva leggergli dentro, quindi era inutile mentirle: non lo aveva mai fatto e non avrebbe cominciato quel giorno. Però non avrebbe neppure mediato. La decisione era presa.
Dopo aver divorato la cena che Eleonora gli aveva tenuto in caldo, il maresciallo si liberò della divisa da ufficio, quella con la camicia azzurra, fece una doccia veloce e indossò la tuta Op. Al maresciallo non piaceva. Più che un carabiniere, quella tuta lo faceva sembrare un Navy Seal. E lui non era tipo da sparare a qualsiasi cosa si muovesse. Eleonora, invece, diceva che lo faceva sembrare l'orso Yoghi, però più losco.
Prima ancora che aprisse bocca, pronto a raccontare a sua moglie di Dora, della povera madre della bambina e del fatto che se non si fosse unito alle squadre di ricerca non sarebbe riuscito a guardarsi allo specchio per settimane, Eleonora gli infilò un Twix in tasca e gli scoccò un bacio a fior di labbra.
Fanti uscì sapendo di essere l'orso Yoghi più fortunato della Terra.
*
Matthias Holler fissava il termometro appeso alla parete. Il freddo uccide, pensava. Anche in agosto, e molto più di quanto si immagini. Colpa dell'altitudine. Non solo di notte. Spesso scalatori inesperti restavano bloccati nei cosiddetti camini, che altro non sono che spaccature della roccia, rischiando l'ipotermia anche in pieno giorno. La roccia era gelida e non consentiva ai raggi del sole di scaldare la carne. Così la carne iniziava a difendersi. Il sangue abbandonava gli arti, per concentrarsi sugli organi vitali. Un po' come gli alberi in autunno. Quando il sangue smetteva di irrorare il cervello, i pensieri si facevano confusi, il sonno prendeva il sopravvento. Se nessuno veniva a salvarti, ti aspettava una morte dolce e terribile. Se i soccorsi arrivavano troppo tardi, c'era il rischio che ti amputassero parti di gambe o braccia. Tutta roba che per Madre Natura era sacrificabile. Dopotutto anche le foglie cadono, giusto?
Matthias passò dalla cucina alla stanza di Dora. La psichiatra dell'ospedale aveva convinto Elisabeth a prendere delle gocce che l'avevano fatta addormentare. Matthias si era rifiutato. Voleva essere vigile, pronto all'azione. Era nel direttivo del soccorso alpino, e anche se capiva il perché, una parte di lui era infuriata con il capitano Orlandi e la Pm che l'avevano estromesso dalle ricerche.
Aprì l'armadio della figlia e controllò per l'ennesima volta. Dora aveva portato con sé gli abiti giusti. Non avrebbe passato la notte come in un albergo di lusso, ma non sarebbe morta congelata. Le sue mani non avrebbero preso quella tinta bluastra che precede il nero. I suoi denti non avrebbero sbattuto così forte da rischiare di tranciare la lingua. I piedi non sarebbero diventati inutili appendici a rischio cancrena. La sua mente, quella mente precoce che si preoccupava per gli orsi polari e per la maledetta lince della Val Fiscalina, non avrebbe cominciato ad avere visioni. Minestra calda, pensò. Quasi tutti gli escursionisti che nella sua carriera aveva salvato dall'ipotermia dicevano che a un certo punto ti sembra di sentire odore di minestra calda. A Dora la minestra non piaceva, neanche adesso che si era messa in testa di essere vegetariana. Magari avrebbe sentito odore di cioccolata calda. Non sarebbe successo. No. Dora aveva con sé gli abiti giusti. Era stata previdente. Matthias Holler lasciò la stanza da letto della figlia, sbirciò in quella matrimoniale per accertarsi che Elisabeth stesse ancora riposando (non si era svegliata, ma gemeva nel sonno), andò in cucina e iniziò a preparare una cioccolata calda.
Quando si accorse di ciò che stava facendo scoppiò in lacrime.
*
Nel giro di mezz'ora Fanti, a bordo di un vecchio Defender pescato chissà dove, aveva raggiunto un'unità cinofila del soccorso. Gli uomini lo salutarono, chi con un cenno, chi con una stretta di mano. Bene o male li conosceva uno per uno.
Prepararono le torce, perché presto sarebbe stato buio pesto, e iniziarono a battere il territorio che Orlandi aveva affidato loro. Di tanto in tanto la radio gracchiava una segnalazione. Un altro tizio, verso le otto e trenta, era stato sorpreso con un fucile da caccia a tracolla. Un certo Plangger. Più di una volta Fanti l'aveva beccato a guidare ubriaco. Non sapeva possedesse un'arma e di sicuro non aveva la licenza. Si chiese dove si fosse procurato il fucile. Quando la storia di Dora fosse finita avrebbe dovuto parlarne al capitano. C'erano troppe armi nascoste in giro.
Gli uomini del soccorso indossavano la pettorina catarifrangente, ma la paura di finire impallinati da qualche imbecille dal grilletto facile era nella mente di ognuno di loro. Soprattutto in quella del maresciallo. Molti dei suoi colleghi non erano mai stati sotto il fuoco ostile, come si diceva in gergo. Lui sì. Anni prima, quando ancora non era stato dislocato in Alto Adige e si trovava in Sardegna, all'antirapina. Ancora adesso aveva gli incubi. Il sibilo dei proiettili. Il tonfo che si udiva quando colpivano qualcosa.
Per questo, nell'intravedere i due uomini seduti, esausti, ai margini del sentiero - uno alto e con un berretto di lana in testa e un piccoletto che beveva da una borraccia - , istintivamente avvicinò la mano alla fondina tattica della divisa Op.
- Documenti, - esclamò con voce così stentorea da farli sobbalzare entrambi.
I documenti erano in regola. Fanti andò dritto al punto.
- State cercando la bambina?
- Come tutti, maresciallo.
- Lo zaino, per favore.
Borracce, corda d'arrampicata e chiodi da scalatore. Moschettoni. Confezioni di Gatorade vuote. Pacchetti di sigarette. Qualche panino ancora incartato. Torce. Una cassetta del pronto soccorso. Maglioni di lana spessa. Vecchie cerate antipioggia dall'odore acre. Niente alcolici, armi o munizioni.
Fanti tornò a essere il grande mediatore.
- Se volete aiutare siete i benvenuti, ma dovreste scendere a San Candido, registrarvi alla stazione, e farvi mettere in un gruppo.
Quello alto si sfilò il berretto di lana, si grattò la fronte stempiata e con un sorriso mesto disse: - È da stamattina che giriamo a vuoto. Stavamo pensando di mollare. Magari domani...
- Andate a registrarvi, okay?
- Magari domani la bambina sarà sana e salva.
- Speriamo.
Si congedarono con una stretta di mano.
Fanti ordinò alla squadra di riprendere la marcia. Si mise in coda. Non voleva che lo vedessero addentare il Twix. Il cioccolato lo fece tornare ottimista. Eleonora sapeva sempre come tirargli su il morale.
*
Gert tornò quando la foresta si era ormai riempita dei suoni della notte. Sembrava allegro.
- Non ti metti a urlare, vero?
Dora scosse la testa. Anche volendo, non ne avrebbe avuto le energie. Gert le sfilò il bavaglio e le liberò le mani.
Dora afferrò i calzini e li infilò.
- Gli scarponi, - disse.
- Negativo. Non ti servono.
Provò a protestare, ma la fame ebbe il sopravvento. Divorò metà delle barrette e quasi svuotò la borraccia. Quando si fu rifocillata Gert le porse quelle che sembravano le calze che sua madre appendeva alla festa della Befana.
- I tuoi nuovi scarponi. Belli, no?
- Non sono scarponi, - ribatté Dora. - Sono magliette. Le mie magliette. Cucite. Non hanno suola.
- Negativo, negativo, - Gert rovesciò quegli strani calzari; in effetti una specie di suola ce l'avevano, fatta di corteccia e spago. - Posso?
Dora allungò le gambe. Gert le infilò prima il destro poi il sinistro.
- Alzati.
Lei obbedì.
- Affermativo. Ti stanno una meraviglia.
La ragazzina mosse qualche passo. - Rivoglio i miei scarponi.
- Ti darei i miei, ma sono troppo grandi, e ti farebbero venire le vesciche, - si giustificò Gert mortificato.
- Mi spieghi dove sei stato?
- Negativo. Affari della Resistenza.
- Anche io faccio parte della Resistenza, adesso.
Gert si sfregò le guance. Le unghie lasciavano segni rossi.
- È un livello dieci, - disse Gert.
- Che significa livello dieci?
- Non posso dirtelo.
- Perché?
- Perché solo le persone di livello nove possono chiedere cos'è il livello dieci.
- E io a che livello sono?
Gert tornò a tormentarsi il viso. - Sette. Negativo. Cinque. Hai combinato un bel casino con quel cellulare.
- Solo cinque?
- Cinque e mezzo. Il prossimo obiettivo è sei - . Gert riempì lo zaino di Dora. - Andiamo?
- Con questi affari non posso camminare, Gert.
- Ce la farai.
- E ho freddo.
Gert si bloccò. Al freddo non aveva pensato. Si sfilò lo zaino e ne estrasse la giacca. Dora la indossò. Puzzava di sudore e le stava larga, ma era calda. Solo i piedi le facevano male. E, sospettava, mano a mano che avesse proseguito lungo il sentiero le avrebbero fatto ancora più male.
- Cosa devo fare per arrivare al livello dieci, Gert?
- Salvare la lince.
Lo disse proprio nel momento in cui la voce di Dian Fossey, o meglio, quella che ormai Dora pensava fosse la voce del suo idolo, esclamava: "Salvare Dora".
La ragazzina alzò gli occhi al cielo. La stella polare non mentiva. Stavano puntando decisamente a sud. Non c'era niente a sud. Solo rocce. Di certo non la lince. Il motivo per cui Gert aveva fatto sparire gli scarponi, pensò la ragazzina, era semplice: non voleva che lei se la svignasse, perché la stava portando chissà dove. Provò l'impulso di farlo subito, ma se lo impedì. Doveva aspettare il momento giusto. Nonostante i piedi già gelati e che avrebbero preso a sanguinare nel giro di un'ora. Soprattutto, le disse Dian Fossey, nonostante la pistola. Non doveva dimenticarsi della pistola.
*
- Umano e animale. Di quali specie, non posso dirlo con certezza. Ho inviato i campioni al laboratorio, servono analisi più approfondite. Sul Renault, per il momento, preferisco non sbilanciarmi, ho ancora molti rilievi da eseguire. La Bpa è un rompicapo, lì dentro. È un delirio di convergenze e punti d'origine che non combaciano fra loro, senza contare che i solventi utilizzati per pulire il mezzo non aiutano affatto. Sebbene...
Martini, Orlandi, la Pellegrini e Baldini, seduti su sgabelli raccattati negli scantinati della stazione, ascoltavano il dottor Tamanin in piedi e con la tuta anticontaminazione ancora addosso. Alle sue spalle il tabellone su cui aveva attaccato le fotografie della scena del crimine della zona Geiger, quelle del cadavere di Hannes Baumgartner, insieme a tabelle e grafici incomprensibili, una mappa e decine di post-it di diverso colore. I tre tecnici della sua squadra scientifica invece si tenevano in disparte, sbocconcellando i tramezzini portati dalla moglie di Orlandi. L'odore acre di reagenti chimici che permeava l'aria dell'hangar sembrava non aver intaccato il loro appetito.
- ... sebbene la pulizia non sia stata accurata, lasciatemelo dire, - borbottò Tamanin. - Per di più, nonostante nel Renault sia presente una mistura basica utilizzata normalmente per...
- E sulla scena del delitto in zona Geiger? - sbuffò spazientito il capitano Orlandi. - Ha qualcosa per noi?
- ... dicevo, utilizzata normalmente per disinfettare il veicolo in caso di apertura accidentale dei reperti tossici, - terminò il dottore. - Sulla scena di zona Geiger passo la parola alla dottoressa De Carli.
La dottoressa De Carli, un donnone che non avrebbe sfigurato fra i membri del Gis - il gruppo di intervento speciale dei carabinieri, le cosiddette teste di cuoio - , si alzò e si avviò verso la mappa.
- Qui è dove è stato rinvenuto l'automezzo. Qui il cadavere. Sono novantanove metri e tredici centimetri. Le macchie di sangue indicano che il Baumgartner, dopo essere stato colpito allo stomaco, ha camminato per circa venti metri, poi ha proseguito in ginocchio e per gli ultimi trenta metri ha strisciato.
La dottoressa mostrò alcuni ingrandimenti del terreno erboso della zona, poi dei rami di pino mugo spezzati. Il suo dito tornò alla cartina e si spostò più a sud. - In questo punto c'è un masso erratico. La distanza dal mezzo è di centoquarantanove metri.
- Avete delle fotografie? - chiese Orlandi.
La donna lo fissò scioccata. - Certo che le abbiamo, capitano.
Le foto circolarono. Al dottor Baldini o alla Pellegrini non dissero un granché, ma sia Martini che Orlandi sussultarono.
- Una posizione di tiro perfetta, - disse quest'ultimo.
- Infatti è da qui che sono partiti i quattro colpi Winchester. Chi ha sparato sapeva il fatto suo. Ha raccolto i bossoli e ha nascosto ogni traccia. Un lavoro accurato. E qui inizia il mistero. Vuole che prosegua, dottore?
- Non serve. La ringrazio, dottoressa.
Terminata la relazione, la donna tornò fra i tecnici.
Tamanin riprese la parola.
- Sorgono ora alcune domande. Perché l'assassino ha lasciato che il Baumgartner percorresse novantanove metri e tredici centimetri prima di avvicinarsi e abbatterlo con la nove millimetri? Era ferito allo stomaco. La distanza fra un'impronta e un'altra è breve; era lento, e quasi subito è caduto in ginocchio. Non era più semplice colpirlo dalla lunga distanza mentre stava cercando di raggiungere le piante?
- Un colpo facile, - commentò Martini.
- Invece, le tracce ci indicano che l'aggressore ha preferito aspettare che il Baumgartner finisse nella macchia del pino mugo, l'ha raggiunto e gli ha sparato con la nove millimetri. Dimenticandosi, per di più, del bossolo. Inoltre, tenendo conto del punto di entrata e del punto di uscita del proiettile, si deduce che l'aggressore si è sdraiato accanto a lui, prima di colpirlo.
- Sdraiato? - fece la Pellegrini.
- Proprio così.
- Perché?
- Questo, - rispose Tamanin, - lo sa solo l'omicida.
- Mi faccia capire, - sbottò Orlandi. - Sparo quattro proiettili, colpisco il bersaglio, ma non lo uccido. Lascio che si faccia novantanove metri camminando e strisciando, lo raggiungo, mi ci sdraio accanto e lo finisco con la nove millimetri. Faccio sparire i .308 ma dimentico il bossolo della nove millimetri. Solo un pazzo potrebbe comportarsi in questa maniera, non siete d'accordo? E guarda caso, noi abbiamo un pazzo che in questo momento è in giro con una bambina di tredici anni.
- Abbiamo le impronte dello Schafer? - chiese il Pm Baldini.
Tamanin alzò le mani.
- Purtroppo non è schedato, la polizia austriaca ci ha promesso di farcele avere prendendole dalla sua abitazione, ma ci vorrà del tempo. Di impronte nel Renault ce ne sono una miriade, sia nell'abitacolo che nel retro, ma a parte quelle del Baumgartner, sono tutte di soggetti ignoti. I colleghi austriaci stanno prendendo le impronte dei dipendenti del parco-zoo e sono certo che qualcuno di loro spunterà fuori. Ma vuole sapere la mia opinione? Non serviranno a niente.
*
Fra i volontari serpeggiava un certo nervosismo. I cani, eccitati dagli odori della notte, continuavano a riempire la foresta di latrati. Ormai tutti sapevano che l'uomo che aveva rapito - o convinto a scappare di casa, ma faceva poca differenza - Dora era armato e pericoloso. Molti fra i Freiwillige continuavano a pensare alle proprie abitazioni. Non perché avessero nostalgia di mogli, mariti o figli. Ma perché lì parecchi di loro custodivano fucili da caccia regolarmente registrati e ben oliati. Averli con sé li avrebbe fatti sentire più sicuri. Avanzavano rigidi sulle gambe, sentendosi come se avessero un grosso bersaglio dipinto sulla schiena.
- Maresciallo?
- Lenz, dimmi...
- Un sorso?
Fanti tentennò, poi alzò le spalle. La grappa andò giù che era un piacere.
- Qualcuno qui, fra i ragazzi...
- Non voglio sentir parlare di armi, okay?
- No, - si schermì Lenz, - non è quello. Il fatto è che forse, a quest'ora, sarebbe il caso di cambiare i cani.
Fanti osservò la coppia di pastori tedeschi che trotterellava lungo il sentiero annusando ogni radice, cespuglio o pietra.
- Non sembrano stanchi.
- Stanchi? No, maresciallo. Noi pensavamo ai cani molecolari.
Fanti socchiuse gli occhi. Non era stata una grande idea quella di bere la grappa. Lo stomaco gli si era chiuso in una morsa.
- Non stiamo cercando un cadavere, Lenz. Stiamo cercando una bambina. Viva. Chiaro?
*
Martini doveva averlo seguito. Il dottor Tamanin lo vide sbucare dal nulla proprio mentre usciva dal bagno.
- Permette due parole? - chiese Viktor.
- Qui?
- Nel mio ufficio.
Nell'ufficio scartoffie erano presenti Melan, che scattò sull'attenti, e la dottoressa Pellegrini, che beveva lentamente da una lattina di Coca-Cola. Entrambi sembravano distrutti.
- Ricorda la faccenda del Gps?
Tamanin occhieggiò la Pm.
- Faccenda che non è mai esistita, - lo rassicurò lei, sforzandosi di sorridere.
- Sì.
- Abbiamo fatto una gita e avremmo bisogno del suo aiuto.
- Per cosa?
Martini passò il tablet al dottore.
- Cosa sto vedendo?
- I luoghi in cui il Renault si è fermato.
- Perché le serve il mio aiuto?
- Voglio capire perché Hannes andava lì. Ho bisogno che lei e la sua squadra setacciate quei luoghi. Sedici, per l'esattezza.
Tamanin alzò lo sguardo dallo schermo. - Lei è pazzo, lo sa, capitano?
- Può farlo?
- Con una cinquantina di tecnici e una settimana di tempo di tempo, volentieri.
- E con i tre che ha a disposizione? Mi interessa soprattutto un maso diroccato, località Wieserhof. Mi occorrerebbe...
Tamanin appoggiò il tablet sulla scrivania. Guardò prima Melan, poi la Pellegrini.
- Dottoressa, lei è d'accordo con questa follia? Sa darmi una ragione, una soltanto, per cui dovrei distogliere i miei uomini dal loro lavoro e dirottarli su questo compito di cui non comprendo l'importanza?
- Hannes si fermava in quei luoghi, ma non ne aveva motivo. Ecco il perché della richiesta del capitano.
- Capitano Martini... - Tamanin batté le palpebre. - Lei è un bravo investigatore. Leoni la tiene in grande considerazione. Ha preso quel bastardo a Roma, e merita i miei complimenti. Mi rendo conto che la faccenda del processo sia una carognata. Capisco anche... tutto il resto. Però lei ha bisogno di riposo. Mi spiace, mi sta chiedendo qualcosa di impossibile, impossibile e... - Tamanin cercò la parola adatta, ma era troppo stanco per trovarne una gentile. - Stupido.
*
La dottoressa Pellegrini lasciò Martini subito dopo l'uscita di scena del dottor Tamanin. A passo svelto si diresse verso l'ufficio comando. Trasse un lungo respiro e bussò con delicatezza. Orlandi era solo, per fortuna. Piegato sulla cartina.
- Dottoressa...
La donna socchiuse la porta.
- Non sono qui in veste ufficiale.
- Allora io, - rispose Orlandi, diffidente, - non ho tempo da perdere.
- Sarò breve. Volevo scusarmi per la scenata alla macchinetta del caffè. Ho detto delle cose...
Orlandi la fermò con un gesto brusco della mano.
- Non ce ne è bisogno, capisco perfettamente. C'è altro?
- Volevo solo...
Un grido interruppe la conversazione.
*
Melan si precipitò verso la postazione radio da cui era arrivato il grido d'esultanza dell'operatore.
- Ripeto, - fece la voce di Fanti attraverso gli altoparlanti, in un sussurro. - Abbiamo una traccia. Stand-by.
Alexander Holzer era stato il primo a essere trovato in possesso di armi ma, come previsto sia dal brigadiere Terlizzi che dal capitano Orlandi, non fu l'ultimo. Un posto di blocco a Moso aveva sequestrato tre fucili da caccia a un tale che si rifiutava di spiegare perché se ne andava a zonzo con quella santabarbara nel cassone della jeep; un tizio era stato fermato a Brunico con una doppietta legata al posto del passeggero, e un altro ancora era arrivato fin lì dalla Val di Fassa, in Trentino.
Il quinto idiota, ubriaco fradicio, prima di essere messo in condizioni di non nuocere, aveva puntato l'arma contro i carabinieri. A quel punto Orlandi aveva diramato un comunicato a tutte le unità.
"Uso della forza in condizione di ingaggio, - aveva detto, - autorizzato".
Baldini l'aveva guardato sgranando gli occhi.
Orlandi aveva chiuso la comunicazione.
- Se qualcuno spara ai miei uomini, stia certo che sarà l'ultima cosa che farà prima di finire al cimitero. E non voglio obiezioni.
Non ce ne furono.
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Il maresciallo Fanti infilò le chiavi nella serratura e pensò alla faccenda dei gerani alle finestre della stazione di San Candido. Il capitano Orlandi storceva il naso ogni volta che li vedeva, ma il maresciallo, usando tutto il carabinierese a sua disposizione, era stato abile a convincerlo che quei fiori erano "di importanza strategica nel contesto e nella logica di un sempre più stretto rapporto fra Arma e popolazione", poiché i gerani davano all'edificio, altrimenti eccessivamente austero, un'idea di familiarità e apertura che avrebbe reso le persone più propense ad avere proficui scambi di informazioni. Il capitano Orlandi aveva abbozzato e i gerani erano rimasti al loro posto. Fanti il grande mediatore. Con sua moglie sarebbe stato più difficile.
Eleonora era una donna coriacea, che aveva cresciuto un figlio ribelle e domato generazioni di bambini alla scuola elementare di San Candido. Lo amava e conosceva i suoi limiti. Soprattutto, da qualche anno a questa parte, quelli fisici. Fanti sapeva di avere qualche chilo di troppo e un po' troppi anni sulla carta d'identità per passare la notte fra boschi e burroni, ma quella bambina, quella madre... l'immagine della madre di Dora che rimpiccioliva ogni secondo che la figlia restava in compagnia di un pazzo non faceva che tormentarlo. Comunque sua moglie sapeva leggergli dentro, quindi era inutile mentirle: non lo aveva mai fatto e non avrebbe cominciato quel giorno. Però non avrebbe neppure mediato. La decisione era presa.
Dopo aver divorato la cena che Eleonora gli aveva tenuto in caldo, il maresciallo si liberò della divisa da ufficio, quella con la camicia azzurra, fece una doccia veloce e indossò la tuta Op. Al maresciallo non piaceva. Più che un carabiniere, quella tuta lo faceva sembrare un Navy Seal. E lui non era tipo da sparare a qualsiasi cosa si muovesse. Eleonora, invece, diceva che lo faceva sembrare l'orso Yoghi, però più losco.
Prima ancora che aprisse bocca, pronto a raccontare a sua moglie di Dora, della povera madre della bambina e del fatto che se non si fosse unito alle squadre di ricerca non sarebbe riuscito a guardarsi allo specchio per settimane, Eleonora gli infilò un Twix in tasca e gli scoccò un bacio a fior di labbra.
Fanti uscì sapendo di essere l'orso Yoghi più fortunato della Terra.
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Matthias Holler fissava il termometro appeso alla parete. Il freddo uccide, pensava. Anche in agosto, e molto più di quanto si immagini. Colpa dell'altitudine. Non solo di notte. Spesso scalatori inesperti restavano bloccati nei cosiddetti camini, che altro non sono che spaccature della roccia, rischiando l'ipotermia anche in pieno giorno. La roccia era gelida e non consentiva ai raggi del sole di scaldare la carne. Così la carne iniziava a difendersi. Il sangue abbandonava gli arti, per concentrarsi sugli organi vitali. Un po' come gli alberi in autunno. Quando il sangue smetteva di irrorare il cervello, i pensieri si facevano confusi, il sonno prendeva il sopravvento. Se nessuno veniva a salvarti, ti aspettava una morte dolce e terribile. Se i soccorsi arrivavano troppo tardi, c'era il rischio che ti amputassero parti di gambe o braccia. Tutta roba che per Madre Natura era sacrificabile. Dopotutto anche le foglie cadono, giusto?
Matthias passò dalla cucina alla stanza di Dora. La psichiatra dell'ospedale aveva convinto Elisabeth a prendere delle gocce che l'avevano fatta addormentare. Matthias si era rifiutato. Voleva essere vigile, pronto all'azione. Era nel direttivo del soccorso alpino, e anche se capiva il perché, una parte di lui era infuriata con il capitano Orlandi e la Pm che l'avevano estromesso dalle ricerche.
Aprì l'armadio della figlia e controllò per l'ennesima volta. Dora aveva portato con sé gli abiti giusti. Non avrebbe passato la notte come in un albergo di lusso, ma non sarebbe morta congelata. Le sue mani non avrebbero preso quella tinta bluastra che precede il nero. I suoi denti non avrebbero sbattuto così forte da rischiare di tranciare la lingua. I piedi non sarebbero diventati inutili appendici a rischio cancrena. La sua mente, quella mente precoce che si preoccupava per gli orsi polari e per la maledetta lince della Val Fiscalina, non avrebbe cominciato ad avere visioni. Minestra calda, pensò. Quasi tutti gli escursionisti che nella sua carriera aveva salvato dall'ipotermia dicevano che a un certo punto ti sembra di sentire odore di minestra calda. A Dora la minestra non piaceva, neanche adesso che si era messa in testa di essere vegetariana. Magari avrebbe sentito odore di cioccolata calda. Non sarebbe successo. No. Dora aveva con sé gli abiti giusti. Era stata previdente. Matthias Holler lasciò la stanza da letto della figlia, sbirciò in quella matrimoniale per accertarsi che Elisabeth stesse ancora riposando (non si era svegliata, ma gemeva nel sonno), andò in cucina e iniziò a preparare una cioccolata calda.
Quando si accorse di ciò che stava facendo scoppiò in lacrime.
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Nel giro di mezz'ora Fanti, a bordo di un vecchio Defender pescato chissà dove, aveva raggiunto un'unità cinofila del soccorso. Gli uomini lo salutarono, chi con un cenno, chi con una stretta di mano. Bene o male li conosceva uno per uno.
Prepararono le torce, perché presto sarebbe stato buio pesto, e iniziarono a battere il territorio che Orlandi aveva affidato loro. Di tanto in tanto la radio gracchiava una segnalazione. Un altro tizio, verso le otto e trenta, era stato sorpreso con un fucile da caccia a tracolla. Un certo Plangger. Più di una volta Fanti l'aveva beccato a guidare ubriaco. Non sapeva possedesse un'arma e di sicuro non aveva la licenza. Si chiese dove si fosse procurato il fucile. Quando la storia di Dora fosse finita avrebbe dovuto parlarne al capitano. C'erano troppe armi nascoste in giro.
Gli uomini del soccorso indossavano la pettorina catarifrangente, ma la paura di finire impallinati da qualche imbecille dal grilletto facile era nella mente di ognuno di loro. Soprattutto in quella del maresciallo. Molti dei suoi colleghi non erano mai stati sotto il fuoco ostile, come si diceva in gergo. Lui sì. Anni prima, quando ancora non era stato dislocato in Alto Adige e si trovava in Sardegna, all'antirapina. Ancora adesso aveva gli incubi. Il sibilo dei proiettili. Il tonfo che si udiva quando colpivano qualcosa.
Per questo, nell'intravedere i due uomini seduti, esausti, ai margini del sentiero - uno alto e con un berretto di lana in testa e un piccoletto che beveva da una borraccia - , istintivamente avvicinò la mano alla fondina tattica della divisa Op.
- Documenti, - esclamò con voce così stentorea da farli sobbalzare entrambi.
I documenti erano in regola. Fanti andò dritto al punto.
- State cercando la bambina?
- Come tutti, maresciallo.
- Lo zaino, per favore.
Borracce, corda d'arrampicata e chiodi da scalatore. Moschettoni. Confezioni di Gatorade vuote. Pacchetti di sigarette. Qualche panino ancora incartato. Torce. Una cassetta del pronto soccorso. Maglioni di lana spessa. Vecchie cerate antipioggia dall'odore acre. Niente alcolici, armi o munizioni.
Fanti tornò a essere il grande mediatore.
- Se volete aiutare siete i benvenuti, ma dovreste scendere a San Candido, registrarvi alla stazione, e farvi mettere in un gruppo.
Quello alto si sfilò il berretto di lana, si grattò la fronte stempiata e con un sorriso mesto disse: - È da stamattina che giriamo a vuoto. Stavamo pensando di mollare. Magari domani...
- Andate a registrarvi, okay?
- Magari domani la bambina sarà sana e salva.
- Speriamo.
Si congedarono con una stretta di mano.
Fanti ordinò alla squadra di riprendere la marcia. Si mise in coda. Non voleva che lo vedessero addentare il Twix. Il cioccolato lo fece tornare ottimista. Eleonora sapeva sempre come tirargli su il morale.
*
Gert tornò quando la foresta si era ormai riempita dei suoni della notte. Sembrava allegro.
- Non ti metti a urlare, vero?
Dora scosse la testa. Anche volendo, non ne avrebbe avuto le energie. Gert le sfilò il bavaglio e le liberò le mani.
Dora afferrò i calzini e li infilò.
- Gli scarponi, - disse.
- Negativo. Non ti servono.
Provò a protestare, ma la fame ebbe il sopravvento. Divorò metà delle barrette e quasi svuotò la borraccia. Quando si fu rifocillata Gert le porse quelle che sembravano le calze che sua madre appendeva alla festa della Befana.
- I tuoi nuovi scarponi. Belli, no?
- Non sono scarponi, - ribatté Dora. - Sono magliette. Le mie magliette. Cucite. Non hanno suola.
- Negativo, negativo, - Gert rovesciò quegli strani calzari; in effetti una specie di suola ce l'avevano, fatta di corteccia e spago. - Posso?
Dora allungò le gambe. Gert le infilò prima il destro poi il sinistro.
- Alzati.
Lei obbedì.
- Affermativo. Ti stanno una meraviglia.
La ragazzina mosse qualche passo. - Rivoglio i miei scarponi.
- Ti darei i miei, ma sono troppo grandi, e ti farebbero venire le vesciche, - si giustificò Gert mortificato.
- Mi spieghi dove sei stato?
- Negativo. Affari della Resistenza.
- Anche io faccio parte della Resistenza, adesso.
Gert si sfregò le guance. Le unghie lasciavano segni rossi.
- È un livello dieci, - disse Gert.
- Che significa livello dieci?
- Non posso dirtelo.
- Perché?
- Perché solo le persone di livello nove possono chiedere cos'è il livello dieci.
- E io a che livello sono?
Gert tornò a tormentarsi il viso. - Sette. Negativo. Cinque. Hai combinato un bel casino con quel cellulare.
- Solo cinque?
- Cinque e mezzo. Il prossimo obiettivo è sei - . Gert riempì lo zaino di Dora. - Andiamo?
- Con questi affari non posso camminare, Gert.
- Ce la farai.
- E ho freddo.
Gert si bloccò. Al freddo non aveva pensato. Si sfilò lo zaino e ne estrasse la giacca. Dora la indossò. Puzzava di sudore e le stava larga, ma era calda. Solo i piedi le facevano male. E, sospettava, mano a mano che avesse proseguito lungo il sentiero le avrebbero fatto ancora più male.
- Cosa devo fare per arrivare al livello dieci, Gert?
- Salvare la lince.
Lo disse proprio nel momento in cui la voce di Dian Fossey, o meglio, quella che ormai Dora pensava fosse la voce del suo idolo, esclamava: "Salvare Dora".
La ragazzina alzò gli occhi al cielo. La stella polare non mentiva. Stavano puntando decisamente a sud. Non c'era niente a sud. Solo rocce. Di certo non la lince. Il motivo per cui Gert aveva fatto sparire gli scarponi, pensò la ragazzina, era semplice: non voleva che lei se la svignasse, perché la stava portando chissà dove. Provò l'impulso di farlo subito, ma se lo impedì. Doveva aspettare il momento giusto. Nonostante i piedi già gelati e che avrebbero preso a sanguinare nel giro di un'ora. Soprattutto, le disse Dian Fossey, nonostante la pistola. Non doveva dimenticarsi della pistola.
*
- Umano e animale. Di quali specie, non posso dirlo con certezza. Ho inviato i campioni al laboratorio, servono analisi più approfondite. Sul Renault, per il momento, preferisco non sbilanciarmi, ho ancora molti rilievi da eseguire. La Bpa è un rompicapo, lì dentro. È un delirio di convergenze e punti d'origine che non combaciano fra loro, senza contare che i solventi utilizzati per pulire il mezzo non aiutano affatto. Sebbene...
Martini, Orlandi, la Pellegrini e Baldini, seduti su sgabelli raccattati negli scantinati della stazione, ascoltavano il dottor Tamanin in piedi e con la tuta anticontaminazione ancora addosso. Alle sue spalle il tabellone su cui aveva attaccato le fotografie della scena del crimine della zona Geiger, quelle del cadavere di Hannes Baumgartner, insieme a tabelle e grafici incomprensibili, una mappa e decine di post-it di diverso colore. I tre tecnici della sua squadra scientifica invece si tenevano in disparte, sbocconcellando i tramezzini portati dalla moglie di Orlandi. L'odore acre di reagenti chimici che permeava l'aria dell'hangar sembrava non aver intaccato il loro appetito.
- ... sebbene la pulizia non sia stata accurata, lasciatemelo dire, - borbottò Tamanin. - Per di più, nonostante nel Renault sia presente una mistura basica utilizzata normalmente per...
- E sulla scena del delitto in zona Geiger? - sbuffò spazientito il capitano Orlandi. - Ha qualcosa per noi?
- ... dicevo, utilizzata normalmente per disinfettare il veicolo in caso di apertura accidentale dei reperti tossici, - terminò il dottore. - Sulla scena di zona Geiger passo la parola alla dottoressa De Carli.
La dottoressa De Carli, un donnone che non avrebbe sfigurato fra i membri del Gis - il gruppo di intervento speciale dei carabinieri, le cosiddette teste di cuoio - , si alzò e si avviò verso la mappa.
- Qui è dove è stato rinvenuto l'automezzo. Qui il cadavere. Sono novantanove metri e tredici centimetri. Le macchie di sangue indicano che il Baumgartner, dopo essere stato colpito allo stomaco, ha camminato per circa venti metri, poi ha proseguito in ginocchio e per gli ultimi trenta metri ha strisciato.
La dottoressa mostrò alcuni ingrandimenti del terreno erboso della zona, poi dei rami di pino mugo spezzati. Il suo dito tornò alla cartina e si spostò più a sud. - In questo punto c'è un masso erratico. La distanza dal mezzo è di centoquarantanove metri.
- Avete delle fotografie? - chiese Orlandi.
La donna lo fissò scioccata. - Certo che le abbiamo, capitano.
Le foto circolarono. Al dottor Baldini o alla Pellegrini non dissero un granché, ma sia Martini che Orlandi sussultarono.
- Una posizione di tiro perfetta, - disse quest'ultimo.
- Infatti è da qui che sono partiti i quattro colpi Winchester. Chi ha sparato sapeva il fatto suo. Ha raccolto i bossoli e ha nascosto ogni traccia. Un lavoro accurato. E qui inizia il mistero. Vuole che prosegua, dottore?
- Non serve. La ringrazio, dottoressa.
Terminata la relazione, la donna tornò fra i tecnici.
Tamanin riprese la parola.
- Sorgono ora alcune domande. Perché l'assassino ha lasciato che il Baumgartner percorresse novantanove metri e tredici centimetri prima di avvicinarsi e abbatterlo con la nove millimetri? Era ferito allo stomaco. La distanza fra un'impronta e un'altra è breve; era lento, e quasi subito è caduto in ginocchio. Non era più semplice colpirlo dalla lunga distanza mentre stava cercando di raggiungere le piante?
- Un colpo facile, - commentò Martini.
- Invece, le tracce ci indicano che l'aggressore ha preferito aspettare che il Baumgartner finisse nella macchia del pino mugo, l'ha raggiunto e gli ha sparato con la nove millimetri. Dimenticandosi, per di più, del bossolo. Inoltre, tenendo conto del punto di entrata e del punto di uscita del proiettile, si deduce che l'aggressore si è sdraiato accanto a lui, prima di colpirlo.
- Sdraiato? - fece la Pellegrini.
- Proprio così.
- Perché?
- Questo, - rispose Tamanin, - lo sa solo l'omicida.
- Mi faccia capire, - sbottò Orlandi. - Sparo quattro proiettili, colpisco il bersaglio, ma non lo uccido. Lascio che si faccia novantanove metri camminando e strisciando, lo raggiungo, mi ci sdraio accanto e lo finisco con la nove millimetri. Faccio sparire i .308 ma dimentico il bossolo della nove millimetri. Solo un pazzo potrebbe comportarsi in questa maniera, non siete d'accordo? E guarda caso, noi abbiamo un pazzo che in questo momento è in giro con una bambina di tredici anni.
- Abbiamo le impronte dello Schafer? - chiese il Pm Baldini.
Tamanin alzò le mani.
- Purtroppo non è schedato, la polizia austriaca ci ha promesso di farcele avere prendendole dalla sua abitazione, ma ci vorrà del tempo. Di impronte nel Renault ce ne sono una miriade, sia nell'abitacolo che nel retro, ma a parte quelle del Baumgartner, sono tutte di soggetti ignoti. I colleghi austriaci stanno prendendo le impronte dei dipendenti del parco-zoo e sono certo che qualcuno di loro spunterà fuori. Ma vuole sapere la mia opinione? Non serviranno a niente.
*
Fra i volontari serpeggiava un certo nervosismo. I cani, eccitati dagli odori della notte, continuavano a riempire la foresta di latrati. Ormai tutti sapevano che l'uomo che aveva rapito - o convinto a scappare di casa, ma faceva poca differenza - Dora era armato e pericoloso. Molti fra i Freiwillige continuavano a pensare alle proprie abitazioni. Non perché avessero nostalgia di mogli, mariti o figli. Ma perché lì parecchi di loro custodivano fucili da caccia regolarmente registrati e ben oliati. Averli con sé li avrebbe fatti sentire più sicuri. Avanzavano rigidi sulle gambe, sentendosi come se avessero un grosso bersaglio dipinto sulla schiena.
- Maresciallo?
- Lenz, dimmi...
- Un sorso?
Fanti tentennò, poi alzò le spalle. La grappa andò giù che era un piacere.
- Qualcuno qui, fra i ragazzi...
- Non voglio sentir parlare di armi, okay?
- No, - si schermì Lenz, - non è quello. Il fatto è che forse, a quest'ora, sarebbe il caso di cambiare i cani.
Fanti osservò la coppia di pastori tedeschi che trotterellava lungo il sentiero annusando ogni radice, cespuglio o pietra.
- Non sembrano stanchi.
- Stanchi? No, maresciallo. Noi pensavamo ai cani molecolari.
Fanti socchiuse gli occhi. Non era stata una grande idea quella di bere la grappa. Lo stomaco gli si era chiuso in una morsa.
- Non stiamo cercando un cadavere, Lenz. Stiamo cercando una bambina. Viva. Chiaro?
*
Martini doveva averlo seguito. Il dottor Tamanin lo vide sbucare dal nulla proprio mentre usciva dal bagno.
- Permette due parole? - chiese Viktor.
- Qui?
- Nel mio ufficio.
Nell'ufficio scartoffie erano presenti Melan, che scattò sull'attenti, e la dottoressa Pellegrini, che beveva lentamente da una lattina di Coca-Cola. Entrambi sembravano distrutti.
- Ricorda la faccenda del Gps?
Tamanin occhieggiò la Pm.
- Faccenda che non è mai esistita, - lo rassicurò lei, sforzandosi di sorridere.
- Sì.
- Abbiamo fatto una gita e avremmo bisogno del suo aiuto.
- Per cosa?
Martini passò il tablet al dottore.
- Cosa sto vedendo?
- I luoghi in cui il Renault si è fermato.
- Perché le serve il mio aiuto?
- Voglio capire perché Hannes andava lì. Ho bisogno che lei e la sua squadra setacciate quei luoghi. Sedici, per l'esattezza.
Tamanin alzò lo sguardo dallo schermo. - Lei è pazzo, lo sa, capitano?
- Può farlo?
- Con una cinquantina di tecnici e una settimana di tempo di tempo, volentieri.
- E con i tre che ha a disposizione? Mi interessa soprattutto un maso diroccato, località Wieserhof. Mi occorrerebbe...
Tamanin appoggiò il tablet sulla scrivania. Guardò prima Melan, poi la Pellegrini.
- Dottoressa, lei è d'accordo con questa follia? Sa darmi una ragione, una soltanto, per cui dovrei distogliere i miei uomini dal loro lavoro e dirottarli su questo compito di cui non comprendo l'importanza?
- Hannes si fermava in quei luoghi, ma non ne aveva motivo. Ecco il perché della richiesta del capitano.
- Capitano Martini... - Tamanin batté le palpebre. - Lei è un bravo investigatore. Leoni la tiene in grande considerazione. Ha preso quel bastardo a Roma, e merita i miei complimenti. Mi rendo conto che la faccenda del processo sia una carognata. Capisco anche... tutto il resto. Però lei ha bisogno di riposo. Mi spiace, mi sta chiedendo qualcosa di impossibile, impossibile e... - Tamanin cercò la parola adatta, ma era troppo stanco per trovarne una gentile. - Stupido.
*
La dottoressa Pellegrini lasciò Martini subito dopo l'uscita di scena del dottor Tamanin. A passo svelto si diresse verso l'ufficio comando. Trasse un lungo respiro e bussò con delicatezza. Orlandi era solo, per fortuna. Piegato sulla cartina.
- Dottoressa...
La donna socchiuse la porta.
- Non sono qui in veste ufficiale.
- Allora io, - rispose Orlandi, diffidente, - non ho tempo da perdere.
- Sarò breve. Volevo scusarmi per la scenata alla macchinetta del caffè. Ho detto delle cose...
Orlandi la fermò con un gesto brusco della mano.
- Non ce ne è bisogno, capisco perfettamente. C'è altro?
- Volevo solo...
Un grido interruppe la conversazione.
*
Melan si precipitò verso la postazione radio da cui era arrivato il grido d'esultanza dell'operatore.
- Ripeto, - fece la voce di Fanti attraverso gli altoparlanti, in un sussurro. - Abbiamo una traccia. Stand-by.