Genova, ponte Morandi un anno di lavori in sequenza
Una serie di foto ogni 14 del mese da punti di ripresa prestabiliti sulla collina di Coronata. Un modo per ricordare le 43 vittime del crollo del ponte Morandi e di documentare con la forza delle immagini i lavori di demolizione e di ricostruzione di un'infrastruttura di vitale importanza per Genova. Pubblichiamo oggi, nel primo anniversario di una delle più grandi tragedie della città, il lavoro durato appunto un anno del giornalista Roberto Orlando che per la prima volta mette in sequenza sul web le foto che sono state scattate utilizzando le stesse attrezzature fotografiche e soprattutto le stesse ottiche per cercare di documentare le differenze tra prima e dopo e di descrivere l'evoluzione dell'opera nel modo più omogeno possibile. Il lavoro del giornalista genovese, per molti anni in servizio a Repubblica, proseguirà fino alla realizzazione del nuovo ponte. Ecco intanto le sequenze in occasione della prima tappa importante dell'opera: la completa demolizione del ponte in contemporanea con la costruzione del primo pilone del viadotto che verrà (fotografie di Roberto Orlando)
Ma in questo anno quello che abbiamo sentito da lassù, guardando il Morandi spezzato in due è un po' più difficile da raccontare.
Intanto il silenzio. La prima differenza da cui siamo rimasti colpiti il 14 settembre 2018 e durante gran parte delle altre ricorrenze, è stata l'assoluta assenza di rumore. Il frastuono del traffico sul ponte a Coronata prima del crollo era il rumore di fondo che accompagnava ogni istante della vita degli abitanti. Quel silenzio, ogni volta sempre più surreale, è durato sei mesi, fino a quando le macchine non hanno cominciato a segare gli impalcati del Morandi, fino al grande botto che l'ha definitivamente schiantato a terra.
Poi le emozioni. Abbiamo scelto le postazioni da cui riprendere la stessa porzione di panorama usando come punti di riferimento alcuni lampioni dell'illuminazione pubblica e ora ci rendiamo conto che è come se avessimo percorso ogni mese le tappe di una dolorosa via crucis.
E ancora oggi lo sgomento, un anno dopo, uccide anche l'ammirazione. Perché se il cantiere del ponte fosse stato aperto per una scelta programmata, se non ci fossero quelle 43 croci, le tecniche e i mezzi speciali impiegati per smantellare il Morandi sarebbero gli ingredienti di una grande impresa: sul ponte abbiamo visto prima i semirimorchi telecomandati che servivano a testare la tenuta delle strutture rimaste in piedi; abbiamo visto crescere gru altissime e potentissime; abbiamo visto il taglio netto e preciso degli impalcati di asfalto e cemento; abbiamo visto saltare in aria gli ultimi piloni del "Brooklyn" con un effetto che forse un regista visionario non avrebbe saputo realizzare meglio e con un impatto sull'ambiente molto contenuto.
Il "grande botto" è stato certamente anche uno spartiacque simbolico, ma ha pure decretato la ripresa del rumore sulla collina di Coronata, così come in tutti gli altri paraggi del ponte: in via del Campasso, dove le macerie si rimuovevano anche di notte; in via Argine di Cornigliano, dove a giugno è nato il primo pilastro a pianta ellittica del ponte che verrà; in via Porro, dove si è conclusa la demolizione dei palazzi sgomberati; in via Fillak, dove gli operai devono ancora rimuovere una montagna di detriti. Infine il tempo.
Non è mai piovuto il giorno 14 dei mesi successivi al disastro della vigilia di ferragosto 2018, giorno in cui su Genova si avventò un nubifragio di violenza tropicale. Forse perché soltanto il meteo in questa vicenda poteva essere imprevedibile.