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Stand-by

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I cani, con il pelo irto sulla schiena, puntavano verso un cumulo di massi protetto da un gigantesco abete che gli inverni avevano trasformato in una contorta quanto bizzarra tettoia. Fanti, dopo aver comunicato la situazione alla centrale, spense la radio e con il palmo della mano indicò agli uomini di abbassarsi e indietreggiare fra rovi, felci e abeti che costeggiavano quel tratto di sentiero erto e poco esposto alla vista. Steso a terra, si prese un momento per riflettere.
La squadra di soccorso più vicina era a sette chilometri di distanza. Troppi. Tra l’altro si trattava di civili, inutili in simili frangenti. Se avesse richiesto l’intervento dell’elicottero, l’AB-412 sarebbe arrivato sul luogo in due, forse tre minuti, ma avrebbe fatto un rumore del diavolo, e se i cani non sbagliavano e fra quei massi si nascondeva il soggetto insieme alla bambina c’era il rischio di un conflitto a fuoco. L’ultima cosa che volevano era ritrovar…
I cani, con il pelo irto sulla schiena, puntavano verso un cumulo di massi protetto da un gigantesco abete che gli inverni avevano trasformato in una contorta quanto bizzarra tettoia. Fanti, dopo aver comunicato la situazione alla centrale, spense la radio e con il palmo della mano indicò agli uomini di abbassarsi e indietreggiare fra rovi, felci e abeti che costeggiavano quel tratto di sentiero erto e poco esposto alla vista. Steso a terra, si prese un momento per riflettere.
La squadra di soccorso più vicina era a sette chilometri di distanza. Troppi. Tra l’altro si trattava di civili, inutili in simili frangenti. Se avesse richiesto l’intervento dell’elicottero, l’AB-412 sarebbe arrivato sul luogo in due, forse tre minuti, ma avrebbe fatto un rumore del diavolo, e se i cani non sbagliavano e fra quei massi si nascondeva il soggetto insieme alla bambina c’era il rischio di un conflitto a fuoco. L’ultima cosa che volevano era ritrovare Dora con un proiettile in testa. Soprattutto se di provenienza amica.
Fra la sua posizione e i massi c’era un largo spiazzo coperto da erba alta e fitta. Con un po’ di fortuna avrebbe raggiunto l’obiettivo senza farsi vedere. O farsi sparare.
– Maresciallo?
Lenz, disobbedendo all’ordine, gli si era avvicinato. Se non altro si era sfilato la pettorina catarifrangente. La sua voce, quando parlò, era poco più di un bisbiglio.
– Che facciamo, maresciallo?
– Zitto.
Lenz allora indicò gli abeti che circondavano lo spiazzo erboso; formavano una muraglia impenetrabile. Era evidente cosa stesse suggerendo il Freiwillige.
– Possiamo riuscirci, maresciallo.
Non era una brutta idea. Usare la foresta per aggirare il soggetto e coglierlo di sorpresa. Fanti, però, scosse la testa. Primo: quelli erano civili, privi di addestramento e con il sangue in ebollizione; bastava guardare in faccia Lenz per capire che non vedeva l’ora di menare le mani. Secondo: il tratto che separava la muraglia di abeti dal cumulo di massi era in salita. Questo avrebbe dato un vantaggio strategico al nemico. Se li avesse scoperti, sarebbe stato come sparare a pesci in un barile.
– Restate qui.
Lenz non protestò.
Fanti si fece il segno della croce, estrasse la Beretta dalla fondina, tolse la sicura e mise il colpo in canna.
– Se succede qualcosa, qualsiasi cosa, datevela a gambe. E solo quando sarete al sicuro riferite al comando. Intesi?
– Sì.
– Guardami negli occhi, Lenz. Non è un gioco.
– Promesso.
Il maresciallo iniziò a strisciare. Un centimetro alla volta.
*

Gert l’aveva imbavagliata di nuovo, e Dora non aveva neanche protestato. Aveva altro per la testa. Il dolore alla pianta del piede. Pulsava da morire. Ogni passo era stato uno strazio. Nel giro di pochissimo la suola delle scarpe improvvisate aveva ceduto. La destra in pratica si era disintegrata, e una pietra le aveva procurato un taglio profondo sotto la pianta del piede. Con un grido, Dora era inciampata, sbucciandosi le mani nel tentativo di frenare la caduta. Gert l’aveva pulita e bendata alla bell’e meglio, l’aveva sollevata di peso e se l’era caricata in spalla. Gert era magrolino, ma forte. L’aveva trasportata per un lungo tratto, sempre in direzione sud. Lontani dalla lince. Lontani da tutto. Arrivati ai massi, ansimando l’aveva adagiata sul muschio e aveva controllato la ferita al piede. Come riuscisse a vedere con quel buio era un mistero.
– Non si è infettata. Stai bene.
– E tu come lo sai? Sei un medico?
– Abbassa la voce.
– Altrimenti?
Gert sorrise.
– Mio padre mi ha insegnato un sacco di cose.
– Anche il mio.
C’era una nota di sfida nelle parole di Dora. Gert dovette accorgersene, perché cambiò espressione e le legò le mani dietro la schiena. Poi di nuovo il bavaglio disgustoso in bocca.
– È solo una precauzione, – disse Gert. – So che capirai. Ma non adesso, adesso…
Ancora una volta non terminò la frase. Ormai era prassi. Da ore Gert non faceva che borbottare fra sé e sé. Si interrompeva, fiutava l’aria come un animale, poi ricominciava a cianciare della Resistenza che aveva predisposto un luogo sicuro per loro e che dovevano raggiungere alla <CF2002>massima</CF>,<CF2002> massima</CF> velocità. Quindi passava a parlare di suo padre e di come gli avesse insegnato<CF2002> tutto</CF>, <CF2002>tutto</CF>, sulla foresta e sulle montagne. Quando Gert voleva che Dora capisse l’importanza di un concetto ripeteva le parole. Era davvero snervante starlo a sentire.
Ogni tanto Gert cantava.
Erano i momenti peggiori. Le facevano salire il magone. Era spaventoso sentirlo scandire canzoncine infantili, sorridendo e piangendo al tempo stesso. Altre volte stilava elenchi. Mezzi militari e armi. Battaglie e guerre. Nomi di animali e piante. Ragni, soprattutto. A Dora facevano schifo. E, supponeva, né Dian Fossey né Greta Thunberg li avrebbero messi in cima alle loro preferenze –, ma se in quel momento una vedova nera avesse pizzicato il collo di Gert lasciandolo stecchito, Dora l’avrebbe eletta a sua migliore amica. Solo che in Alto Adige non ce n’erano.
Comunque, meglio pensare alle vedove nere piuttosto che lasciarsi prendere dallo sconforto, perché altrimenti non sarebbe riuscita a cogliere l’attimo. Nonostante la ferita al piede, la paura che cresceva di minuto in minuto Dora aveva deciso che doveva scappare. Perché Gert era pazzo, completamente pazzo.
Sua madre le aveva proibito di usare quella parola. Non esistevano i pazzi, le aveva spiegato, esistevano persone afflitte da patologie mentali che le facevano soffrire. Pazzo era una brutta parola. D’accordo, okay. Era evidente che Gert stava soffrendo. Ma la sostanza non cambiava. Gert era pazzo. E pericoloso.
Perché le aveva detto di aver ucciso Hannes. Perché aveva una pistola. Perché cianciava di cose «peggiori della morte», di occhi nel buio e mani pronte a ghermirti.
Per non parlare di quando si fermava, si copriva le orecchie e iniziava a maledire tamburi che solo lui sentiva. E perché, si accorse mentre Gert spariva nella notte, la giacca che le aveva fatto indossare aveva la manica imbrattata di qualcosa che, alla luce fioca della notte, sembrava sangue rappreso. Dora alzò gli occhi al cielo, inspirando forte con le narici. Non doveva vomitare o sarebbe morta soffocata.
Doveva restare <CF2002>caaaalma</CF>. Ci mise più del previsto a chetare il respiro e a reprimere i conati di disgusto che le salivano dallo stomaco, ma ci riuscì. A tentoni cercò, sul masso contro cui Gert l’aveva appoggiata, uno spigolo appuntito per segare la corda che le stringeva i polsi. Lo trovò e iniziò a sfregare.
*

Il maresciallo Fanti era in un bagno di sudore. La Beretta sembrava pesare una tonnellata. Gli occhi, a forza di cercare presenza di vita e movimenti improvvisi, gli lacrimavano. Il suo istinto lo implorava di tornare indietro, avvertire il posto comando e far intervenire l’elicottero. Metterlo a tacere era faticoso quanto strisciare nell’erba alta. Arrivato a meno di tre metri dai massi, dove le frasche non gli avrebbero concesso alcun riparo, l’immagine dell’AB-412 che piombava dall’alto col suo carico di colleghi armati pronti a far fuoco non gli sembrava più un’idea tatticamente sbagliata, ma addirittura geniale. Però c’era la faccenda della bambina. E della donna che diventava più piccola ogni minuto che passava lontana dalla figlia. Se Dora fosse stata colpita, da fuoco ostile o amico non aveva importanza, la donna sarebbe svanita. E lui non sarebbe mai più riuscito guardare in faccia sua moglie o suo figlio senza vergognarsi. Perché sarebbe stata colpa sua.
Attese che il battito del cuore rallentasse, trattenne il respiro e portò la pistola in posizione di tiro. Fin troppo consapevole di essere un bersaglio, si alzò e percorse i tre metri che lo separavano dai massi quasi volando. Appoggiò la schiena al macigno più grande, in ascolto. Le fronde dell’abete. Il richiamo di un gufo, lontano.
Tonfi. Gert? Dora? O semplici rumori notturni? Una faina o magari una marmotta?
Riprese fiato, raccolse il coraggio e sbirciò alla sua destra, contando fino a tre. Il tempo necessario per vedere cosa lo aspettava dietro il macigno senza finire impallinato. Il tronco dell’abete. Muschio. Altre pietre. Tenendo la Beretta parallela al viso con la canna rivolta verso l’alto e il dito lontano dal grilletto, si sporse alla sua sinistra. Sempre tre secondi, e un risultato se possibile peggiore. Si deterse il sudore, si accucciò. A sinistra la vista era ostruita quasi per intero dai rami dell’abete che scendevano fino al terreno. Quindi, destra.
Beretta puntata. Un passo, consapevole del rumore degli anfibi sul pietrisco. Il secondo e il terzo passo li fece con l’agilità di una ballerina e la velocità di uno scattista.
Dietro il tronco dell’abete poté respirare di nuovo. La buona notizia era che nessuno gli aveva ancora sparato. La cattiva era che gli era parso, nel corso di quella danza improvvisata, di aver scorto qualcosa. Una specie di fessura coperta dalle felci.
Capitava che i massi erratici addossati gli uni agli altri formassero nicchie che gli animali selvatici usavano per costruire le tane. A Fanti scappò quasi da ridere. E sei cani avessero fiutato la tana di una volpe? Tutta quella paura per una volpe. La sua ilarità era dettata dal nervosismo. Quei cani delle volpi se ne fregavano. A loro interessava solo l’odore che gli era stato ordinato di cercare.
Il maresciallo Fanti sporse la testa quanto bastava per osservare la cavità. Poteva starci una bambina lì dentro? Una bambina, si rispose, e anche un uomo adulto. Il terreno era argilloso, il peso dei massi, le piogge, le nevicate e le radici dell’abete avevano fatto il resto: la nicchia era bella grande.
Fanti prese la torcia elettrica e la posizionò accanto alla canna della Beretta, incrociando i polsi. L’indice della mano destra sul grilletto della pistola, il pollice della sinistra sul tasto d’accensione della torcia. Uscì dal riparo.
Se fosse stato fortunato, pensò avanzando, li avrebbe trovati addormentati. Il flash della torcia li avrebbe svegliati, ma il soggetto non avrebbe avuto modo di reagire. Non con la Beretta pronta a far fuoco puntata alla testa.
Fanti socchiuse le palpebre, preparandosi al lampo della torcia elettrica. Avanzò. E iniziò urlare.
*

Lenz era entrato per la prima volta nella sede dei Freiwillige di Sesto Pusteria quando aveva l’età di Dora. In gita con la professoressa di scienze. Conosceva il posto perché anche suo padre e suo nonno avevano fatto parte del corpo. A quattordici anni già partecipava ai campeggi che i Freiwillige organizzavano e in cui, fra uno scherzo e una camminata, si imparavano i rudimenti del mestiere. Come steccare una gamba rotta, come riconoscere un fungo velenoso, come intervenire in caso di ustione. A diciotto anni aveva indossato la divisa. Da allora aveva cambiato fidanzate, due mogli, tre macchine e due lavori, ma non aveva mai rinunciato ai Freiwillige. Perché quando Micaela se ne era andata con quel tizio di Appiano erano stati i compagni dei Freiwillige e fargli prendere una sbronza colossale e a fare in modo che non avesse un attimo libero per rendersi conto di quanto fosse vuota la casa senza di lei. Quando era stato lui a lasciare la seconda moglie, Erika, chi c’era a dargli manforte? Sempre loro.
I Freiwillige erano una famiglia e, sebbene Fanti non fosse mai stato dei loro (al contrario del brigadiere Terlizzi), quando Lenz lo udì gridare l’istinto di gettarsi in aiuto di un compagno ebbe la meglio sugli ordini che il maresciallo aveva impartito. Si alzò di scatto, la radio mobile nella mano destra e un coltello da sopravvivenza nella sinistra. Perché sì, le disposizioni erano state chiare, niente armi, ma lui il suo coltellaccio lo portava pure a messa.
– Chiediamo soccorso medico urgente, – sbraitò alla radio. – Settore T6, ripeto: settore T6.
– Che sta succedendo, Lenz?
Lenz non rispose, gli occhi puntati sui massi erratici. Dietro di lui sentì uno dei cani abbaiare. Sorrise. Istinto Freiwillige, anche Markus e Alex avevano abbandonato le postazioni e stavano correndo alle sue spalle.
– Niente colpi d’arma da fuoco, ma Fanti sta urlando. Serve soccorso…
– Che diavolo sta succedendo?
Lenz non ripose.
Superò con agilità i massi e per un pelo non andò a schiantarsi contro il maresciallo.
Fanti, cinereo, gli puntava la Beretta contro.
– Ehi, maresciallo…
Il carabiniere non rispose.
– Maresciallo? Sono Lenz.
Il Freiwillige fece sparire il coltello. Allungò la mano e spostò la bocca di fuoco della Beretta verso terra.
– Maresciallo?
– Non… – balbettò quello. – Non le sento più.
Lenz vide la trappola in cui il maresciallo era finito e lanciò un grido di avvertimento.
– Markus, Alex, immobili.
– Che succede?
– Ferita multipla alle gambe. Trappole. Quel maledetto ha piazzato delle trappole. Occhio ai cani.
Sentì Markus riferire alla centrale operativa le sue parole, quindi si tolse lo zaino e sfilò la pistola dalle mani di Fanti.
– Questa la tengo io, va bene?
– Sei Lenz?
Fanti stava perdendo troppo sangue.
– No, sono la Fata Turchina.
Fanti sputò una risata. Buon segno. Lenz inserì la sicura e appoggiò la pistola a terra. Spostò il fascio della torcia tutto intorno. Non vide altri pericoli, ma non significava che non ce ne fossero. Era come ai tempi del Bas, i terroristi indipendentisti. Piazzavano il tritolo per far saltare i tralicci, poi un secondo ordigno per falciare chi accorreva. Di solito carabinieri. In ogni caso non aveva tempo per un esame approfondito della zona.
La trappola che il soggetto, come i carabinieri chiamavano Gert, aveva costruito ricordava le ganasce di un insetto. Il funzionamento era semplice. Un piccolo cavo teso in cui il maresciallo era inciampato aveva fatto scattare due rami con punte acuminate come lance che si erano piantati nelle cosce di Fanti.
– Ti è andata bene, maresciallo. L’arteria femorale non è stata toccata.
Forse.
Fanti abbassò la testa, vide la ferita e iniziò ad agitarsi.
– Non così, maresciallo. Non così.
Fanti continuava ad agitarsi, cercando di sollevare le gambe, e questo non faceva che smuovere le punte dei bastoni nelle ferite, provocando un aumento della perdita di sangue.
– Va bene, – Lenz, aprì la cassetta del pronto soccorso e con mano esperta trovò la siringa monouso, già carica. – Hai qualcosa contro le droghe, maresciallo?
Fanti farfugliò una serie di numeri senza senso. Codice penale. Spaccio, detenzione…
Lenz chiamò Markus.
– Tienilo fermo, adesso va a nanna.
Lenz piantò l’ago della siringa nella gamba del maresciallo, stantuffò e la ketamina fece il resto. Fanti divenne un peso morto. Lenz, con il coltello, tagliò i rami, senza estrarli, permettendo a Markus di adagiare sul terreno il maresciallo.
– È conciato male.
Lenz strappò la radio al maresciallo, l’accese e iniziò bestemmiare in italiano e in tedesco, per essere più chiaro.
– Volete mandare l’elicottero o no?
In meno di due minuti i tonfi sordi dell’AB-412 iniziarono a percuotere l’aria.
– Resta con lui. Voglio vedere una cosa, – disse Lenz accucciandosi verso la fessura fra i massi.
*

– Elicotteri, elicotteri, elicotteri.
Lo aveva detto tre volte, quindi, pensò Dora, Gert doveva essere parecchio turbato. Eppure le sembrava stesse sorridendo, mentre la liberava.
– Dove sei stato?
– Missione segreta.
– Hai fatto male a qualcuno?
Dora aveva sentito un grido ovattato provenire dal fondovalle.
– La morte non è la cosa peggiore.
Dora sgranò gli occhi.
– Hai ucciso qualcuno?
Gert fremette, indeciso. I tamburi erano spariti, tuttavia non sapeva cosa rispondere alla ragazzina, che ripeté la sua domanda a voce troppo alta.
Gert si portò l’indice alla bocca. – Non urlare. Ci sentiranno. La lince…
– Hai ucciso qualcuno? Dimmelo.
– Negativo. Livello dieci.
Dora gli si gettò contro, colpendolo con quanta forza aveva. Gert, preso alla sprovvista, caracollò e cadde riverso al suolo, battendo la testa. Per un attimo la vista gli si offuscò. Quando riuscì a rialzarsi, Dora era svanita. Gert sgranò gli occhi.
– Stupido. Stupido. Stupido.
E partì alla sua ricerca. Furioso.
*

– Cosa ha fatto? – Orlandi era su tutte le furie.
– Ha costruito una specie di tagliola. Il maresciallo Fanti ha entrambe le gambe ferite. Da un primo esame del medico a bordo dell’elicottero, avrà bisogno di trasfusioni e parecchia riabilitazione. Ma non è in pericolo di vita.
Nella sala radio ci fu un mormorio di sollievo.
– Come è possibile che sia finito in quella trappola?
– Il Freiwillige presente al fatto, – continuò l’operatore radio che si era precipitato a dare la notizia al capitano, – ha riferito che il soggetto ha usato uno scarpone della bambina per trarre in inganno i cani e il maresciallo…
Orlandi diede ordine ai presenti di tornare alle normali mansioni. Rimasto solo si controllò allo specchio del piccolo bagno dell’ufficio comando. Aveva una faccia da schifo e pensò che avrebbe dovuto radersi. Ma non c’era tempo. Quando si voltò vide che Martini si era seduto alla scrivania e lo stava fissando.
– Ho bussato, – disse. – Ma lei non ha sentito.
– Che vuole, capitano?
Martini gettò sulla scrivania un fascicolo.
– La trappola. Gert ha imparato a costruirla dal padre, un survivalista, dieci anni nell’esercito, nei corpi speciali, buttato fuori a calci per rissa e ubriachezza. In effetti ci è morto, per colpa dell’alcol. Se lei avesse letto il dossier, forse Fanti…
– Mi sta accusando?
– Solo di non aver prestato la dovuta attenzione a…
– Ho un lavoro da fare, capitano. È congedato.
Martini fece per dire qualcosa, poi scosse la testa e sparì. Orlandi si calcò il cappello sulla testa e si aggiustò la cravatta. Avrebbe potuto telefonare o demandare quel compito ad altri, ma non se la sentiva. Si sarebbe presentato di persona. Sarebbe andato dalla moglie di Fanti a spiegarle che il marito, eseguendo un suo ordine, per poco non ci aveva rimesso la pelle.
*

La ragazza-bruco, come ogni ragazza-bruco, vedeva nell’ora di educazione fisica la somma di tutti i mali dell’universo. Primo: si doveva sudare. Il sudore puzzava, rendeva paonazzi, scarmigliava i capelli. Secondo: bisognava mettersi «comodi», come dicevano gli insegnanti. Comodi significava subire gli sguardi delle varie Elisa o Katrin o Susanne con le loro gambe lunghe e leggiadre e i corpi già adulti (e che agli occhi delle ragazze-bruco non avrebbero sfigurato sulle copertine delle riviste di moda). Terzo: era tempo buttato. Perché fare i cento metri ostacoli o sforzarsi di superare il maledetto Test di Cooper quando con una bicicletta si aveva in mano il mondo?
Se l’insegnante di educazione fisica di Dora l’avesse vista filare via nella notte, con il piede che le inviava vampate di dolore ogni volta che si appoggiava sul terreno, avrebbe pensato a un’allucinazione. Perché Dora corse, eccome se corse. Come mai nella vita.
La sua reazione con Gert era stata istintiva. L’aveva colpito perché l’urlo che le era giunto alle orecchie, trasportato dal vento, proveniva da qualcuno che stava cercando lei. Era ovvio, no? E questo l’aveva mandata su tutte le furie. Lei non voleva fare del male a nessuno. Al contrario. Perché, se il pianeta moriva, se i ghiacciai si scioglievano e la desertificazione avanzava, oltre agli animali sarebbero morte anche un sacco di persone. Brave persone come suo padre, che passava le giornate a salvare gli altri. O come l’uomo (perché era stato il grido di un uomo, ne era certa) che, in piena notte, stava percorrendo i boschi a causa sua. Dora aveva caricato a testa bassa, spinta da una rabbia che non sapeva di possedere. Gert aveva battuto la testa e strabuzzato gli occhi. E Dora era partita giù per il sentiero. Veloce come il vento.
Aveva i polmoni in fiamme, il piede che le urlava di fermarsi, ma non si sarebbe mai fermata, perché in un tratto del sentiero che i rami delle conifere avevano lasciato libero aveva visto due puntini, molto più a valle. Torce elettriche. Salvezza.
Annaspò cercando di urlare per richiamare l’attenzione, ma era a corto di fiato, così non le uscì che un rantolo. Il rantolo grattò bocca, gola e polmoni, e la costrinse a una sosta per riprendere fiato, per prepararsi a lanciare un grido in direzione dei due soccorritori. Ma la sua restò solo un’idea, perché Gert la raggiunse, le tappò la bocca e le puntò qualcosa di duro e freddo alla tempia.
– Negativo, Dora.
Dora provò a divincolarsi.
Gert spinse con più forza la pistola contro la testa della ragazzina. Le fece male. Voleva farle male. Dora doveva capire. Doveva assolutamente capire che lui la stava proteggendo. E che l’avrebbe protetta a costo della vita. Di entrambi.
– C’è di peggio della morte, Dora.

8.continua. Domani la nona puntata